Incantesimi magici, messaggi al re e conti per la birra: in Danimarca riemergono tavolette di 4.500 anni fa

Il progetto Hidden Treasures rende accessibili 241 iscrizioni cuneiformi, oltre cento finora inedite, tra medicina, politica e vita quotidiana

LA NOTIZIA IN BREVE – L’Università di Copenaghen e il Museo Nazionale della Danimarca hanno catalogato e digitalizzato 241 reperti cuneiformi, alcuni risalenti a circa 4.500 anni fa, rendendo accessibili oltre cento manoscritti finora inediti. Le tavolette, conservate da decenni nelle collezioni danesi, raccontano la vita politica, religiosa ed economica delle antiche civiltà del Vicino Oriente attraverso incantesimi, testi medici, lettere diplomatiche, liste di sovrani e registri amministrativi.

Tra i documenti più rari compare un rituale anti-stregoneria proveniente da Hama, nell’attuale Siria, destinato a proteggere il re assiro da congiure, disordini e presagi negativi. La sua presenza lontano dai grandi centri imperiali mostra come formule magiche e conoscenze mediche circolassero anche nelle regioni periferiche. La raccolta comprende inoltre testi provenienti da Tell Shemshara, nel nord dell’Iraq, con la corrispondenza tra il capo locale Kuwari e il sovrano Shamshi-Adad, oltre a una copia della Lista reale sumerica e a una ricevuta per la birra. Un dettaglio apparentemente quotidiano che documenta il ruolo economico e alimentare della bevanda nella Mesopotamia antica.

Il progetto Hidden Treasures trasforma così una collezione museale frammentata in un archivio digitale verificabile, utile per confrontare iscrizioni, ricostruire la circolazione del sapere e proteggere reperti fragili. La vera scoperta non consiste nel ritrovamento delle tavolette, ma nella restituzione scientifica delle informazioni rimaste nascoste sulla loro superficie.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento:

L’APPROFONDIMENTO – Un rituale contro la stregoneria destinato a proteggere il re assiro, lettere politiche, prescrizioni mediche, liste di sovrani e una ricevuta per la birra. L’Università di Copenaghen e il Museo Nazionale della Danimarca hanno completato l’analisi e la digitalizzazione di 241 oggetti con iscrizioni cuneiformi, alcuni vecchi di circa 4.500 anni. Stando a quanto spiegato dai ricercatori non si tratta di una scoperta ma di una riscoperta scientifica che nasce all’interno delle collezioni museali: il progetto Hidden Treasures ha riunito, identificato e pubblicato materiali conservati in Danimarca da oltre un secolo, rendendo accessibili anche più di cento manoscritti finora inediti. Il risultato offre nuovi dati sulla circolazione delle conoscenze, sull’amministrazione delle prime società urbane e sul rapporto fra religione e autorità politica nel Vicino Oriente antico.

Che cosa è riemerso in Danimarca?

Le tavolette cuneiformi hanno trascorso decenni nei depositi del Museo Nazionale danese. Alcune provenivano dagli scavi condotti a Hama, in Siria, negli anni Trenta del Novecento; altre arrivavano da Tell Shemshara, nel nord dell’attuale Iraq, dove gli archeologi danesi lavorarono nel 1957. Donazioni, acquisti e trasferimenti istituzionali ampliarono poi la raccolta con reperti originari anche dell’Iran e di altre aree della Mesopotamia. Nel 1939 l’assiriologo Thorkild Jacobsen donò al museo un nucleo particolarmente consistente.

Il progetto Hidden Treasures ha affrontato per la prima volta l’intera collezione come un unico corpus. Sette specialisti hanno esaminato 241 reperti iscritti, collocandoli nel tempo, identificandone lingua e genere testuale, trascrivendo i segni leggibili e collegando fotografie, descrizioni e dati bibliografici. Il catalogo del 2026, Cuneiform Texts in the National Museum of Denmark, copre un arco che va dalla metà del terzo millennio alla fine del primo millennio a.C. e comprende documenti economici, giuridici, amministrativi, religiosi, letterari e medici.

La notizia, dunque, riguarda soprattutto un cambiamento di conoscenza. Gli oggetti occupavano già gli scaffali del museo; mancava una lettura complessiva capace di trasformarli in un archivio interrogabile. Il tesoro nascosto non coincide soltanto con l’argilla, ma con le informazioni rimaste frammentate intorno a essa.

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Quale metodo hanno seguito i ricercatori?

L’assiriologia combina filologia, archeologia, storia, linguistica e studio materiale dei reperti. In questo caso il “campione” coincide con l’intera raccolta museale di 241 oggetti, anziché con una selezione sperimentale. Il lavoro non prevede gruppi di controllo, significatività statistica o misure dell’effetto, strumenti propri delle scienze sperimentali. Produce risultati attraverso il confronto sistematico tra segni, lingue, formule, grafie, cronologie, provenienze e testi paralleli conservati in altre collezioni.

Gli specialisti illuminano la superficie con una luce radente, così che le ombre rendano visibili i cunei impressi nell’argilla. Disegnano poi a mano una “copia” dell’iscrizione, distinguono i segni, propongono una traslitterazione nei caratteri moderni e ricostruiscono le parole. Il passaggio richiede esperienza perché un segno può indicare un suono, una parola intera o una categoria semantica. Gli scribi scrivevano senza separare le parole, anche se organizzavano il testo in righe e procedevano generalmente da sinistra verso destra.

Le fratture, le abrasioni e le porzioni mancanti introducono un margine di incertezza che gli studiosi segnalano attraverso parentesi, punti interrogativi e diverse convenzioni editoriali. La lettura nasce quindi da un processo verificabile, ma conserva una componente interpretativa: un secondo assiriologo può proporre un’identificazione differente, soprattutto quando restano pochi cunei o il contesto archeologico risulta incompleto.

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Come funzionava la scrittura cuneiforme?

Le popolazioni dell’area mesopotamica iniziarono a imprimere segni nell’argilla circa 5.200 anni fa. Uno stilo, spesso ricavato da una canna, lasciava piccoli tratti triangolari o allungati simili a cunei. Da questa forma deriva il termine cuneiforme. Il sistema nacque nel contesto delle prime società urbane e accompagnò per oltre tre millenni lingue diverse, fra cui il sumerico e l’accadico.

La scrittura rispondeva anzitutto a un’esigenza concreta: registrare quantità, lavoratori, bestiame, terreni, razioni, consegne e obblighi. Le città crescevano, i templi amministravano patrimoni, i palazzi riscuotevano tributi e le autorità coordinavano territori sempre più vasti. L’argilla trasformò la memoria orale in un sistema esterno, replicabile e relativamente durevole.

Con il tempo, gli scribi usarono la stessa tecnologia per fissare preghiere, diagnosi, rituali, presagi, esercizi scolastici, corrispondenza diplomatica e opere letterarie. Lo strumento che contava le merci diventò anche il supporto con cui una società spiegava la malattia, legittimava il potere e immaginava l’immortalità.

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Perché il rituale di Hama cambia la geografia del sapere?

Uno dei documenti più rilevanti proviene da Hama, città dell’attuale Siria. Una spedizione danese scavò il sito fra il 1931 e il 1938. Nel 720 a.C. l’esercito assiro conquistò e saccheggiò la città, portando parte del bottino ad Assur. Alcune tavolette rimasero nelle rovine di quello che Troels Pank Arbøll interpreta come il residuo di una biblioteca templare.

Tra questi materiali compare un rituale anti-witchcraft, cioè contro l’azione attribuita alla stregoneria. La cerimonia occupava un’intera notte: un esorcista recitava formule codificate mentre bruciava piccole figure di cera e argilla. Il rito mirava a neutralizzare eventi funesti diretti contro il sovrano, compresi disordini, congiure e instabilità politica. Nella cultura assira la magia costituiva un sapere tecnico, affidato a specialisti, e partecipava alla protezione del corpo del re e dell’ordine imperiale.

Il contenuto conta soprattutto per il luogo in cui gli archeologi lo hanno trovato. Gli studiosi collegavano rituali di questo livello ai centri politici e culturali dell’Assiria e della Babilonia. Hama occupava invece la periferia occidentale dell’impero. Il manoscritto documenta quindi il viaggio delle conoscenze: scribi, sacerdoti e amministratori copiavano e adattavano testi anche lontano dalle capitali.

La monografia di Arbøll, pubblicata nel 2023 dalla Royal Danish Academy of Sciences and Letters e sottoposta a revisione scientifica, esamina 20 tavolette e oggetti iscritti provenienti dagli scavi di Hama. Il corpus comprende corrispondenza politica, ricette mediche, formule magiche e presagi legati alle nascite. Secondo l’autore, questi testi impongono di rivedere l’idea di un sapere cuneiforme concentrato esclusivamente nei grandi centri della Mesopotamia.

La lista regale dimostra che Gilgamesh è esistito?

La collezione comprende anche una copia della Lista reale sumerica, una composizione che collega dinastie storiche a sovrani collocati prima del Diluvio. La tavoletta danese aveva probabilmente una funzione scolastica e cita re della fine del terzo millennio a.C. La comunicazione dell’Università di Copenaghen ricorda che altre copie della stessa tradizione nominano Gilgamesh, il sovrano di Uruk protagonista della celebre epopea.

Il passaggio richiede tuttavia cautela. La tavoletta danese, secondo la descrizione pubblica, non contiene necessariamente il nome di Gilgamesh: appartiene allo stesso genere testuale delle copie che lo includono. Inoltre, la Lista reale fonde storia, teologia e propaganda, presentando come successive dinastie che in alcuni casi governarono contemporaneamente e attribuendo ai sovrani più antichi regni di durata irreale. Il Metropolitan Museum descrive infatti la composizione come una rappresentazione idealizzata del trasferimento del potere fra città e dinastie.

Il documento sostiene quindi una conclusione più circoscritta: le scuole scribali trasmettevano una tradizione che collocava Gilgamesh fra i sovrani del passato. Il British Museum considera plausibile che dietro il personaggio letterario vi fosse un re vissuto agli inizi del terzo millennio a.C., ma gli studiosi continuano a distinguere questa possibilità dalla prova archeologica della sua esistenza.

Che cosa raccontano le lettere di Tell Shemshara?

A Tell Shemshara gli archeologi danesi recuperarono un archivio politico risalente a circa il 1800 a.C.. Le lettere documentano i rapporti fra Kuwari, capo locale di una regione montuosa, e Shamshi-Adad, sovrano amorreo-assiro impegnato ad ampliare e controllare il proprio regno. Accanto alla corrispondenza compaiono documenti amministrativi che registrano personale, beni e attività economiche.

Questi testi portano il lettore dentro il funzionamento quotidiano del governo. Il sovrano impartiva ordini, chiedeva informazioni, controllava gli spostamenti delle popolazioni e richiamava i funzionari alle loro responsabilità. Uno scriba trasformava la dettatura in argilla; un messaggero trasportava la tavoletta; un altro funzionario leggeva o faceva leggere il contenuto al destinatario.

L’archivio mostra che il potere antico dipendeva da reti informative, tempi di consegna e registri affidabili. Le tavolette agivano come lettere, ricevute e database portatili. L’argilla garantiva una memoria materiale più lenta della comunicazione digitale, ma capace di sopravvivere per millenni.

Perché una ricevuta di birra ha valore scientifico?

Nel catalogo compare anche un’antica registrazione relativa alla birra. Il comunicato dell’Università di Copenaghen la descrive come una ricevuta, senza fornire nella scheda divulgativa quantità, destinatario o circostanze precise. Questo limite sconsiglia di trasformarla nella “prima ricevuta di birra della storia” o in un primato archeologico che le fonti scientifiche consultate non dichiarano.

Il documento conserva comunque un valore storico sostanziale. In Mesopotamia la birra rientrava nei sistemi alimentari, nelle razioni di lavoro, nei culti e negli scambi economici. Annotarne la distribuzione significava contabilizzare una risorsa, assegnare una prestazione o certificare una consegna. La tavoletta illumina quindi il livello più ordinario della società, quello che i testi celebrativi tendono a lasciare nell’ombra.

Una ricevuta isolata racconta poco; centinaia o migliaia di documenti confrontabili permettono di ricostruire prezzi relativi, mestieri, strutture produttive, stagionalità e organizzazione del lavoro. La burocrazia diventa interessante quando smette di apparire come una scartoffia e comincia a formare una serie storica.

Qual è il vero risultato scientifico del progetto?

Il risultato principale coincide con la costruzione di un corpus completo, identificato e consultabile. I ricercatori hanno trasformato una raccolta eterogenea in una base documentaria che altri studiosi possono controllare, confrontare e correggere. Il catalogo attribuisce a ogni oggetto un’identità, una cronologia, una lingua, un genere e una bibliografia; le immagini digitali riducono la necessità di manipolare reperti fragili.

La pubblicazione di oltre cento manoscritti inediti amplia il numero di fonti disponibili, ma il valore varia da tavoletta a tavoletta. Alcuni testi aggiungono nuove testimonianze a formule già conosciute; altri documentano generi rari in aree scarsamente rappresentate, come Hama. La forza del progetto nasce dalla combinazione fra singole letture e visione d’insieme.

Il lavoro ha già prodotto studi dedicati. Nel 2024 il Cuneiform Digital Library Bulletin ha pubblicato, per esempio, l’analisi della tavoletta NMC 10098, una lista lessicale paleobabilonese in sumerico dedicata ad animali e tagli di carne. Del reperto sopravvive circa il 40%; proprio le lacune mostrano come gli assiriologi distinguano ciò che leggono con sicurezza da ciò che ricostruiscono per confronto.

Quali limiti accompagnano la ricerca?

Il primo limite riguarda la natura del corpus. 241 oggetti rappresentano l’intera collezione danese, non l’intera produzione cuneiforme del Vicino Oriente. Le conclusioni sulla società mesopotamica richiedono quindi il confronto con centinaia di migliaia di iscrizioni conservate in musei e archivi internazionali. La raccolta danese riflette inoltre la storia delle spedizioni, delle donazioni e degli interessi degli studiosi che l’hanno costruita.

Il secondo limite riguarda la provenienza. Gli scavi di Hama e Tell Shemshara forniscono contesti archeologici documentati; alcuni oggetti acquisiti attraverso il mercato antiquario conservano invece informazioni parziali. La tavoletta NMC 10098, per esempio, entrò nella raccolta tramite una donazione di Thorkild Jacobsen, che l’aveva acquistata da un antiquario di Baghdad negli anni Trenta; il luogo esatto del ritrovamento resta sconosciuto. L’assenza del contesto riduce la precisione con cui gli studiosi possono collegare il testo a una scuola, una città o un edificio.

Anche il conteggio dei materiali di Hama richiede trasparenza. La pagina generale del progetto indica circa 9 manoscritti conservati nel museo; la descrizione del sottoprogetto cita 17 tavolette; la monografia del 2023 prende in esame 20 tavolette e oggetti iscritti provenienti dagli scavi. Le cifre possono riflettere unità diverse — manoscritti, frammenti, sigilli o intero corpus di scavo — ma le pagine pubbliche non esplicitano completamente la riconciliazione. La comunicazione scientifica dovrebbe quindi indicare ogni volta che cosa conta.

Infine, il comunicato universitario racconta i risultati, mentre la verifica accademica poggia sul catalogo, sulle monografie e sugli articoli specialistici. La fonte divulgativa non sostituisce la revisione scientifica. Nelle pagine istituzionali consultate al 21 luglio 2026 non compaiono errata o correzioni formali riferite al catalogo; nuove letture potranno comunque modificare singole traslitterazioni o interpretazioni.

Chi ha guidato il lavoro e chi lo ha finanziato?

Il progetto ha coinvolto il Dipartimento di studi interculturali e regionali dell’Università di Copenaghen e il Museo Nazionale della Danimarca. Nicole Brisch, oggi docente di Assiriologia all’Università di Amburgo, ha svolto il ruolo di responsabile scientifica; Anne Haslund Hansen, curatrice e ricercatrice senior del Museo Nazionale, ha operato come co-responsabile. Jacob Dahl, professore di Assiriologia a Oxford, ha collaborato al progetto.

Il catalogo del 2026 porta le firme di Troels Pank Arbøll, Nicole Brisch, Christian Halvgaard, Anne Haslund Hansen, Ulla Koch, Seraina Nett e Rasmus Johan Aarslev. Arbøll, professore associato all’Università di Copenaghen, studia in particolare medicina, magia e conoscenze terapeutiche nella Mesopotamia antica.

Le fonti ufficiali indicano finanziamenti della Carlsberg Foundation, della Augustinus Foundation, della Edubba Foundation e, per il volume finale, dell’Università di Copenaghen. Le schede pubbliche consultate non riportano aziende partner, brevetti o applicazioni commerciali. Il progetto riguarda ricerca filologica, conservazione e accesso al patrimonio; la trasparenza resta affidata alle indicazioni sui finanziatori presenti nelle pagine istituzionali e nel catalogo.

Come si confronta il progetto con le ricerche precedenti?

Gli assiriologi conoscevano già parte della collezione e alcuni testi avevano ricevuto pubblicazioni preliminari. Hidden Treasures introduce però una scala diversa: riunisce l’intero patrimonio, aggiorna le attribuzioni, pubblica i materiali rimasti inediti e collega ogni scheda alla Cuneiform Digital Library Initiative, l’infrastruttura internazionale che aggrega iscrizioni conservate in musei diversi.

La monografia su Hama rappresenta il confronto più importante. La letteratura precedente documentava ampiamente medicina e magia nei grandi centri assiri e babilonesi; il gruppo siriano aggiunge una testimonianza rara dalla periferia occidentale dell’impero. Il risultato sostiene un modello di circolazione del sapere più articolato, nel quale biblioteche locali, scribi e specialisti rituali partecipavano a reti culturali sovraregionali.

Il progetto, invece, non dimostra che tutti i territori dell’impero possedessero biblioteche analoghe né permette di misurare quanto spesso questi rituali venissero realmente eseguiti. Il manoscritto prova la presenza e la conoscenza del testo; l’uso concreto richiede ulteriori indizi archeologici e documentari.

Perché la ricerca interessa anche l’Italia?

L’Italia possiede competenze consolidate nella filologia del Vicino Oriente, nel restauro e nella tutela dei beni archeologici. Il collegamento più concreto riguarda la provenienza e il traffico illecito. Nel luglio 2024 i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale hanno restituito all’Iraq diversi reperti, tra cui quattro frammenti di tavolette con iscrizioni cuneiformi, datati fra il secondo e il primo millennio a.C. Il Nucleo TPC di Cagliari li aveva sequestrati nell’ambito di un procedimento che coinvolgeva un soggetto della provincia di Nuoro; le autorità italiane e irachene ne hanno verificato autenticità e origine.

Il caso mostra il valore operativo dei cataloghi digitali. Fotografie, misure, traslitterazioni, provenienze dichiarate e precedenti passaggi di proprietà possono aiutare musei, forze dell’ordine ed esperti a riconoscere reperti dispersi, confrontare frammenti e ricostruire percorsi collezionistici.

La cooperazione italiana ha già incluso la formazione di specialisti iracheni. L’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro ha organizzato corsi sulla tutela delle tavolette fittili cuneiformi, mentre l’Università Sapienza di Roma ha curato sessioni avanzate di filologia sumero-accadica nell’ambito di un programma Italia-Iraq.

Per le istituzioni italiane, il modello danese suggerisce una priorità concreta: censire integralmente le piccole raccolte, pubblicarne anche i materiali apparentemente ordinari e collegare i dati a infrastrutture internazionali. Un inventario digitale produce ricerca, riduce la manipolazione fisica e rafforza la tutela.

Quali prossimi passi possono aumentare il valore del progetto?

Per aumentare il valore scientifico del progetto servirà anzitutto completare la documentazione digitale, affiancando a ogni scheda immagini ad alta risoluzione, traslitterazioni, traduzioni, bibliografia, dati sulla provenienza, stato di conservazione e grado di incertezza delle letture. Una cronologia delle revisioni consentirebbe inoltre di seguire l’evoluzione delle interpretazioni, conservando traccia delle proposte precedenti.

Il catalogo rappresenta anche un punto di partenza per nuove verifiche filologiche. Specialisti indipendenti potranno riesaminare le iscrizioni, confrontare formule, grafie e nomi propri e cercare in altri musei frammenti appartenenti alle stesse tavolette o agli stessi archivi. La solidità del lavoro emergerà attraverso nuove pubblicazioni, correzioni motivate e collegamenti con documenti affini.

Un altro nodo centrale riguarda la provenienza dei reperti. Il museo dovrà distinguere con precisione i materiali recuperati durante scavi documentati da quelli transitati nel mercato antiquario, rendendo pubbliche le informazioni disponibili e segnalando le lacune. La collaborazione con Iraq, Siria e Iran potrebbe aiutare a ricostruire meglio i contesti originari e ad affrontare eventuali questioni legate alla proprietà, alla restituzione o alla condivisione digitale.

Resta infine la sfida dell’accessibilità. Traduzioni chiare, percorsi tematici e materiali didattici possono mostrare come una prescrizione medica, una lettera irritata o una ricevuta per la birra appartengano alla stessa storia: quella di società capaci di amministrare risorse, trasmettere conoscenze e conservare decisioni oltre la durata della vita umana.

Che cosa rimane inciso nell’argilla?

Queste tavolette raccontano re e rituali, ma il loro contributo più profondo riguarda la struttura della vita quotidiana. Il potere temeva rivolte e maledizioni; gli scribi imparavano copiando liste; i funzionari trasmettevano ordini; qualcuno registrava merci e razioni di birra.

Link utili:
Studio scientifico sui testi cuneiformi di Hama – University of Copenhagen Research Portal
Progetto Hidden Treasures – Università di Copenaghen

Note per i lettori

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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