Indice
- 1 Previsioni che si contraddicono, numeri che cambiano e lavori che spariscono “forse”: capire l’impatto dell’IA sul lavoro è difficile
- 2 Studi in contrasto: chi sta guardando nella direzione giusta?
- 3 I tagli reali: tra riorganizzazioni, IA e scuse convenienti
- 4 Gli esperti NFER frenano: “La corsa alle previsioni è prematura”
- 5 E in Italia? Il rischio non è solo per i lavori semplici
Previsioni che si contraddicono, numeri che cambiano e lavori che spariscono “forse”: capire l’impatto dell’IA sul lavoro è difficile
Il futuro del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale sfugge a qualsiasi tentativo di previsione lineare. Il nuovo rapporto della National Foundation for Educational Research (NFER) lo conferma: secondo la fondazione britannica, entro il 2035 il Regno Unito potrebbe perdere tra uno e tre milioni di posti di lavoro a bassa qualifica, con impatti diretti su artigiani, operatori di macchinari e ruoli amministrativi. Una prospettiva cupa, alla quale però si affianca un dato opposto: l’IA potrebbe generare 2,3 milioni di nuovi posti, concentrati soprattutto negli ambiti più qualificati. L’espansione dei sistemi intelligenti, almeno nel breve e medio termine, aumenterebbe la domanda di profili in grado di gestire compiti cognitivi complessi. Un mercato che, anziché contrarsi, si deformerebbe in direzioni diverse, premiando alcuni e penalizzando altri. La fotografia che emerge è quella di una trasformazione profonda, ma tutt’altro che uniforme.
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Studi in contrasto: chi sta guardando nella direzione giusta?
Le conclusioni di NFER entrano in collisione con altri studi pubblicati negli ultimi mesi.
Un rapporto del King’s College London, diffuso a ottobre, racconta uno scenario quasi invertito: tra il 2021 e il 2025 le aziende ad alta retribuzione hanno segnato una contrazione dell’occupazione del 9,4%, un calo associato anche all’arrivo massiccio di sistemi di IA generativa come ChatGPT.
Secondo i ricercatori londinesi, i ruoli più esposti alla sostituzione tecnologica non sarebbero quelli manuali, bensì professioni come consulenti manageriali, psicologi, professionisti legali e persino ingegneri del software. Le categorie legate al lavoro fisico – sportivi, muratori, installatori – sarebbero invece molto meno vulnerabili. Siamo davanti a due narrazioni quasi opposte: una vede in pericolo i lavori a bassa qualifica, l’altra punta il dito contro quelli più avanzati. La discrepanza dimostra quanto sia difficile quantificare il reale impatto dell’IA quando il mercato del lavoro sta cambiando più velocemente degli strumenti per misurarlo.
I tagli reali: tra riorganizzazioni, IA e scuse convenienti
Se le previsioni si contraddicono, la realtà inizia a mostrare i primi segnali concreti. Lo studio legale Clifford Chance ha annunciato il taglio del 10% del personale dei servizi aziendali a Londra, circa 50 posti, indicando l’adozione di strumenti di IA come uno dei fattori dietro la decisione. Anche il CEO di PwC ha ridimensionato i piani di assunzione inizialmente previsti fino al 2026, spiegando che “il mondo è cambiato” e che l’intelligenza artificiale ha trasformato le strategie aziendali.
È però difficile distinguere l’impatto reale dell’automazione da dinamiche economiche già in corso: aumenti dei costi, stagnazione della crescita, prudenza degli investitori. L’IA è parte della ristrutturazione, ma spesso diventa anche la motivazione più semplice da comunicare.
Gli esperti NFER frenano: “La corsa alle previsioni è prematura”
Jude Hillary, uno degli autori del rapporto, invita alla calma: “Le previsioni su perdite di posti di lavoro legate all’IA potrebbero essere premature”. Hillary sottolinea che molte riduzioni di personale attribuite all’automazione derivano da effetti macroeconomici, non dal software.
“Molti imprenditori stanno semplicemente aspettando di capire come evolverà la situazione”, ha spiegato al Guardian. “Si discute molto di automazione, ma spesso senza dati concreti. L’incertezza regna sovrana”. Il rapporto di NFER indica un mercato polarizzato: crescita per ruoli tecnici avanzati, contrazione per mansioni base, forti difficoltà per i profili meno qualificati. Una frattura netta che potrebbe diventare strutturale.
E in Italia? Il rischio non è solo per i lavori semplici
Quando si guarda all’Italia, lo scenario cambia ancora. Il nostro Paese è caratterizzato da PMI, burocrazia pesante e digitalizzazione incompleta, fattori che rallentano l’impatto immediato dell’IA. Ma questo non significa che i ruoli avanzati siano al sicuro.
Al contrario: molte professioni ad alta qualifica potrebbero essere più esposte che altrove. I primi segnali li vediamo già ora: giornalisti, copywriter, analisti dati di base, grafici, operatori del marketing digitale, consulenti junior, ingegneri software non senior. Tutte categorie che l’IA generativa può colpire direttamente. La tua osservazione è corretta: il rischio per i profili alti in Italia è reale perché una parte consistente del lavoro “intellettuale” si basa su processi ripetitivi, standardizzati e facilmente automatizzabili.
Una previsione credibile: entro il 2035 l’IA potrebbe toccare 2–3 milioni di lavoratori italiani, con 700.000–1,2 milioni di posizioni in forte rischio. Nel frattempo potrebbero nascere circa un milione di nuovi ruoli, ma solo se il Paese investirà seriamente in formazione. Senza politiche forti, la minaccia non sarà la disoccupazione immediata, ma una sottoccupazione diffusa, con molti professionisti spinti verso lavori più poveri e meno qualificati. L’Italia rischia di vedere allargarsi la frattura: da un lato chi sfrutta l’IA per crescere, dall’altro chi ne subisce gli effetti senza strumenti per reagire.
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