Funghi allucinogeni e depressione: la terapia arriva in Italia

Uno studio clinico rompe un tabù durato mezzo secolo e riapre una linea di ricerca rimasta ai margini della medicina

Per la prima volta in Italia una persona sofferente per una grave depressione resistente ai farmaci è stata trattata con psilocibina, nell’ambito di una sperimentazione clinica autorizzata. È accaduto nella clinica psichiatrica dell’ospedale Santissima Annunziata di Chieti, dove una donna di 63 anni ha assunto una compressa contenente il principio attivo derivato da funghi del genere Psilocybe. La procedura si è svolta senza criticità cliniche e la paziente è ora sottoposta a un monitoraggio continuativo, come previsto dal protocollo.

Il dato, di per sé rilevante, rischia però di essere letto in modo riduttivo. Non si tratta solo di un nuovo studio clinico, né di una sperimentazione “curiosa”. Questo trattamento rappresenta un punto di frattura con cinquant’anni di rimozione scientifica delle sostanze psichedeliche dalla ricerca ufficiale. Un’esclusione lunga, profonda, che non nasce da un singolo fallimento sperimentale ma da un intreccio di politica, stigma culturale, difficoltà metodologiche ed etica medica.

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Lo studio di Chieti: disegno clinico e rigore metodologico

La sperimentazione condotta a Chieti coinvolgerà 68 pazienti affetti da depressione resistente e utilizza un disegno randomizzato e in doppio cieco. Né i partecipanti né i clinici sanno se venga somministrata la sostanza attiva o un placebo. È uno standard fondamentale per ridurre bias e aspettative, soprattutto in ambito psichiatrico.

Il protocollo prevede due somministrazioni, distanziate di tre settimane, e un follow-up prolungato per valutare l’andamento dei sintomi nel tempo. Tutti i partecipanti ricevono inoltre stimolazione magnetica transcranica (TMS), una tecnica non invasiva già utilizzata nel trattamento della depressione resistente. Ma con una differenza chiave: chi riceve il placebo farmacologico ottiene una TMS reale, mentre chi assume psilocibina riceve una stimolazione simulata. In questo modo entrambi i gruppi ricevono un trattamento potenzialmente efficace, rendendo lo studio eticamente sostenibile.

Dal punto di vista formale, il trial risponde ai criteri più stringenti richiesti oggi alla ricerca clinica. Ed è proprio questo rigore a segnare una distanza netta rispetto al passato.

Psilocibina: cos’è e cosa non è

La psilocibina è una molecola naturale che, una volta metabolizzata, si trasforma in psilocina, capace di agire su specifici recettori della serotonina. È questa interazione a modificare temporaneamente la comunicazione tra reti neurali coinvolte nell’umore, nella ruminazione e nella rigidità cognitiva.

Come ha spiegato Giovanni Martinotti, direttore della Clinica Psichiatrica di Chieti, «non parliamo di funghi allucinogeni in senso ricreativo, ma di una terapia farmacologica controllata che mira a riattivare connessioni cerebrali compromesse dalla patologia». La sostanza utilizzata nello studio, infatti, è chimicamente purificata e somministrata in ambiente ospedaliero, con un ulteriore farmaco in grado di attenuare o bloccare l’effetto psichedelico soggettivo.

Questo punto è cruciale. La ricerca clinica non punta all’esperienza visionaria, ma all’effetto neurobiologico che sembra persistere anche dopo la scomparsa degli effetti acuti.

Perché la scienza ha resistito agli psichedelici per decenni

La resistenza scientifica verso la psilocibina non nasce da una singola ragione, ma da una convergenza di fattori.

Il primo è storico e politico. Negli anni Settanta, con la cosiddetta war on drugs, sostanze come LSD e psilocibina vengono inserite nelle categorie legali più restrittive, definite “prive di valore terapeutico”. Questa classificazione non è il risultato di studi clinici negativi, ma di scelte politiche. Da quel momento, ottenere autorizzazioni per la ricerca diventa estremamente difficile, costoso e burocraticamente scoraggiante.

Il secondo fattore è metodologico. Le sostanze psichedeliche pongono un problema enorme alla sperimentazione classica: il doppio cieco è difficile da mantenere. Quando una molecola produce effetti percettivi evidenti, pazienti e medici possono intuire cosa è stato somministrato, alterando le aspettative e i risultati. Per una scienza fondata sulla misurabilità e sulla riproducibilità, questo è sempre stato un punto critico.

C’è poi un problema più profondo, spesso non dichiarato: la difficoltà della psichiatria biologica ad accettare farmaci che agiscono anche sull’esperienza soggettiva. Gli psichedelici non si limitano a “correggere” un recettore; modificano temporaneamente il modo in cui il cervello organizza il significato, la memoria, l’identità. Un terreno scivoloso per una medicina che, per decenni, ha cercato molecole sempre più selettive e prevedibili.

Stigma, etica e paura dell’abuso

A questi elementi si aggiunge lo stigma culturale. Le sostanze psichedeliche sono state a lungo associate alla controcultura, all’uso ricreativo, alla perdita di controllo. Per molti anni la comunità scientifica ha temuto che legittimare questi composti in ambito clinico potesse normalizzarne l’uso fuori dal contesto medico.

Esistono anche timori etici reali. Somministrare una sostanza che altera profondamente la percezione a pazienti vulnerabili richiede garanzie rigorose sul consenso informato, sul supporto psicologico e sulla gestione degli effetti avversi. Senza strutture adeguate, il rischio di danno non è teorico. Le varie paure, sommate, hanno creato una sorta di zona proibita scientifica, in cui la mancanza di studi veniva usata per giustificare l’assenza di studi.

Perché oggi qualcosa sta cambiando

Negli ultimi dieci-quindici anni, però, il quadro ha iniziato a mutare. Studi condotti in Europa e Nord America hanno mostrato che una o due somministrazioni di psilocibina, in contesti clinici controllati, possono produrre miglioramenti rapidi e duraturi nei sintomi depressivi e ansiosi.

Soprattutto, le tecniche di neuroimaging hanno permesso di osservare cambiamenti misurabili nella connettività cerebrale. Non più solo racconti soggettivi, ma dati osservabili. Questo ha reso la molecola nuovamente “leggibile” per la scienza.

Lo studio di Chieti si inserisce esattamente in questa nuova fase: prudente, iper-controllata, ma finalmente disposta a verificare sul campo ciò che per decenni è stato ignorato.

Al momento non esistono risultati conclusivi. La sperimentazione è agli inizi e serviranno mesi per capire se i benefici osservati in altri paesi saranno confermati anche nel contesto clinico italiano.

A cura della Redazione GTNews

Link utili:
Al via in Italia i test della psilocibina, sostanza estratta dai funghi allucinogeni, contro la depressione resistente – ISS

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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