Dieta vegetariana e tumori: cosa emerge dal maxi studio di Oxford

Una grande analisi internazionale mostra un rischio più basso per cinque tipi di tumore, ma individua anche alcuni segnali inattesi che la ricerca dovrà approfondire

Esiste davvero un legame tra ciò che mettiamo nel piatto e il rischio di sviluppare un tumore nel corso della vita? È una domanda che accompagna la ricerca medica da decenni. Il problema, spesso, è la dimensione degli studi: campioni troppo piccoli rendono difficile distinguere i segnali reali dal rumore statistico, soprattutto quando si analizzano tumori meno frequenti. Una nuova analisi pubblicata sul British Journal of Cancer prova a superare questo limite. I ricercatori hanno messo insieme i dati di 1.817.477 persone provenienti da nove grandi studi prospettici condotti in diversi Paesi. Il lavoro è stato coordinato dall’Università di Oxford nell’ambito del Cancer Risk in Vegetarians Consortium.

I partecipanti sono stati seguiti per circa 16 anni, un periodo sufficiente per osservare la comparsa di eventuali patologie oncologiche. Nel complesso i ricercatori hanno registrato 220.387 diagnosi di tumore, analizzando 17 diverse sedi tumorali, dai tumori gastrointestinali alle neoplasie del sangue.

Il risultato finale è un quadro complesso. Nei vegetariani emerge un rischio più basso per cinque tipi di tumore, mentre altri segnali richiedono ulteriori approfondimenti. Gli stessi autori parlano di associazioni osservazionali, cioè relazioni statistiche che non dimostrano automaticamente un rapporto di causa ed effetto. In una dichiarazione pubblica, l’epidemiologo di Oxford Tim Key sintetizza così il messaggio principale dello studio: “I modelli alimentari che danno priorità a frutta, verdura e alimenti ricchi di fibre, ed evitano la carne lavorata, sono raccomandati per ridurre il rischio di cancro.”

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Come i ricercatori hanno classificato le diete

Per analizzare le differenze tra modelli alimentari, gli scienziati hanno suddiviso i partecipanti in cinque gruppi principali, sulla base dei questionari alimentari compilati all’inizio degli studi.

Le categorie individuate sono:

  • mangiatori di carne, che consumano carne rossa o lavorata;
  • consumatori di solo pollame, senza carne rossa;
  • pescetariani, che mangiano pesce ma non carne;
  • vegetariani, che escludono carne e pesce ma consumano uova o latticini;
  • vegani, che seguono un’alimentazione esclusivamente vegetale.

Si tratta naturalmente di una classificazione generale. All’interno di ogni gruppo possono esistere differenze molto ampie nella qualità della dieta. Un vegetariano può basare i propri pasti su legumi, cereali integrali e verdure, oppure consumare soprattutto alimenti raffinati e prodotti industriali.

Nel dataset finale gli onnivori rappresentano circa il 90,5% del campione. I vegetariani costituiscono il 3,5%, mentre i vegani circa lo 0,5%.

Le nove coorti analizzate includono studi molto noti in epidemiologia nutrizionale, tra cui EPIC-Oxford, Million Women Study, NIH-AARP Diet and Health Study e UK Biobank.

Per valutare le differenze di rischio, i ricercatori hanno utilizzato modelli statistici che tengono conto di numerosi fattori potenzialmente confondenti: fumo, consumo di alcol, attività fisica, indice di massa corporea, livello socio-economico e fattori riproduttivi nelle donne.

Dove il rischio appare più basso

Uno dei risultati più discussi riguarda cinque tumori per i quali nei vegetariani emerge un rischio più basso rispetto ai consumatori di carne.

Le differenze osservate sono le seguenti:

  • pancreas: −21%
  • seno: −9%
  • prostata: −12%
  • rene: −28%
  • mieloma multiplo: −31%

Si tratta di variazioni moderate ma statisticamente significative, che secondo gli autori potrebbero essere legate alle caratteristiche tipiche delle diete a base vegetale.

Questi modelli alimentari includono generalmente più fibre, frutta e verdura, oltre a una maggiore presenza di composti bioattivi vegetali. Tali sostanze partecipano alla regolazione di diversi processi biologici, tra cui infiammazione, metabolismo e crescita cellulare. Un altro possibile elemento in gioco riguarda l’ormone IGF-1, coinvolto nei meccanismi di crescita delle cellule. Alcuni studi suggeriscono che livelli più bassi di questa molecola, osservati in alcune diete con minore consumo di proteine animali, possano avere un ruolo nella modulazione del rischio oncologico.

I segnali inattesi emersi dallo studio

Accanto ai risultati favorevoli, l’analisi ha evidenziato anche due associazioni inattese. La prima riguarda il carcinoma squamoso dell’esofago. Nei vegetariani il rischio risulta quasi doppio rispetto ai consumatori di carne. Nel campione analizzato sono stati registrati 31 casi tra vegetariani in tre studi condotti nel Regno Unito.

Gli autori suggeriscono diverse possibili spiegazioni, tra cui un apporto più basso di alcuni micronutrienti. Tra i candidati citati compaiono riboflavina (vitamina B2) e zinco, entrambi più abbondanti negli alimenti di origine animale.

Il secondo segnale riguarda i vegani e il tumore del colon-retto. In questo gruppo il rischio risulta circa il 40% più alto rispetto ai mangiatori di carne.

L’analisi entra nel dettaglio dei dati: il risultato si basa su 93 casi osservati tra vegani in sette studi. In cinque di questi studi il numero di casi tra vegani è inferiore a dieci, un elemento che invita alla prudenza nell’interpretazione. Quando i ricercatori escludono i primi quattro anni di osservazione, l’associazione si attenua e perde significatività statistica, mentre resta significativa nell’analisi limitata ai non fumatori.

Il possibile ruolo del calcio

Uno degli elementi discussi nello studio riguarda l’assunzione di calcio. Nelle coorti in cui sono disponibili dati nutrizionali dettagliati, i vegani mostrano livelli medi di calcio più bassi rispetto agli altri gruppi alimentari. L’apporto medio varia tra 328 e 686 milligrammi al giorno, con una mediana di circa 590 mg giornalieri.

Nel Regno Unito la quantità raccomandata è 700 milligrammi al giorno. Secondo gli autori, questo aspetto potrebbe avere un ruolo perché numerosi studi indicano calcio e latticini come fattori probabilmente protettivi contro il tumore del colon-retto.

Naturalmente si tratta di un’ipotesi che richiede ulteriori verifiche. Anche perché molte diete vegane moderne includono alimenti fortificati, che possono aumentare significativamente l’assunzione di calcio rispetto alle diete analizzate nelle coorti più vecchie.

I limiti dello studio e il contesto nutrizionale

Un altro elemento da considerare riguarda l’epoca degli arruolamenti, che copre il periodo tra 1980 e 2010. Le abitudini alimentari fotografate in queste coorti risalgono quindi a un contesto nutrizionale molto diverso da quello attuale. Negli ultimi vent’anni il mercato alimentare ha visto una forte crescita di prodotti vegetali fortificati, ma anche di alimenti ultra-processati di origine vegetale.

Secondo Tim Key, questo fattore potrebbe influenzare l’interpretazione dei risultati. In una dichiarazione riportata dalla stampa internazionale ha osservato: “Se nel gruppo dei mangiatori di carne fossero stati presenti più individui con consumi molto elevati di carne, i risultati avrebbero potuto essere diversi.”

In altre parole, il confronto dipende anche dalle caratteristiche del gruppo di riferimento.

Cosa significano davvero questi numeri

Un elemento chiave riguarda il significato degli hazard ratio, gli indicatori statistici utilizzati nello studio. Questi valori confrontano il tasso di comparsa di una malattia tra gruppi diversi, ma non rappresentano una previsione individuale. In epidemiologia nutrizionale, inoltre, le associazioni possono essere influenzate da molti fattori: genetica, stile di vita, peso corporeo, accesso allo screening e contesto socio-economico.

Per questo gli autori hanno effettuato diverse analisi di sensibilità, ripetendo i calcoli dopo aver escluso alcuni gruppi o variabili.

Nel complesso lo studio suggerisce che i modelli alimentari ricchi di vegetali e fibre possano contribuire alla prevenzione oncologica, ma ricorda anche che la dieta è solo uno dei tasselli di un quadro più ampio.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il cancro ha causato circa 10 milioni di morti nel 2020, e tra i principali fattori di rischio modificabili figurano fumo, obesità, consumo di alcol, dieta squilibrata e sedentarietà.

A cura della Redazione GTNeews

Link utili:
Largest study of vegetarian diets and cancer shows lower risk of five cancers — University of Oxford, Medical Sciences Division
Vegetarian diets and cancer risk: pooled analysis of 1.8 million women and men in nine prospective studies on three continents | British Journal of Cancer

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