Un rapporto britannico individua otto vulnerabilità nelle filiere energetiche, tra catene di approvvigionamento fragili, accessi digitali e possibili pressioni geopolitiche
Pannelli solari, inverter, batterie e turbine eoliche prodotte o gestite attraverso tecnologie cinesi potrebbero diventare un punto vulnerabile della transizione energetica europea. Il rischio più grave indicato dal nuovo rapporto britannico riguarda la possibilità che componenti intelligenti collegati alla rete vengano raggiunti da remoto e, in uno scenario estremo, disattivati attraverso funzioni software o “interruttori di sicurezza”. L’allarme arriva da uno studio curato anche da Michael Collins, ex dirigente della sicurezza nazionale britannica, e da Michal Meidan, direttrice del China Energy Programme dell’Oxford Institute for Energy Studies. Secondo gli autori, l’Europa sta correndo verso solare, eolico e batterie senza valutare fino in fondo una dipendenza industriale e digitale che può esporre i Paesi a interruzioni delle forniture, attacchi informatici, pressioni commerciali e spionaggio.
Dentro gli impianti rinnovabili moderni ci sono software, sistemi di monitoraggio, aggiornamenti da remoto e componenti connessi. Proprio questa architettura rende la transizione più efficiente, ma anche più fragile se una parte decisiva della catena resta nelle mani di un solo grande fornitore geopolitico.
La dipendenza che preoccupa Londra
Il rapporto, rilanciato dalla stampa britannica, descrive una dipendenza cresciuta in pochi anni attorno alla promessa di una transizione rapida e meno costosa. La Cina ha costruito una posizione dominante nelle tecnologie verdi e oggi fornisce una quota enorme dei componenti usati in Europa. Secondo i dati citati dal Guardian, da Pechino arriva il 98% dei pannelli solari impiegati nel mercato europeo, insieme all’88% delle batterie agli ioni di litio e al 61% degli inverter di potenza. Sono numeri che spostano il tema dal piano industriale a quello della sicurezza nazionale.
Gli autori del rapporto non contestano la necessità di procedere con la decarbonizzazione. Il punto riguarda il modo in cui l’Europa sta costruendo la propria autonomia energetica. Le rinnovabili riducono la dipendenza da gas, petrolio e carbone importati, ma possono creare un’altra esposizione se moduli, celle, inverter, batterie, software, terre rare e piattaforme di controllo arrivano quasi tutti dallo stesso Paese.
Gli otto rischi per l’Europa
Il documento individua otto rischi distinti legati all’eccessiva dipendenza europea dalle tecnologie cinesi a basse emissioni. Il primo riguarda le catene di approvvigionamento. Pechino potrebbe limitare l’export di componenti o materie prime strategiche, rallentando nuovi impianti, manutenzioni e sostituzioni. Una misura di questo tipo colpirebbe soprattutto i Paesi che hanno affidato una parte decisiva dei propri piani energetici a fornitori cinesi. Il rapporto collega questo scenario all’uso sempre più frequente di controlli sulle esportazioni come strumento di pressione economica e geopolitica.
Il secondo rischio riguarda la cybersicurezza. La parte più delicata del dossier è proprio quella che coinvolge i dispositivi connessi. Il rapporto afferma che «gli attori informatici cinesi hanno quasi certamente la capacità di accedere da remoto ad hardware o software intelligenti prodotti o gestiti in Cina».
La frase indica una vulnerabilità potenziale, ma che appare già ora concreta e seria. Se un impianto dipende da componenti aggiornabili, controllabili o monitorabili da remoto, la sicurezza dell’intero sistema passa anche dalla fiducia verso chi ha progettato, prodotto e gestisce quelle tecnologie.
Pannelli, inverter e “kill switch”
Quando si parla di fotovoltaico, l’attenzione pubblica si concentra quasi sempre sui pannelli. Il rapporto britannico spinge però a guardare anche agli inverter, ai sistemi di accumulo, ai dispositivi di controllo e alle piattaforme digitali che permettono agli impianti di dialogare con la rete. L’inverter converte la corrente continua prodotta dai moduli in corrente alternata utilizzabile dal sistema elettrico. Nei grandi impianti e nelle reti distribuite, questo componente può ricevere aggiornamenti, trasmettere dati e integrarsi con software di gestione.
La vulnerabilità nasce proprio da questa intelligenza diffusa. Una rete piena di dispositivi connessi offre più efficienza, più monitoraggio e più capacità di regolazione. Allo stesso tempo moltiplica i punti di accesso. In uno scenario estremo, secondo il rapporto, funzioni remote o “interruttori di sicurezza” potrebbero permettere la disattivazione di pannelli, turbine e altre tecnologie. La stampa britannica precisa che minacce dirette di questo tipo sarebbero considerate meno probabili fuori da un contesto di guerra, mentre i rischi economici, industriali e geopolitici appaiono più immediati e duraturi.
Collins: procedere, ma vedere i rischi
Michael Collins invita i governi europei a evitare una transizione costruita sull’automatismo del prezzo più basso. Il suo ragionamento parte da un punto semplice. Le rinnovabili vengono spesso presentate come più sicure dei combustibili fossili perché sole e vento non dipendono da fornitori esteri e non subiscono le stesse oscillazioni del gas. Questa lettura diventa incompleta quando si considera l’intera filiera industriale. L’energia viene prodotta localmente, ma gli strumenti per produrla, conservarla e gestirla possono restare legati a un fornitore esterno dominante.
Collins ha avvertito che i Paesi rischiano di «inciampare e ritrovarsi improvvisamente di fronte a un grave problema di sicurezza nazionale». Il rapporto chiede di procedere con la transizione, rafforzando però la consapevolezza dei rischi e diversificando dove possibile. La frase più netta sintetizza il cuore politico del documento: «Non vogliamo sostituire una serie di dipendenze dalle importazioni di combustibili fossili con una dipendenza dalla tecnologia cinese a basse emissioni di carbonio».
Il precedente italiano sulle aste solari
L’Italia ha già introdotto un primo filtro su questo terreno. Reuters ha riportato che il nostro Paese ha assegnato oltre 1,1 gigawatt di capacità solare in una gara riservata a progetti realizzati con apparecchiature non cinesi. L’asta ha riguardato 88 progetti e ha fissato un prezzo medio di 66,38 euro per megawattora, superiore del 17% rispetto a precedenti gare del 2025 senza vincoli sull’origine dei componenti. L’iniziativa si inserisce nel quadro europeo del Net-Zero Industry Act, pensato anche per ridurre la dipendenza da forniture a basso costo concentrate in Cina.
Questo passaggio non equivale a un divieto generale sui prodotti cinesi nel mercato italiano. Segnala però un cambio di approccio quando sono in gioco incentivi pubblici, infrastrutture energetiche e sicurezza delle filiere. La scelta italiana mostra anche il costo della diversificazione. Comprare fuori dalla filiera cinese può costare di più, almeno nella fase iniziale. Il punto politico diventa allora molto concreto: quanto l’Europa è disposta a pagare per ridurre un rischio strategico che oggi appare nascosto dentro componenti apparentemente ordinari?
La transizione entra nella sicurezza nazionale
Il rapporto britannico allarga il discorso oltre l’energia. La dipendenza dalle tecnologie pulite cinesi può produrre conseguenze economiche di lungo periodo, indebolendo l’industria europea del solare, delle batterie, dell’auto elettrica e dei sistemi collegati. Il Guardian, sulla base del documento, segnala anche possibili effetti indiretti su settori come intelligenza artificiale e difesa, dove materiali, tecniche produttive e componenti possono sovrapporsi.
Il tema tocca anche la politica estera. Un Paese molto dipendente da forniture cinesi potrebbe avere meno margine nei rapporti diplomatici con Pechino. Potrebbe inoltre subire pressioni dagli Stati Uniti, soprattutto se Washington chiedesse agli alleati europei di rimuovere fornitori cinesi da infrastrutture considerate sensibili. A gennaio Reuters ha riportato le critiche della Cina verso possibili misure europee per limitare la presenza di aziende cinesi in settori strategici, comprese telecomunicazioni e sistemi solari, definendole una forma di protezionismo.
Cosa può fare l’Europa
La risposta indicata dagli autori non passa da uno stop alla transizione. Passa da un controllo più severo della catena tecnologica. L’Europa può diversificare fornitori, sostenere produzioni interne, rafforzare gli standard di cybersicurezza, pretendere verifiche sugli accessi remoti, valutare con maggiore attenzione inverter, batterie e sistemi di gestione, e trattare le infrastrutture rinnovabili come parte della sicurezza nazionale. Non basta installare più pannelli. Serve capire chi li produce, chi li aggiorna, chi li monitora e quali funzioni digitali restano attive durante l’intero ciclo di vita dell’impianto.
La transizione energetica resta uno dei passaggi decisivi dei prossimi anni. Il rapporto Collins-Meidan aggiunge però un elemento scomodo al dibattito. Un sistema elettrico pulito può essere vulnerabile se nasce dipendente da filiere concentrate, software opachi e componenti controllabili da remoto. La sfida europea sarà quindi doppia. Produrre energia con meno emissioni e costruire una filiera abbastanza solida da non trasformare il sole e il vento in una nuova leva di dipendenza strategica.
A cura di Roberto Zonca
