La nuova mappa delle risorse nazionali riapre un dossier rimasto fermo per decenni. Per Corrado Baccani, esperto di materie prime critiche, il Paese deve recuperare competenze, industria di trasformazione e capacità di valorizzare anche gli scarti
L’Italia torna a guardare al proprio sottosuolo mentre terre rare e materie prime critiche diventano decisive per industria, energia, tecnologia e sicurezza economica. Il governo ha riaperto il dossier miniere partendo dalla mappatura dei siti, dalle aree dismesse e dai materiali recuperabili dagli scarti industriali. Il tema è stato rilanciato anche da Corrado Baccani, esperto di terre rare, che in un’intervista a Quotidiano.net ha contestato l’idea di un Paese povero di risorse minerarie. La sfida, secondo questa lettura, non riguarda solo nuove estrazioni, ma filiere corte, competenze tecniche, recupero e trasformazione. La Sardegna, con il caso Buddusò e i graniti ricchi di allanite, entra nella partita come possibile laboratorio. Il progetto Aurora punta a valorizzare gli scarti granitici per ottenere feldspato e concentrare terre rare, aprendo una strada italiana all’economia circolare industriale.

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L’Italia torna a guardare al proprio sottosuolo mentre terre rare e materie prime critiche diventano uno dei nodi centrali della competizione globale. Motori elettrici, batterie, turbine eoliche, elettronica avanzata, difesa, semiconduttori e molte produzioni manifatturiere dipendono da materiali esposti a rischi di approvvigionamento. Per un Paese con una manifattura sviluppata e una forte dipendenza dalle importazioni, la questione riguarda industria, energia, tecnologia e sicurezza economica.
Il governo ha riaperto il dossier miniere partendo dalla mappatura del potenziale nazionale. La prima fase riguarda il censimento dei siti esistenti, delle aree dismesse, dei giacimenti storici e dei materiali recuperabili dai residui industriali. La partita italiana comincia quindi dalla conoscenza reale delle risorse disponibili e dalla capacità di trasformarle in valore attraverso ricerca, impianti pilota e filiere produttive.
Il quadro europeo spinge nella stessa direzione. Il Critical Raw Materials Act fissa per il 2030 obiettivi comuni lungo la catena del valore, con almeno il 10% del consumo annuo dell’Unione coperto da estrazione interna, il 40% dalla trasformazione e il 25% dal riciclo. Il regolamento prevede anche che, per ciascuna materia prima strategica, la dipendenza da un singolo Paese terzo resti sotto il 65%. L’Italia entra in questa fase con 76 miniere attive, ma solo 22 riferite a materiali presenti nell’elenco europeo delle materie prime critiche, in particolare feldspato e fluorite.
Il tema è stato affrontato anche da Corrado Baccani, esperto di terre rare e già consulente del ministero delle Imprese e del Made in Italy in occasione della pubblicazione del documento “Made in Italy 2030. Il Libro bianco per una nuova strategia industriale”. In un’intervista firmata da Maddalena De Franchis e pubblicata su Quotidiano.net, Baccani ha contestato l’idea di un’Italia strutturalmente povera di risorse minerarie e ha indicato nella ricostruzione delle competenze il punto da cui ripartire.
Indice
- 1 L’Italia è davvero povera di risorse minerarie?
- 2 Perché le materie prime critiche sono decisive per l’industria?
- 3 Che cosa significa costruire una filiera corta?
- 4 Come possono gli scarti diventare una risorsa?
- 5 Perché la Sardegna entra nella partita delle terre rare?
- 6 Che cosa prevede il progetto Aurora?
- 7 Quale ruolo può avere l’Italia nella corsa globale?
L’Italia è davvero povera di risorse minerarie?
La convinzione che l’Italia sia povera di materie prime critiche viene considerata da Baccani un errore culturale con effetti industriali concreti. Secondo l’esperto, dagli anni Novanta questa idea ha favorito l’abbandono progressivo di competenze estrattive, metallurgiche e chimiche, indebolendo settori che in passato erano collegati tra loro.
«La convinzione per cui il nostro Paese sia povero di materie prime critiche è infondata e dannosa. Dagli anni Novanta in poi ha favorito la disgregazione della filiera integrata estrattiva, metallurgica e chimica, causando l’indebolimento dei singoli settori industriali», ha spiegato Baccani nell’intervista a Quotidiano.net.
La sua analisi richiama una storia spesso rimossa dal dibattito pubblico. L’Italia ha avuto una civiltà mineraria antica, dalle colline metallifere alla costa occidentale della Sardegna, fino agli ordinamenti minerari medievali. Una parte di quel patrimonio è stata conservata in musei, archivi e geoparchi, mentre la dimensione industriale si è progressivamente ridotta.
Il punto, oggi, riguarda il recupero di una cultura tecnica. Senza geologi, chimici, metallurgisti, impiantisti, tecnici ambientali e imprese capaci di lavorare insieme, la risorsa resta un dato sulla carta. La mappatura del sottosuolo diventa utile solo quando si collega a processi di trasformazione, autorizzazioni chiare, investimenti e sbocchi manifatturieri.
Perché le materie prime critiche sono decisive per l’industria?
Le materie prime critiche sono materiali essenziali per tecnologie strategiche e difficili da sostituire nel breve periodo. Le terre rare ne rappresentano una parte importante, soprattutto per magneti permanenti, motori elettrici, turbine eoliche, elettronica e applicazioni militari. Il quadro comprende anche litio, cobalto, tungsteno, fluorite, grafite, rame e altri elementi indispensabili alla transizione digitale ed energetica.
Per l’Italia il tema è particolarmente sensibile perché molte imprese usano componenti e semilavorati che incorporano questi materiali. Un blocco delle forniture, una stretta all’export o un aumento improvviso dei prezzi può colpire comparti molto diversi, dall’automotive alla ceramica, dalla meccanica di precisione all’elettronica.
La sicurezza delle materie prime diventa così una forma di politica industriale. In questa prospettiva, Baccani indica la necessità di costruire distretti e filiere verticali.
«La priorità è creare distretti, rete di competenze, filiere verticali che si avvalgono di figure professionali altamente qualificate, partendo dall’estrazione dei minerali e arrivando alla trasformazione in prodotti pronti all’uso, destinati ai vari settori manifatturieri», ha affermato.
Che cosa significa costruire una filiera corta?
Una filiera corta delle materie prime critiche unisce risorsa, trattamento, trasformazione e utilizzo industriale riducendo passaggi intermedi e dipendenze esterne. Nel caso italiano, questo significa avvicinare geologia, chimica, metallurgia, università, centri di ricerca, imprese e distretti produttivi. Il valore economico nasce soprattutto nella trasformazione. Estrarre o recuperare un materiale rappresenta solo il primo passaggio. La parte decisiva consiste nel separarlo, concentrarlo, qualificarlo e renderlo utilizzabile dalle imprese che producono componenti, materiali avanzati o tecnologie finali.
«L’integrazione delle competenze in una filiera il più possibile corta è il processo che meglio si addice alla conformazione del nostro territorio e al Dna del nostro tessuto produttivo», ha sottolineato Baccani.
Questa impostazione sposta il dibattito dalle vecchie miniere alla costruzione di un ecosistema industriale. La domanda diventa quali materiali siano disponibili, quali tecnologie servano per recuperarli, quali processi possano reggere sul piano economico e quali territori possano ospitare attività compatibili con ambiente, paesaggio e comunità locali.
Come possono gli scarti diventare una risorsa?
Uno dei passaggi più concreti riguarda il recupero dai residui minerari e manifatturieri. Baccani cita il caso degli scarti dell’industria del granito, dove possono essere presenti minerali utili oggi trattati come materiali di scarto.
«Negli scarti minerari dell’attività manifatturiera tradizionale sono spesso presenti alcuni minerali critici. Ad esempio, dagli scarti provenienti dall’industria del granito si può ricavare la biotite», ha osservato.
La biotite può funzionare come vettore per la concentrazione di terre rare. Gli scarti granitici possono inoltre essere valorizzati con un doppio recupero. Da una parte si può ottenere feldspato, destinato all’industria del vetro e della ceramica. Dall’altra si può separare la biotite, aprendo la strada a processi legati alle materie prime critiche.
Questa logica aggiorna il concetto di attività mineraria. Il recupero riguarda anche materiali già estratti, lavorati o accumulati. Si riduce la quantità di residui e si crea una possibile fonte interna per settori industriali oggi esposti alle forniture estere.
Perché la Sardegna entra nella partita delle terre rare?
La Sardegna è uno dei territori da osservare con maggiore attenzione per il legame tra cave storiche, graniti e recupero di materiali strategici. Il caso più citato riguarda l’area di Buddusò, in Gallura, dove gli studi dell’Università di Ferrara hanno segnalato nei graniti la presenza di allanite, un minerale ricco di terre rare leggere come lantanio, cerio, praseodimio, samario e neodimio.
La ricerca indica che i graniti locali sono composti in larga parte da quarzo e feldspati, materiali già utilizzati nell’industria del vetro e della ceramica, e possono contenere anche percentuali significative di allanite. Il dato va letto come potenziale da verificare sul piano industriale, più che come produzione già attiva di terre rare.
Il punto industriale riguarda soprattutto ciò che è già stato estratto, lavorato o accumulato come scarto. Le cave galluresi e i residui della lavorazione del granito potrebbero diventare un banco di prova per una strategia italiana fondata su recupero, separazione selettiva e valorizzazione di materiali critici. La Sardegna entra così nella partita per la sua storia mineraria e per la possibilità di trasformare una parte dei residui lapidei in una risorsa utile alle filiere europee.
Che cosa prevede il progetto Aurora?
Il progetto Aurora, sviluppato da Baccani con un partner industriale, nasce dalla valorizzazione degli scarti granitici. L’obiettivo è dimostrare la fattibilità di un sistema capace di produrre materiali avanzati basati su materie prime critiche, già pronti per l’impiego nei settori industriali finali. Il progetto è candidato ai programmi europei dedicati alle Critical Raw Materials.
«Gli scarti granitici possono essere valorizzati attraverso un doppio recupero. Da un lato, la produzione di feldspato, destinato all’industria del vetro e della ceramica. Dall’altro, la separazione della biotite, che costituisce un vettore per la concentrazione di terre rare. Questo processo è alla base del progetto Aurora», ha raccontato Baccani.
Il progetto è significativo perché mostra una via praticabile per l’Italia. La risorsa viene cercata anche nei flussi industriali esistenti, con un approccio vicino all’economia circolare. La sostenibilità, in questo caso, dipende da recupero, tracciabilità, riduzione degli scarti, controllo degli impatti e integrazione con le attività già presenti nei territori.
Quale ruolo può avere l’Italia nella corsa globale?
L’Italia può giocare una partita diversa da quella dei grandi Paesi estrattori. Il suo spazio è nella mappatura intelligente, nel recupero di materiali secondari, nella trasformazione, nel riciclo tecnologico e nella produzione di materiali avanzati per filiere manifatturiere già presenti sul territorio. Questa prospettiva evita due semplificazioni. La prima è pensare che basti riaprire vecchie miniere per risolvere il problema. La seconda è accettare una dipendenza permanente dalle importazioni. Tra questi due estremi c’è una strategia più realistica, basata su progetti selettivi, competenze specialistiche, impianti dimostrativi, accordi di filiera e investimenti mirati.
Link utili:
Commissione europea – European Critical Raw Materials Act
EUR-Lex – Regolamento Ue 2024/1252 sulle materie prime critiche
ISPRA – Materie prime critiche, quali sono e dove si trovano in Italia
Portale Georisorse minerarie d’Italia
Note per i lettori
Terre rare, l’Italia rientra nella partita partendo dagli scarti minerari - Immagine realizzata con l'ausilio dell'IA
