Indice
- 1 Tra infiltrazioni d’acqua salata, cemento in degrado e mari in crescita, il sito delle Isole Marshall riaccende l’allarme sulla sicurezza dei residui atomici a lungo termine
- 2 Una cupola costruita in fretta negli anni Settanta
- 3 Base porosa e dubbi già segnalati
- 4 I 67 test atomici e le comunità evacuate
- 5 Bonifica, veterani esposti e rischi sanitari
- 6 Crepe visibili e acqua che filtra
- 7 Scontro politico sulle responsabilità
- 8 Il clima che accelera il conto alla rovescia
- 9 Le possibili soluzioni ancora sul tavolo
Tra infiltrazioni d’acqua salata, cemento in degrado e mari in crescita, il sito delle Isole Marshall riaccende l’allarme sulla sicurezza dei residui atomici a lungo termine
Nel Pacifico esiste una vecchia cupola nucleare che gli Stati Uniti vogliono dimenticare, ma che si sta lentamente aprendo all’oceano. Si chiama Runit Dome, si trova nelle Isole Marshall, e sotto quel guscio di cemento riposano oltre 111.000 metri cubi di materiali radioattivi prodotti dai test atomici degli USA. Gli abitanti la chiamano “The Tomb”, la tomba, un nome che oggi suona meno simbolico e più concreto.
La struttura mostra segni di deterioramento mentre il livello del mare continua a salire anno dopo anno. Crepe, infiltrazioni e mareggiate sempre più energiche stanno rimettendo in discussione una soluzione pensata alla fine degli anni Settanta come definitiva. La questione non riguarda soltanto un remoto atollo del Pacifico. Tocca il tema globale della gestione dei rifiuti nucleari in un pianeta che cambia più in fretta del previsto. Per questo la Runit Dome è tornata al centro dell’attenzione scientifica e politica internazionale. E per questo molti analisti la descrivono ormai come una bomba ambientale a lungo termine.
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Una cupola costruita in fretta negli anni Settanta
La Runit Dome sorge sull’atollo di Enewetak, dentro il cratere creato nel 1958 dal test nucleare “Cactus”. Il diametro della struttura sfiora i 115 metri, mentre lo spessore del cemento raggiunge circa 45 centimetri. Sotto la copertura sono stati sepolti oltre 111.000 metri cubi di terreno e detriti radioattivi, residuo diretto dei test nucleari statunitensi condotti tra il 1946 e il 1958. Tra le sostanze presenti figura il plutonio-239, isotopo altamente tossico con un’emivita di circa 24.100 anni. La cupola venne realizzata tra il 1977 e il 1980 durante l’operazione di bonifica dell’atollo, mentre Washington si preparava a concedere l’indipendenza alle Isole Marshall. L’obiettivo ufficiale parlava di messa in sicurezza del sito. Nei fatti, molti documenti indicano una soluzione progettata per essere rapida ed economicamente sostenibile.
Base porosa e dubbi già segnalati
Il punto più critico riguarda la fondazione. Il cratere scelto poggia su corallo poroso e permeabile, già fratturato dalle esplosioni atomiche precedenti. La cupola non possiede un rivestimento impermeabile inferiore. Il cemento venne semplicemente colato sopra un terreno che comunica con l’oceano.
Già all’epoca l’Environmental Protection Agency sollevò perplessità. Anche alcuni contractor segnalarono il rischio di infiltrazioni marine. L’ipotesi di sigillare il fondo con uno strato aggiuntivo di cemento venne scartata per motivi di costo e tempi. Oggi quella scelta torna al centro del dibattito tecnico. La struttura, progettata come soluzione definitiva, mostra i limiti di un intervento concepito in un contesto geopolitico molto diverso da quello attuale.
I 67 test atomici e le comunità evacuate
La vicenda affonda le radici nel secondo dopoguerra. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti ottennero il controllo delle Isole Marshall come territorio fiduciario delle Nazioni Unite con una missione formale di tutela della popolazione.
Tra il 1946 e il 1958 gli USA condussero 67 test nucleari atmosferici nell’arcipelago. L’energia complessiva rilasciata equivaleva a circa 1,6 bombe di Hiroshima al giorno per dodici anni. Gli atolli di Bikini ed Enewetak vennero evacuati per trasformarli in poligoni di prova. Nel 1954 il test Castle Bravo, da 15 megatoni, superò di gran lunga le previsioni iniziali e produsse una vasta ricaduta radioattiva.
La nube contaminò anche atolli abitati come Rongelap e Utrik. Documenti desecretati mostrano che le autorità erano consapevoli della direzione dei venti. “I bambini giocarono sotto una pioggia di cenere radioattiva scambiata per neve”, ricostruiscono diverse testimonianze storiche. Negli anni successivi vennero avviati studi medici riservati, tra cui il Project 4.1, sulla popolazione esposta.
Bonifica, veterani esposti e rischi sanitari
Negli anni Settanta la bonifica dell’atollo divenne prioritaria in vista dell’indipendenza delle Marshall. Circa 6.000 veterani statunitensi parteciparono alle operazioni di pulizia del sito.
Molti lavoratori manipolarono detriti contaminati con protezioni limitate, respirando polveri radioattive. Le comunicazioni ufficiali dell’epoca descrivevano rischi contenuti, spesso paragonati a una radiografia dentale. Negli anni successivi numerosi veterani hanno segnalato tumori, patologie ossee degenerative e altri problemi sanitari gravi. Il tema resta sensibile negli Stati Uniti, dove associazioni di ex militari chiedono da tempo riconoscimenti più ampi.
Crepe visibili e acqua che filtra
Oggi la Runit Dome mostra segni evidenti di deterioramento strutturale. Il cemento presenta crepe e l’acqua marina penetra dalla base non rivestita. La falda sotto la cupola segue il ritmo delle maree, favorendo il trasporto di contaminanti nella laguna di Enewetak.
Il Dipartimento dell’Energia statunitense riconosce la presenza di infiltrazioni. Tuttavia sostiene che l’impatto aggiuntivo sia limitato, poiché la laguna risulta già contaminata dai test storici. Secondo questa posizione, un ulteriore rilascio produrrebbe un aumento di dose definito “negligibile”. Un rapporto del luglio 2024 del Pacific Northwest National Laboratory ha simulato un collasso completo della cupola nel 2090, stimando per i residenti un incremento annuo inferiore a 0,2 millirem, senza variazioni significative del rischio sanitario.
Scontro politico sulle responsabilità
La questione resta aperta sul piano diplomatico. Nel 1986 Stati Uniti e Repubblica delle Isole Marshall firmarono il Compact of Free Association. Washington considera quell’accordo una chiusura definitiva delle rivendicazioni. Poiché la cupola si trova su territorio sovrano marshallese, la responsabilità verrebbe attribuita al governo locale. Le autorità delle Marshall contestano questa interpretazione. Sostengono che durante i negoziati non vennero fornite informazioni complete sulla progettazione e sull’estensione reale della contaminazione.
Un dato emerso negli anni successivi ha colpito l’opinione pubblica: la cupola conterrebbe circa l’1% del plutonio disperso sull’atollo. Il restante 99% sarebbe presente nei sedimenti della laguna circostante. La disputa resta aperta e continua ad alimentare tensioni diplomatiche.
Il clima che accelera il conto alla rovescia
L’innalzamento del livello del mare rappresenta oggi il fattore di rischio più concreto. Le Isole Marshall sono composte da atolli bassissimi e la Runit Dome fu costruita praticamente a livello del mare, senza considerare scenari climatici futuri.
Durante le tempeste più intense le mareggiate già superano i bordi della struttura. Eventi meteorologici alimentati da oceani più caldi potrebbero stressare ulteriormente la cupola. In uno scenario estremo, il materiale radioattivo verrebbe disperso in mare aperto. Per le comunità locali la contaminazione nucleare fa parte della vita quotidiana. Studi epidemiologici indicano tassi di cancro più elevati rispetto a diverse medie regionali, mentre la compromissione delle risorse alimentari tradizionali ha favorito dipendenza da cibi importati e crescita di diabete e obesità.
Le possibili soluzioni ancora sul tavolo
Gli esperti indicano diverse opzioni tecniche. Una prevede la costruzione di un sistema di contenimento impermeabile sopra la struttura esistente. Un’altra ipotizza la rimozione completa dei materiali radioattivi con trasferimento in un deposito sicuro.
Entrambe le soluzioni comportano costi molto elevati e complesse implicazioni politiche. Al momento non risultano interventi strutturali imminenti. La Runit Dome rimane così, esposta al sole tropicale e alle maree del Pacifico, simbolo concreto di un’eredità nucleare irrisolta. Il cambiamento climatico sta accelerando un conto rimasto aperto da oltre mezzo secolo, trasformando una vecchia soluzione di emergenza in un dossier ambientale globale.
A cura della Redazione GTNews
Link utili:
Impact of Climate Change on Runit Dome in the Marshall Islands (PDF) – US Department of Energy
