Pechino cambia passo dopo l’espansione record: meno corsa ai pannelli, più attenzione a reti, accumuli e conti industriali
LA NOTIZIA IN BREVE – Entro il 2026, in Cina, il fotovoltaico potrebbe superare il carbone per capacità installata. A fine giugno le due fonti erano quasi appaiate, con circa 1,27 terawatt ciascuna. Il sorpasso, però, non significa che il solare produca già più elettricità. Le centrali a carbone restano operative per molte più ore e continuano a garantire quasi metà della generazione nazionale.
Il dato più significativo arriva dal mercato: nei primi sei mesi del 2026 le nuove installazioni solari sono diminuite del 66% rispetto all’anno precedente. Il calo riflette il confronto con il boom del 2025, ma anche la scelta di Pechino di frenare la crescita indiscriminata, ridurre la sovrapproduzione industriale e spostare l’attenzione su qualità, redditività e stabilità della rete.
La nuova fase della transizione cinese si giocherà quindi su accumuli, linee elettriche e gestione dei consumi. Per Europa e Italia il cambiamento conta molto: la Cina domina la produzione mondiale di pannelli e un riordino del settore potrebbe modificare prezzi, forniture e strategie per ricostruire una filiera fotovoltaica europea.
Cina, il solare raggiunge il carbone
Il sorpasso riguarda la capacità installata. La produzione elettrica effettiva resta ancora molto diversa.
Potenza nominale installata
Nei primi sei mesi del 2026 la Cina ha aggiunto circa 72 GW di fotovoltaico, contro oltre 212 GW nello stesso periodo del 2025.
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L’APPROFONDIMENTO – A fine giugno il fotovoltaico cinese ha raggiunto una capacità installata di circa 1,27 miliardi di kilowatt, ormai vicina a quella delle centrali a carbone. Il sorpasso è previsto entro fine anno, e consegnerebbe al solare il primato nel più grande sistema elettrico del mondo. Proprio mentre si avvicina quel traguardo, però, il mercato frena: nei primi sei mesi dell’anno la Cina ha collegato alla rete 72,07 gigawatt di nuovi impianti, il 66% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Due dati, apparentemente opposti, che raccontano la stessa svolta: Pechino continua a puntare sulle rinnovabili, ma vuole chiudere la stagione della crescita a qualsiasi costo.
Che cosa significa il sorpasso sul carbone?
Il confronto riguarda la potenza nominale, cioè la quantità massima di elettricità che gli impianti potrebbero produrre nelle condizioni ottimali. Non indica quanta energia arrivi effettivamente nelle case e nelle fabbriche.
Un pannello genera soltanto quando dispone di luce sufficiente. Una centrale a carbone può invece funzionare per molte più ore, regolare la produzione e intervenire quando la domanda aumenta. Per questo due fonti con una capacità installata simile conservano un peso molto diverso nel bilancio elettrico.
Nel primo semestre del 2026 il carbone ha fornito il 49,7% dell’elettricità cinese. È la prima volta che la sua quota scende sotto la metà. Le fonti rinnovabili sono salite al 41,2%, mentre eolico e fotovoltaico insieme hanno coperto il 24,6% della produzione. Il primato del solare, dunque, avrebbe un forte valore industriale e simbolico, ma il combustibile fossile continuerebbe a produrre molta più energia e a sostenere il sistema nei momenti critici.
La distanza tra capacità e produzione viene spesso trascurata nei titoli. È invece il punto centrale della vicenda cinese. Dopo aver dimostrato di poter costruire pannelli e centrali a una velocità senza precedenti, il Paese deve riuscire a usare quell’elettricità quando serve.
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Perché le nuove installazioni sono crollate?
Il calo del 66% nasce anche dall’eccezionalità del 2025. Nei primi sei mesi dello scorso anno la Cina aveva installato 212,21 GW di fotovoltaico, quasi tre volte il dato registrato nello stesso periodo del 2026. Molti operatori avevano anticipato i lavori per collegare gli impianti prima del 1° giugno 2025, giorno di entrata in vigore della riforma che ha spostato i nuovi progetti dalle tariffe garantite a un sistema maggiormente legato ai prezzi di mercato. Nel solo maggio erano stati aggiunti quasi 93 GW, più di quattro volte il valore dello stesso mese dell’anno precedente.
Quella corsa ha gonfiato la base di confronto, ma il rallentamento rimane consistente. La China Photovoltaic Industry Association stima per il 2026 fra 180 e 240 GW di nuove installazioni, contro il record di 315 GW raggiunto nel 2025. Anche nello scenario più favorevole, la Cina registrerebbe la prima contrazione annuale del fotovoltaico dal 2019.
Il mercato non si è fermato, ma è diventato più complesso. Con prezzi dell’elettricità più esposti all’offerta e alla domanda, un impianto che produce nelle ore già sature di energia solare può incassare meno del previsto. La redditività dipende sempre più dalla posizione, dalla rete disponibile, dalla possibilità di accumulare l’elettricità e dai contratti stipulati con i consumatori.
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Pechino vuole mettere un freno al solare?
Il bersaglio delle autorità non è l’espansione delle rinnovabili, ma la sovraccapacità industriale costruita intorno al settore. La Cina produce pannelli, celle, wafer e polisilicio in quantità superiori alla domanda mondiale. L’abbondanza ha ridotto i prezzi, favorendo la diffusione del fotovoltaico in molti Paesi, ma ha anche trascinato numerose imprese in una guerra commerciale che erode i margini.
Diversi grandi produttori prevedono perdite per miliardi di yuan nel primo semestre del 2026. Il 31 luglio l’autorità cinese per la regolazione del mercato ha convocato i rappresentanti del comparto per discutere il rispetto delle norme sui prezzi e l’introduzione di criteri comuni per calcolare i costi industriali.
Pechino chiama questa dinamica involution-style competition: aziende che continuano ad ampliare la produzione e a ridurre i listini pur di difendere le quote di mercato, anche quando vendere di più significa perdere denaro. Il fenomeno riguarda anche veicoli elettrici, batterie al litio e altri settori sostenuti da una rapida crescita degli investimenti.
La stretta potrebbe accelerare la chiusura delle fabbriche meno efficienti e favorire i gruppi con tecnologie migliori, costi inferiori e maggiore disponibilità finanziaria. I pannelli cinesi potrebbero diventare meno economici, ma il mercato resterebbe dominato da imprese più grandi e solide. Non è detto, quindi, che il riordino riduca la dipendenza mondiale dalla Cina. Potrebbe perfino rafforzarla.
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Dove si trova il vero limite della transizione cinese?
Il 10 luglio la domanda elettrica nazionale ha raggiunto il record di 1,518 miliardi di kilowatt. In quel momento le nuove fonti energetiche hanno fornito più di 600 milioni di kilowatt, oltre il 40% della potenza richiesta. Durante le ore più calde, quando condizionatori e attività industriali spingono in alto i consumi, il contributo di sole e vento è ormai decisivo.
Il problema arriva più tardi. Al tramonto la produzione fotovoltaica cala rapidamente, mentre il consumo domestico può rimanere elevato. Inoltre, molti dei grandi parchi si trovano nelle regioni occidentali e settentrionali, lontano dalle aree costiere dove si concentra la domanda. Servono linee ad alta tensione, batterie, centrali idroelettriche di pompaggio e tariffe capaci di spostare parte dei consumi nelle ore di maggiore disponibilità.
Il nuovo piano cinese per il periodo 2026-2030 prova a spostare l’attenzione proprio su questo passaggio. Entro la fine del decennio le rinnovabili dovrebbero raggiungere circa 3.500 GW di capacità complessiva. Eolico e solare dovranno produrre più di 4.000 terawattora all’anno, pari a circa il 30% dell’elettricità nazionale. Per sostenere la rete sono previsti anche circa 100 GW aggiuntivi di impianti idroelettrici di pompaggio.
Il piano non punta soltanto sui grandi poli energetici nei deserti e nelle regioni del Nord. Prevede più di 300 GW di nuovi impianti distribuiti su edifici, aree industriali, infrastrutture di trasporto e aziende agricole. Produrre vicino al luogo di consumo riduce la necessità di trasferire enormi quantità di energia attraverso il Paese, ma obbliga a modernizzare le reti locali, spesso progettate per ricevere elettricità e non per gestire milioni di piccoli produttori.
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Il carbone sta perdendo il suo ruolo?
Scendere sotto il 50% rappresenta una cesura storica per un Paese che rimane il maggiore consumatore mondiale di carbone. Quel numero, però, descrive una quota e non il volume assoluto.
La domanda elettrica cinese è aumentata del 5,3% nei primi sei mesi del 2026, spinta anche dall’industria tecnologica, dai servizi internet, dai centri dati e dalla ricarica dei veicoli elettrici. Se i consumi crescono abbastanza, le centrali a carbone possono produrre più energia rispetto all’anno precedente pur occupando una parte minore del totale.
Il carbone conserva inoltre un ruolo che il fotovoltaico, da solo, non può ancora assumere: garantire potenza programmabile nelle ore serali, durante i periodi di scarsa produzione rinnovabile e nelle emergenze. La politica cinese non prevede per ora un’uscita rapida dal combustibile. Tenta piuttosto di trasformare molte centrali da fornitori continui di elettricità a strumenti di riserva e regolazione.
Questo equilibrio espone Pechino a una contraddizione concreta. Nuovi impianti a carbone costruiti per la sicurezza energetica rischiano di funzionare per meno ore e di diventare economicamente pesanti. Se invece vengono utilizzati intensamente per recuperare i costi, rallentano la riduzione delle emissioni.
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Che cosa cambia per l’Europa e per l’Italia?
La frenata industriale cinese riguarda direttamente il mercato europeo. Nel 2024 la Cina ha fornito il 98% dei pannelli solari importati nell’Unione europea da Paesi esterni al blocco. La concorrenza ha reso i moduli più accessibili, ma ha ridotto lo spazio per una filiera comunitaria capace di competere sui prezzi.
L’Italia ha già sperimentato il costo di una maggiore autonomia. Nel dicembre dello scorso anno la prima asta riservata a impianti realizzati senza componenti cinesi ha assegnato oltre 1,1 GW a 88 progetti, con una tariffa media di 66,38 euro per megawattora. Il valore risultava superiore del 17% a quello di una precedente procedura priva di vincoli sulla provenienza delle apparecchiature.
La scelta europea si muove tra due esigenze difficili da conciliare. Pannelli cinesi a basso costo consentono di installare più rapidamente nuova capacità. Una produzione concentrata quasi interamente in un solo Paese espone però imprese e governi a tensioni commerciali, interruzioni delle forniture e decisioni industriali prese altrove.
Il Net-Zero Industry Act indica per il 2030 l’obiettivo di avvicinare la capacità produttiva europea al 40% del fabbisogno annuale delle tecnologie strategiche a emissioni nette zero. Per il fotovoltaico significa ricostruire una filiera mentre la Cina possiede già fabbriche, competenze, materie prime lavorate e una scala produttiva difficilmente replicabile.
Link utili:
National Energy Administration – Dati elettrici cinesi del primo semestre 2026
National Development and Reform Commission – Piano sulle rinnovabili 2026-2030
Note per i lettori
L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale
