Il vaccino contro il fuoco di Sant’Antonio rallenta l’invecchiamento biologico

Uno studio su 3800 anziani mostra un’associazione tra immunizzazione e migliori indicatori molecolari legati all’età, con benefici che persistono nel tempo

Negli ultimi anni il dibattito scientifico sui vaccini si è progressivamente allargato oltre il loro ruolo classico di prevenzione delle malattie infettive. Accanto alla protezione diretta contro virus e batteri, diversi studi hanno iniziato a suggerire effetti indiretti e di lungo periodo, in particolare sul funzionamento del sistema immunitario e sui processi di invecchiamento. In questo filone si inserisce un nuovo studio condotto dalla School of Gerontology della University of Southern California, che ha analizzato il legame tra vaccinazione contro l’Herpes zoster e invecchiamento biologico negli anziani. I risultati indicano che le persone vaccinate mostrano, in media, segni biologici compatibili con un organismo più “giovane” rispetto ai coetanei non vaccinati.

Non si tratta di un ringiovanimento in senso stretto, ma di un rallentamento dei processi biologici che accompagnano l’avanzare dell’età. Un dato che rafforza osservazioni precedenti su vaccini influenzali e anti-zoster, già associati in passato a un minor rischio di demenza e declino cognitivo.

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Cos’è l’Herpes zoster e perché colpisce gli anziani

L’Herpes zoster, noto comunemente come fuoco di Sant’Antonio, è una malattia infettiva caratterizzata da eruzioni cutanee dolorose, spesso accompagnate da un dolore intenso e persistente.

La causa è la riattivazione del virus Varicella-Zoster, lo stesso responsabile della varicella, che viene solitamente contratta durante l’infanzia. Anche dopo la guarigione, il virus non scompare del tutto, ma resta silente nei gangli del sistema nervoso.

Con l’avanzare dell’età, o in presenza di patologie croniche e indebolimento del sistema immunitario, il virus può riattivarsi anche dopo decenni. Il risultato è una patologia raramente mortale, ma potenzialmente molto invalidante, soprattutto negli anziani, per il dolore acuto e per le possibili complicanze neurologiche.

Secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità, una persona su dieci svilupperà un episodio di Herpes zoster nel corso della vita. Per questo la vaccinazione è raccomandata a partire dai 50 anni e fortemente indicata negli over 65.

Lo studio: metodo e popolazione analizzata

Il team statunitense ha analizzato i dati di oltre 3.800 cittadini americani che nel 2016 avevano più di 70 anni. Le informazioni provengono dall’Health and Retirement Study, un grande database longitudinale considerato rappresentativo della popolazione anziana degli Stati Uniti.

I ricercatori hanno confrontato individui vaccinati e non vaccinati contro l’Herpes zoster, misurando una serie di indicatori biologici legati all’invecchiamento. L’obiettivo non era valutare l’incidenza della malattia, ma osservare se la vaccinazione potesse essere associata a differenze nei meccanismi biologici dell’età.

L’analisi ha tenuto conto di numerosi fattori confondenti, come condizioni di salute pregresse, stile di vita e parametri socio-demografici, per ridurre il rischio di distorsioni nei risultati.

I sette parametri dell’invecchiamento biologico

Lo studio ha preso in esame sette parametri chiave, considerati oggi tra i più affidabili per descrivere l’invecchiamento biologico:

  • infiammazione cronica di basso grado,
  • funzionamento dell’immunità innata e adattativa,
  • emodinamica cardiovascolare,
  • marcatori di neurodegenerazione,
  • invecchiamento epigenetico,
  • invecchiamento trascrittomico,
  • un punteggio composito che integra tutti gli indicatori.

Questi parametri permettono di stimare quanto rapidamente l’organismo stia invecchiando a livello molecolare e cellulare, indipendentemente dall’età anagrafica. Due persone con la stessa età, infatti, possono presentare profili biologici molto diversi.

Invecchiamento più lento nei soggetti vaccinati

Dall’analisi dei dati emerge un quadro coerente: i soggetti vaccinati contro l’Herpes zoster presentano punteggi migliori in tutti e sette i parametri.

Le differenze risultano particolarmente marcate per l’infiammazione sistemica, per l’invecchiamento epigenetico e per il punteggio biologico complessivo. In termini pratici, questo significa che, a parità di età, i vaccinati mostrano un organismo biologicamente più “lento” nel suo processo di deterioramento.

Gli effetti risultano osservabili anche a distanza di quattro o più anni dalla vaccinazione, suggerendo che l’impatto non sia transitorio ma potenzialmente duraturo. Un dato che rafforza l’ipotesi di un’azione profonda sul sistema immunitario.

Il ruolo chiave dell’infiammazione cronica

Secondo gli autori dello studio, uno dei meccanismi centrali potrebbe essere la riduzione della cosiddetta infiammazione cronica di basso livello, un fenomeno noto come inflammaging.

“L’infiammazione cronica di basso grado è nota per contribuire a molte condizioni legate all’età, tra cui malattie cardiovascolari, fragilità e declino cognitivo”, spiegano i ricercatori.

In questo contesto, il vaccino anti-zoster, prevenendo la riattivazione del virus e modulando la risposta immunitaria, potrebbe ridurre uno dei principali motori biologici dell’invecchiamento. Non si tratta quindi solo di evitare una malattia dolorosa, ma di limitare uno stress infiammatorio persistente che accelera il deterioramento dell’organismo.

Collegamenti con demenza e declino cognitivo

Questi risultati si inseriscono in un quadro più ampio di ricerche che, negli ultimi anni, hanno osservato un’associazione tra vaccinazioni e minor rischio di demenza. Studi precedenti avevano già suggerito che vaccini come quello antinfluenzale o anti-Herpes zoster potessero essere correlati a una riduzione dell’incidenza di alcune forme di declino cognitivo.

Il nuovo studio non dimostra un effetto diretto sulla demenza, ma rafforza l’ipotesi che un sistema immunitario meno infiammato e più stabile nel tempo possa proteggere indirettamente anche il cervello.

Limiti dello studio e cautela scientifica

Gli stessi autori invitano alla prudenza. Lo studio è di tipo osservazionale e non può dimostrare un rapporto di causa-effetto diretto. “Sono necessari ulteriori studi, anche sperimentali, per confermare questi risultati e chiarire i meccanismi biologici coinvolti”, precisano i ricercatori.

Resta inoltre possibile che le persone che scelgono di vaccinarsi abbiano, in media, uno stato di salute migliore o stili di vita più favorevoli. Tuttavia, la coerenza dei dati e la durata degli effetti osservati rendono l’ipotesi biologica plausibile.

Vaccini e invecchiamento sano: uno scenario futuro

Se confermati, questi risultati potrebbero avere implicazioni importanti per la medicina preventiva e per le politiche sanitarie rivolte agli anziani. I vaccini potrebbero essere considerati non solo come strumenti di protezione contro specifiche infezioni, ma anche come interventi capaci di modulare l’invecchiamento biologico. Un cambio di prospettiva che apre la strada a nuove strategie per promuovere un invecchiamento più sano e ridurre il peso delle malattie croniche legate all’età.

A cura della Redazione GTNews

Link utili:
Herpes zoster: cos’è? come evitarlo e trattarlo – ISSalute

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