Le principali Tlc chiedono regole più strette sul mercato all’ingrosso: in gioco ci sono concorrenza, uscita dal rame e costi futuri per famiglie e imprese
Fastweb+Vodafone, Wind Tre, Iliad e Sky Italia chiedono ad Agcom di intervenire sui nuovi prezzi wholesale di FiberCop, la società che gestisce l’ex rete fissa di Tim. Gli operatori contestano rincari concentrati nelle aree dove FiberCop mantiene un forte potere di mercato, dai canoni fibra ai servizi rame, fino alla co-locazione degli apparati e alla disattivazione delle linee. Il nodo più sensibile riguarda il costo di uscita dal rame: secondo le Tlc, alcuni contributi aumentano fino al 500%, rendendo più onerosa la migrazione verso la fibra FTTH e verso reti concorrenti come Open Fiber.
Nel mirino finiscono anche i servizi passivi, essenziali per costruire offerte autonome, e l’indicizzazione all’inflazione, che può rendere i rincari strutturali. Sullo sfondo pesa la delibera Agcom 58/26/CONS, che ha riconosciuto FiberCop come operatore wholesale-only. Anche Tim ha aperto un fronte giudiziario, contestando il nuovo listino rispetto al Master service agreement del 2024. La decisione dell’Autorità può incidere su concorrenza, investimenti e costi futuri della connettività in Italia.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito il nostro approfondimento:
Fastweb+Vodafone, Wind Tre, Iliad e Sky Italia portano davanti all’Agcom la battaglia sui nuovi prezzi wholesale di FiberCop, la società che gestisce l’ex rete fissa di Tim. Con una lettera inviata all’Autorità, gli operatori chiedono di fermare i rincari del listino all’ingrosso e aprono un caso che riguarda concorrenza, migrazione alla fibra e costi futuri della connettività in Italia. Lo scontro supera il perimetro dei contratti industriali. Al centro ci sono il futuro della rete fissa italiana, la velocità con cui il Paese potrà abbandonare il rame e la possibilità di costruire un mercato della fibra più aperto, stabile e trasparente.
La partita sembra tecnica, tra canoni wholesale, contributi di disattivazione, servizi passivi, fibra spenta, co-locazione e clausole di indicizzazione. In realtà riguarda una domanda precisa: quanto devono pagare gli operatori per usare la rete che porta Internet nelle case, negli uffici, nelle aziende e nei servizi pubblici?
Indice
- 1 Perché le Tlc chiedono l’intervento di Agcom?
- 2 Che cosa contestano gli operatori nel nuovo listino FiberCop?
- 3 Perché il rame diventa il punto più delicato?
- 4 Perché il prezzo wholesale può incidere sulle offerte Internet?
- 5 Perché gli operatori citano il WACC di FiberCop?
- 6 Che cosa cambia con la delibera Agcom 58/26/CONS?
- 7 Perché anche Tim contesta i rincari FiberCop?
- 8 Perché la protesta degli operatori rafforza anche la posizione di Tim?
- 9 Che cosa può fare Agcom per trovare un equilibrio?
- 10 Quali correttivi possono rendere il mercato più stabile?
- 11 Quando arriveranno le prossime decisioni?
- 12 Perché questa vicenda riguarda il futuro digitale dell’Italia?
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Perché le Tlc chiedono l’intervento di Agcom?
I grandi operatori italiani chiedono ad Agcom di intervenire sui nuovi prezzi wholesale di FiberCop. Gli operatori contestano soprattutto gli aumenti nelle aree e nei servizi dove la società mantiene un peso molto forte e dove le Tlc hanno poche alternative tecniche ed economiche. Il mercato all’ingrosso rappresenta la base delle offerte commerciali. FiberCop vende accesso alla rete agli operatori. Gli operatori usano quella rete per vendere connessioni Internet, fibra, voce e servizi business. Quando il costo wholesale cresce, la pressione entra nei bilanci delle aziende e può arrivare anche al mercato finale.
Per questo la lettera all’Agcom punta a bloccare un meccanismo che, secondo le Tlc, rischia di comprimere la concorrenza. La richiesta riguarda i singoli rincari, ma anche il quadro regolatorio riconosciuto a FiberCop dopo la separazione della rete fissa di Tim.
Che cosa contestano gli operatori nel nuovo listino FiberCop?
La contestazione degli operatori si concentra soprattutto sulle voci di listino dove FiberCop mantiene un forte potere di mercato. Nel mirino finiscono le aree grigie, i canoni fibra, i servizi ancora legati al rame, la disattivazione delle linee, l’uso dei sistemi tecnici e la co-locazione degli apparati degli operatori nelle infrastrutture di rete. Il punto più sensibile riguarda però il costo di uscita dal rame: secondo le Tlc, alcuni contributi di disattivazione crescono fino al 500% e rendono più oneroso il passaggio dei clienti verso reti in fibra, soprattutto quando la migrazione avviene su infrastrutture concorrenti come quelle di Open Fiber.
A questo si aggiungono i rincari sui servizi passivi, come fibra spenta, co-locazione e Semi-VULA, strumenti che permettono agli operatori di costruire servizi propri, controllare meglio la qualità e differenziare le offerte. Prezzi più alti su queste componenti possono spingere le aziende verso servizi attivi acquistati direttamente da FiberCop e restringere lo spazio per modelli alternativi. Gli operatori contestano infine la clausola di indicizzazione all’inflazione, che rende gli aumenti strutturali e può far crescere i costi anno dopo anno anche su infrastrutture già mature.
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Perché il rame diventa il punto più delicato?
Il rame rappresenta la vecchia rete da superare. La fibra FTTH offre prestazioni più elevate, maggiore stabilità e migliori possibilità di sviluppo per servizi digitali avanzati. La migrazione, però, richiede regole economiche coerenti. Gli operatori vedono nei nuovi contributi di disattivazione un rischio di lock-in. Un costo troppo alto per spegnere la vecchia linea può trattenere clienti e servizi sulla tecnologia tradizionale. Il problema diventa ancora più sensibile quando la migrazione porta verso una rete concorrente, come quella di Open Fiber.
Qui la disputa assume un valore strategico. L’Italia punta ad accelerare sulla fibra e a semplificare la vecchia infrastruttura in rame. Prezzi di uscita pesanti possono frenare questo passaggio. Prezzi proporzionati, verificabili e orientati alla migrazione possono aiutare operatori, utenti e sistema produttivo.
Perché il prezzo wholesale può incidere sulle offerte Internet?
Il prezzo wholesale rappresenta una parte importante del costo industriale di una connessione. Un operatore che compra accesso alla rete deve poi sostenere costi di assistenza, apparati, marketing, servizi business e investimenti tecnologici. Ogni aumento all’ingrosso riduce lo spazio economico disponibile.
La vicenda interessa anche gli utenti perché il mercato wholesale influenza la qualità e la convenienza delle offerte finali. Un sistema equilibrato aiuta gli operatori a competere su prezzo, velocità, affidabilità e innovazione. Un sistema più costoso può rendere più difficile costruire offerte aggressive, soprattutto nelle zone dove la concorrenza infrastrutturale resta limitata. La fibra entra nelle case, nelle aziende, nelle scuole, negli ospedali, negli uffici pubblici e nei servizi digitali. Ogni scelta regolatoria sui prezzi all’ingrosso incide quindi sulla velocità con cui il Paese potrà migliorare la propria infrastruttura digitale.
Perché gli operatori citano il WACC di FiberCop?
Nella lettera entra anche il tema del WACC, il costo medio ponderato del capitale. FiberCop ha indicato un WACC del 6,32%, mentre Agcom in precedenza aveva utilizzato un valore del 7,49%. Per gli operatori questo dato ha un significato preciso. Un costo del capitale più basso segnala un rischio finanziario più contenuto. In una logica regolatoria, i prezzi dovrebbero riflettere anche rischio, investimenti e costi reali dell’infrastruttura.
Da qui nasce la critica delle Tlc: i rincari proposti da FiberCop seguono una direzione opposta rispetto alla riduzione del costo del capitale. Gli operatori chiedono quindi una verifica puntuale sulle singole voci del listino, con criteri chiari e collegati ai costi sottostanti.
Che cosa cambia con la delibera Agcom 58/26/CONS?
La cornice regolatoria nasce dalla delibera 58/26/CONS, con cui Agcom ha aggiornato l’analisi dei mercati dell’accesso alla rete fissa. L’Autorità ha riconosciuto FiberCop come operatore wholesale-only, cioè come soggetto attivo nel mercato all’ingrosso.
La qualifica deriva dalla separazione strutturale della rete fissa di Tim, operativa dal 1° luglio 2024. Agcom ha valutato il nuovo assetto societario, il ruolo di KKR e l’uscita di FiberCop dai mercati retail. Su questa base ha alleggerito alcuni obblighi regolatori rispetto al vecchio modello integrato.
Proprio questo passaggio finisce ora al centro della bufera. Alcuni operatori, tra cui Iliad e Fastweb+Vodafone, hanno contestato al Tar del Lazio il riconoscimento dello status wholesale-only. La loro tesi ruota attorno a un punto: il nuovo listino mostrerebbe ancora una capacità di incidere sulla concorrenza in aree e servizi essenziali.
Perché anche Tim contesta i rincari FiberCop?
Anche Tim apre un fronte contro i nuovi listini, ma segue una strada diversa. Il gruppo guidato da Pietro Labriola ha presentato un ricorso d’urgenza al Tribunale di Milano. Tim chiede l’applicazione delle tariffe previste nel Master service agreement del 2024 e il passaggio del nuovo schema alla verifica preventiva di Agcom.
Per Tim il tema pesa direttamente sui conti. Il gruppo paga quasi 2 miliardi di euro l’anno per l’accesso alla rete e stima decine di milioni di costi aggiuntivi annui. La società contesta il disallineamento tra nuovo listino, prezzi pattuiti e sconti-volume fissati nell’accordo con FiberCop.
FiberCop difende il proprio operato e presenta gli aumenti come un adeguamento collegato a costi e inflazione. La società rivendica prezzi wholesale competitivi nel confronto europeo e prepara le proprie memorie difensive davanti al giudice.
Perché la protesta degli operatori rafforza anche la posizione di Tim?
La posizione congiunta delle Tlc aumenta la pressione regolatoria su FiberCop e rafforza indirettamente anche Tim. Intermonte considera la contestazione corale un elemento moderatamente favorevole al gruppo guidato da Labriola, perché può spingere Agcom verso una revisione almeno parziale del listino.
Le ragioni degli operatori e quelle di Tim seguono però obiettivi diversi. Fastweb+Vodafone, Wind Tre, Iliad e Sky Italia puntano soprattutto sui rincari nelle aree di monopolio, sui costi di disattivazione del rame e sulla possibilità di migrare verso reti rivali. Tim guarda invece alla stabilità delle tariffe wholesale oltre il 2028 e all’interpretazione del Master service agreement.
La convergenza appare tattica, ma produce un effetto comune: sposta la disputa dal rapporto tra singole aziende al terreno della regolazione pubblica. Agcom diventa l’arbitro della nuova fase della rete fissa italiana.
Che cosa può fare Agcom per trovare un equilibrio?
Agcom può trasformare lo scontro in una verifica utile per tutto il mercato. L’Autorità può analizzare voce per voce il listino, collegare gli aumenti ai costi effettivi, distinguere le aree competitive dalle aree con potere di mercato elevato e fissare criteri più chiari sui contributi di disattivazione del rame.
Una soluzione costruttiva passa tra trasparenza, proporzionalità e migrazione alla fibra. Trasparenza significa prezzi spiegabili e verificabili. Proporzionalità significa tariffe coerenti con costi, investimenti e rischio. Migrazione alla fibra significa regole capaci di accompagnare lo spegnimento del rame e favorire reti più moderne.
Questo approccio tutela anche FiberCop. Una rete nazionale richiede investimenti, manutenzione, qualità e ritorni economici sostenibili. Il punto riguarda l’equilibrio: la società deve poter finanziare l’infrastruttura, gli operatori devono poter competere e gli utenti devono poter accedere a servizi migliori.
Quali correttivi possono rendere il mercato più stabile?
Agcom può intervenire in modo selettivo sulle aree più sensibili. Il primo correttivo riguarda i contributi di disattivazione del rame. Un collegamento più stretto tra prezzi e costi effettivi aiuterebbe la migrazione alla fibra e ridurrebbe gli ostacoli economici nei passaggi tecnologici.
Il secondo correttivo riguarda i servizi passivi. Prezzi equilibrati su fibra spenta, colocazione e Semi-VULA possono sostenere modelli più autonomi e concorrenza infrastrutturale. Questo punto incide sulla qualità del mercato, perché permette agli operatori di differenziare davvero le proprie offerte.
Il terzo correttivo riguarda l’indicizzazione all’inflazione. Una clausola automatica può funzionare dentro un sistema con limiti, verifiche periodiche e parametri chiari. In questo modo il mercato riceve prevedibilità, mentre l’Autorità mantiene un controllo sui rincari strutturali.
Quando arriveranno le prossime decisioni?
Il calendario concentra la partita in due passaggi. A inizio luglio il Tribunale di Milano affronta il ricorso presentato da Tim. Entro il 16 settembre Agcom può esprimersi sul nuovo listino FiberCop. La decisione dell’Autorità peserà sulla rete fissa italiana. Un’approvazione ampia rafforzerebbe la posizione di FiberCop. Una revisione parziale offrirebbe agli operatori un segnale di riequilibrio. Un intervento più incisivo aprirebbe una nuova fase sullo status wholesale-only e sugli obblighi regolatori.
La partita riguarda anche il rapporto tra FiberCop e Open Fiber. I prezzi di accesso, i costi di disattivazione del rame e le condizioni sui servizi passivi possono influenzare le scelte degli operatori e il ritmo della concorrenza infrastrutturale.
Perché questa vicenda riguarda il futuro digitale dell’Italia?
La fibra rappresenta la base fisica dell’economia digitale. Connessioni domestiche, cloud, telemedicina, scuola, smart working, industria, pubblica amministrazione e servizi avanzati dipendono dalla qualità della rete. Per questo la guerra sui prezzi wholesale riguarda molto più di un listino.
Il caso FiberCop misura la capacità dell’Italia di costruire una rete all’ingrosso sostenibile, aperta e orientata alla migrazione tecnologica. FiberCop chiede un modello economico capace di sostenere investimenti e manutenzione. Gli operatori chiedono prezzi proporzionati e concorrenza reale. Tim chiede coerenza con gli accordi contrattuali. Gli utenti chiedono connessioni migliori, offerte chiare e servizi affidabili.
Link utili:
Delibera 58/26/CONS | Agcom – Il provvedimento che aggiorna l’analisi dei mercati dell’accesso alla rete fissa e riconosce FiberCop come operatore wholesale-only
Comunicazione del 23 aprile 2026 | Agcom – Avvio verifica sui listini FiberCop: comunicazione del 23 aprile 2026 sull’esame dei listini wholesale proposti da FiberCop per i mercati 1B e 2B.
Note per i lettori
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