Demenza, il vaccino contro il Fuoco di Sant’Antonio può ridurre il rischio del 20%

Una soglia anagrafica trasformò la campagna sanitaria gallese in un esperimento naturale su oltre 282 mila anziani seguiti per sette anni

A cura di Roberto Zonca

LA NOTIZIA IN BREVE – Un vaccino già utilizzato contro il Fuoco di Sant’Antonio potrebbe contribuire a ridurre il rischio di demenza. L’indizio più forte arriva dal Galles, dove una soglia anagrafica introdotta nella campagna sanitaria del 2013 ha creato un esperimento naturale su oltre 282 mila anziani. Nell’arco di sette anni, tra i vaccinati, i ricercatori hanno stimato un calo relativo del 20% delle nuove diagnosi, pari a circa tre o quattro casi in meno ogni cento persone.

Risultati nella stessa direzione sono emersi anche in Inghilterra, Scozia, Stati Uniti, Canada e Australia. Il beneficio potrebbe dipendere dal controllo delle riattivazioni del virus varicella-zoster, dalla riduzione dell’infiammazione o da una modulazione più ampia delle difese immunitarie. Gli studi disponibili rafforzano l’ipotesi, ma una sperimentazione clinica dovrà stabilire quali forme di demenza siano coinvolte e quanto duri la protezione. In Italia il vaccino è già offerto ai 65enni e alle persone fragili per prevenire l’herpes zoster e le sue complicazioni; l’effetto sul declino cognitivo resta un possibile beneficio aggiuntivo in fase di verifica.

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L’APPROFONDIMENTO – Un vaccino nato per prevenire il Fuoco di Sant’Antonio potrebbe contribuire a ridurre il rischio di demenza. Uno studio condotto in Galles su oltre 282 mila anziani ha stimato tra i vaccinati un calo relativo del 20% delle nuove diagnosi nell’arco di sette anni. Il risultato nasce da un esperimento naturale creato involontariamente dal programma sanitario gallese e ha trovato riscontri in successive analisi condotte in altri Paesi. Gli scienziati stanno ora cercando di capire se la protezione dipenda dal blocco delle riattivazioni del virus varicella-zoster, da una riduzione dell’infiammazione o da cambiamenti più profondi nella risposta immunitaria. Le prove raccolte rendono l’ipotesi sempre più consistente, mentre uno studio clinico mirato dovrà stabilire l’effettiva capacità del vaccino di prevenire le diverse forme di demenza.

Tutto è cominciato il 2 settembre 1933

Quando il Galles avviò la campagna contro l’herpes zoster, il 1° settembre 2013, stabilì che alcune fasce della popolazione avrebbero ricevuto il vaccino prima delle altre. Il confine passava esattamente dal 2 settembre 1933: chi era nato da quel giorno poteva accedere alla vaccinazione, per chi aveva compiuto gli anni poco prima valevano regole differenti.

Una persona nata il 1° settembre e una nata il giorno successivo difficilmente presentano, solo per questo, differenze sostanziali nella dieta, nell’attività fisica, nel reddito o nella storia clinica. La campagna vaccinale, invece, le trattava in modo radicalmente diverso.

I numeri parlano chiaro. Tra i nati una settimana prima della soglia, la quota di vaccinati era appena dello 0,01%. Nella settimana successiva raggiungeva il 47,2%. Per gli epidemiologi era un confronto prezioso, molto vicino a quello che si cerca di ottenere assegnando casualmente i partecipanti ai gruppi di uno studio clinico. Nessuno aveva progettato la campagna per indagare la demenza; l’occasione emerse anni dopo, quando i ricercatori guidati da Pascal Geldsetzer, epidemiologo della Stanford University, incrociarono la data di nascita con le informazioni sanitarie della popolazione gallese.

La banca dati SAIL consentiva di seguire diagnosi, ricoveri e cause di morte. Tra le persone nate dal 1925 al 1942 e prive di demenza all’avvio del programma, nei sette anni successivi furono registrati 35.307 nuovi casi.

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Il 20% raccontato senza equivoci

Considerando tutti gli anziani ammessi alla campagna – anche quelli che alla fine rinunciarono all’iniezione – la riduzione delle nuove diagnosi era di 1,3 punti percentuali, pari all’8,5% in termini relativi. Poiché si vaccinò meno della metà degli aventi diritto, il gruppo di Stanford ha calcolato anche l’effetto attribuibile alla somministrazione: 3,5 punti percentuali, cioè il 20% in meno rispetto al rischio atteso. In pratica, la stima corrisponde a circa tre o quattro diagnosi evitate ogni cento vaccinati nell’arco di sette anni. Un risultato rilevante per una malattia frequente e priva di una cura risolutiva, ma lontano dall’idea di una protezione garantita.

Anche la forbice statistica invita alla misura: l’intervallo di confidenza va dal 6,5 al 33,4%. L’effetto appariva più netto tra le donne, mentre il campione maschile – meno numeroso alle età considerate – forniva indicazioni più incerte.

Gli studiosi hanno messo alla prova il risultato in diversi modi. Hanno controllato istruzione, malattie pregresse, farmaci, visite e adesione ad altre vaccinazioni. Poi hanno spostato artificialmente la data di partenza del programma: la diminuzione delle diagnosi riappariva soltanto quando l’analisi tornava sulla vera soglia del 2 settembre 1933.

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Dal vecchio vaccino a Shingrix, i risultati si ripetono

Il Galles utilizzava Zostavax, un vaccino vivo attenuato poi sostituito in molti Paesi dal ricombinante Shingrix, più efficace contro il Fuoco di Sant’Antonio. La domanda, a quel punto, era inevitabile: il segnale sulla demenza sarebbe comparso anche con il nuovo preparato?

Nel 2024 uno studio pubblicato sulle pagine della rivista Nature Medicine ha confrontato le due generazioni di vaccini. Chi aveva ricevuto Shingrix trascorreva più tempo senza una diagnosi di demenza nei sei anni successivi rispetto a chi era stato immunizzato con Zostavax. Il vantaggio emergeva tra uomini e donne. Altri riscontri sono arrivati da Inghilterra, Scozia, Canada, Stati Uniti e Australia. Un’analisi sui certificati di morte inglesi e gallesi ha ripreso il metodo della soglia anagrafica e ha stimato, in nove anni, circa un decesso per demenza evitato ogni venti attesi tra le persone ammesse alla vaccinazione.

I lavori pubblicati finora usano archivi, definizioni e periodi differenti. Proprio per questo la direzione comune dei risultati ha attirato l’attenzione. Al tempo stesso, le percentuali raccontano grandezze diverse e mal si prestano a essere sommate.

È il caso di un’analisi apparsa nel 2025 su npj Vaccines, costruita su gruppi ricavati dalle cartelle sanitarie di 436.788 persone. Rispetto agli anziani vaccinati contro l’influenza, chi aveva ricevuto Shingrix registrava un aumento del 18% del tempo trascorso senza diagnosi nei successivi 18 mesi. Quel 18% esprime un indicatore diverso dal calo del 20% calcolato in Galles su sette anni.

La stessa ricerca ha trovato un’associazione favorevole tra demenza e vaccino contro il virus respiratorio sinciziale. Un dettaglio ha incuriosito gli autori: entrambi i prodotti contengono l’adiuvante AS01. Forse una parte dell’effetto va cercata proprio lì.

L’adiuvante AS01 e il monofosforil lipide A

Chi ha avuto la varicella conserva il virus nell’organismo. Il varicella-zoster rimane nascosto nei gangli nervosi e può riattivarsi dopo decenni, quando l’età, una malattia o una terapia indeboliscono le difese. Nasce così il Fuoco di Sant’Antonio, con il suo dolore caratteristico e l’eruzione disposta lungo il percorso di un nervo. Le vescicole rappresentano la parte visibile. Alcune riattivazioni passano sotto traccia; altre possono interessare i vasi cerebrali e, più raramente, provocare infiammazioni, ischemie o complicazioni neurologiche. Tenere il virus sotto controllo potrebbe dunque risparmiare al cervello una serie di aggressioni infettive e vascolari.

Eppure, nei dati gallesi, il calo delle diagnosi di demenza sembrava più ampio rispetto alla riduzione degli episodi clinici di herpes zoster. Le riattivazioni senza sintomi potrebbero colmare una parte della distanza. Il resto porta al sistema immunitario. Con l’età, le difese diventano meno efficaci contro le infezioni e, nello stesso tempo, possono mantenere una debole infiammazione continua. Questo stato, chiamato inflammaging, è considerato uno dei possibili motori del danno neuronale.

Alcuni vaccini sembrano lasciare un’impronta più ampia della sola memoria contro il patogeno per cui sono stati progettati. Modificano a lungo il comportamento delle cellule dell’immunità innata: è la cosiddetta immunità addestrata. Nel caso di Shingrix, l’attenzione si concentra sull’adiuvante AS01 e su uno dei suoi componenti, il monofosforil lipide A. Nei topi questa sostanza ha ridotto alcune alterazioni associate all’Alzheimer.

Il passaggio all’uomo rimane tutto da dimostrare, ma il quadro è plausibile: il vaccino potrebbe ridurre le riattivazioni virali e, insieme, orientare in modo favorevole la risposta infiammatoria. Due effetti, anziché uno.

Influenza, tetano e tubercolosi: gli altri segnali

La pista aperta dal vaccino anti-zoster si inserisce in un quadro più vasto. Riduzioni del rischio di demenza sono state osservate, in studi epidemiologici, anche dopo le vaccinazioni contro influenza, tubercolosi, tetano, pertosse e virus respiratorio sinciziale.

Una meta-analisi del 2023, basata su sei ricerche, ha associato l’antinfluenzale a un calo relativo del 31% tra gli anziani. Il vaccino potrebbe intervenire attraverso la risposta immunitaria, ma esiste anche una spiegazione più immediata: evitare un’infezione grave significa ridurre febbre, ricoveri, delirium, danni vascolari e picchi infiammatori. Per una persona fragile, ciascuno di questi eventi può accelerare il deterioramento cognitivo.

Qui riemerge il peso degli stili di vita. Le persone che si vaccinano con regolarità spesso hanno un rapporto più assiduo con il sistema sanitario. Per separare il contributo dell’iniezione da tutto ciò che accompagna quella scelta servono confronti particolarmente rigorosi.

Alcuni gruppi di ricerca stanno guardando anche ai pazienti che hanno già sviluppato la malattia. Un lavoro pubblicato su Cell ha collegato il vaccino anti-zoster a un rallentamento della progressione della demenza. Da Israele è arrivato inoltre uno studio preliminare su persone con Alzheimer che descrive una maggiore stabilità cognitiva dopo un ciclo vaccinale.

Sono segnali ancora iniziali e riguardano una domanda diversa. Prevenire o posticipare una diagnosi è una cosa; rallentare una malattia già presente è un’altra.

Domande e risposte Chiarimenti pratici per chi ha già avuto l’herpes zoster, ha ricevuto un precedente vaccino o vive con fragilità e demenza.
  1. Accesso

    Si può chiedere il vaccino prima dei 65 anni soltanto per prevenire la demenza?

    Le attuali indicazioni sanitarie non prevedono questo utilizzo. In Italia l’offerta pubblica segue l’età e le condizioni di rischio stabilite dal calendario vaccinale. Il possibile effetto cognitivo resta oggetto di ricerca e, da solo, non costituisce ancora un’indicazione medica riconosciuta.

    Il vaccino ricombinante è autorizzato a partire dai 50 anni e dai 18 anni per chi presenta un rischio maggiore di herpes zoster. Accesso, gratuità e modalità di prenotazione dipendono dalla situazione personale e dall’organizzazione sanitaria regionale.

  2. Precedenti

    Chi ha già avuto il Fuoco di Sant’Antonio può comunque vaccinarsi?

    Sì, perché l’herpes zoster può comparire più di una volta. Un episodio precedente non assicura una protezione permanente e la vaccinazione può ridurre la probabilità di una nuova riattivazione e delle sue complicazioni.

    La somministrazione viene programmata dopo la risoluzione della fase acuta. Il momento più adatto va concordato con il medico o con il servizio vaccinale, tenendo conto delle condizioni cliniche e delle indicazioni adottate dalla Regione.

  3. Richiamo

    Chi ha ricevuto anni fa Zostavax può essere vaccinato con Shingrix?

    Il precedente vaccino vivo non esclude la successiva somministrazione del preparato ricombinante. Shingrix utilizza una tecnologia diversa e offre una protezione più duratura contro il Fuoco di Sant’Antonio, soprattutto nelle età avanzate.

    L’intervallo tra i due vaccini deve essere valutato dal servizio sanitario. Ricevere dosi aggiuntive al di fuori del calendario con l’obiettivo di aumentare una presunta protezione dalla demenza non è sostenuto dalle prove disponibili.

  4. Fragilità

    Il vaccino può essere somministrato alle persone immunodepresse?

    Il vaccino ricombinante è previsto anche per molte persone con difese immunitarie ridotte. Proprio questi pazienti possono avere un rischio più elevato di herpes zoster e delle sue complicazioni. In Italia l’offerta può partire dai 18 anni in presenza di specifiche condizioni cliniche.

    Il momento della vaccinazione va coordinato con eventuali terapie oncologiche, trapianti o farmaci immunosoppressori. Il medico può scegliere la fase in cui la risposta immunitaria ha maggiori probabilità di risultare efficace.

  5. Cura

    Una persona che ha già l’Alzheimer può ricevere il vaccino come trattamento?

    Il vaccino non è una terapia approvata contro l’Alzheimer. Alcune ricerche preliminari hanno osservato una progressione più lenta della demenza tra persone vaccinate, ma questi risultati devono essere confermati attraverso studi clinici progettati appositamente.

    Una diagnosi di demenza, da sola, non impedisce necessariamente la vaccinazione contro l’herpes zoster. La decisione riguarda però la prevenzione del Fuoco di Sant’Antonio e va presa con il medico considerando salute generale, terapie e capacità di esprimere il consenso.

Risposte elaborate e verificate dalla redazione di GiornaleTecnologico.net sulla base delle fonti indicate nell’articolo.

La prova decisiva sarà difficile da costruire

Per chiudere il cerchio servirebbe seguire migliaia di persone per anni, distinguere Alzheimer, demenza vascolare e altre forme, misurare memoria, attenzione e autonomia, affiancando ai test cognitivi i biomarcatori. C’è però un ostacolo: il vaccino anti-zoster protegge già da una malattia dolorosa e dalla nevralgia post-erpetica, una complicazione capace di durare mesi o anni. Lasciare senza vaccinazione un gruppo di persone alle quali il preparato è raccomandato porrebbe un problema etico.

Una soluzione potrebbe arrivare dal confronto tra vaccini diversi, dai tempi di somministrazione o da programmi sanitari introdotti gradualmente. Gli studi di laboratorio dovranno intanto capire quanto pesino il controllo del virus e l’azione dell’adiuvante. Anche la definizione dell’esito richiederà attenzione. Lo studio gallese ha riunito tutte le diagnosi di demenza riportate nelle cartelle cliniche e nei certificati di morte. Una sperimentazione costruita appositamente dovrà stabilire se la protezione riguarda tutte le forme oppure soltanto alcune.

In Italia il vaccino è già previsto a 65 anni

Il vaccino contro l’herpes zoster fa parte del Calendario nazionale vaccinale italiano. L’offerta attiva riguarda ogni anno la coorte dei 65enni e, a partire dai 18 anni, le persone esposte a un rischio maggiore per determinate patologie o terapie. Chiamate e recupero delle coorti possono cambiare tra Regioni e aziende sanitarie.

Il preparato ricombinante adiuvato viene somministrato normalmente in due dosi. Dolore o gonfiore nel punto dell’iniezione, stanchezza, mal di testa, dolori muscolari, brividi e febbre sono tra le reazioni più comuni. Medico e servizio vaccinale possono valutare ogni situazione in base alle condizioni di salute e alle terapie seguite.

Per il momento l’indicazione riguarda il Fuoco di Sant’Antonio e le sue complicazioni. La possibile protezione cognitiva resta un beneficio da verificare, non una ragione per utilizzare il vaccino come cura dell’Alzheimer.

In Italia la posta in gioco è alta. L’Istituto superiore di sanità stima circa 1,2 milioni di persone con demenza e altre 950 mila con deterioramento cognitivo lieve. Dietro quei numeri ci sono famiglie che sostengono gran parte dell’assistenza quotidiana, spesso per anni.

Note per i lettori

Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituiscono in alcun modo parere medico o prescrizione. Prima di intraprendere qualsiasi terapia o integrazione, è necessario consultare il proprio medico curante.

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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