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Il rapporto di una Ong internazionale solleva dubbi sulla produzione dei peluche più venduti del 2025
Il fenomeno Labubu, la creatura morbidosa con denti aguzzi e orecchie gigantesche che ha dominato gli scaffali dei negozi di giocattoli e gli unboxing virali dei social nel 2025, ha un retroterra molto meno carino di quanto pensassimo. Quello che fuori sembra una storia di successo globale è, secondo una nuova inchiesta, un caso serio di condizioni di lavoro borderline e possibili abusi nella produzione. L’ong statunitense China Labor Watch ha passato mesi a intervistare operai e a studiare documenti in una fabbrica in Cina che rifornisce Pop Mart, l’azienda dietro i Labubu. Secondo l’indagine, si parla di contratti in bianco, straordinari ben oltre i limiti consentiti e lavoratori giovanissimi impiegati senza le tutele legali previste, il tutto mentre la domanda per questi peluche continua a esplodere nel mondo.
Il rapporto non usa mezzi termini: “alcuni lavoratori di 16 anni sono stati impiegati per lunghi periodi senza alcuna protezione speciale e senza gravi tutele”. Addirittura, i dipendenti raccontano di ritmi di produzione tali che squadre di 25–30 persone dovevano assemblare oltre 4.000 giocattoli al giorno, con straordinari che superavano le 100 ore mensili, oltre tre volte il massimo consentito dalla legge cinese.
La situazione reale della Shunjia Toys
La produzione dei Labubu non avviene all’interno degli stabilimenti di Pop Mart, che non possiede propri impianti. Il lavoro viene affidato a partner esterni, e uno dei principali è la Shunjia Toys, situata nella contea di Xinfeng, nella provincia cinese dello Jiangxi.
All’interno di questa fabbrica, oltre 4.500 persone lavorano per soddisfare la domanda globale, ma l’inchiesta racconta di turni massacranti, contratti incompleti conosciuti come “in bianco”, e una totale mancanza di vere forme di rappresentanza dei lavoratori.
“Molti lavoratori non avevano chiara idea di cosa stessero firmando, e non venivano fornite garanzie su salario, orari o benefici”, recita il rapporto.
In più, nonostante la capacità produttiva ufficiale dichiarata per lo stabilimento sia di circa 12 milioni di giocattoli l’anno, gli operai stimano che la produzione reale sia ben oltre i 24 milioni, motivata dal boom di vendite della linea “The Monsters”.
Pop Mart risponde: tra promesse e verifiche
Messa alle strette dalle critiche, Pop Mart ha rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui afferma di prendere “seriamente il benessere dei lavoratori” e che effettuerà verifiche interne ed esterne per valutare quanto emerso.
L’azienda sostiene di condurre audit regolari, inclusi controlli di terze parti riconosciuti a livello internazionale, e di essere pronta ad attuare misure correttive qualora si confermino violazioni. Tuttavia, non sono stati pubblicati dettagli sulle indagini già avviate né sui risultati preliminari, lasciando molte ombre sul grado di responsabilità effettivo della catena di fornitura.
In Cina, dove le esportazioni di giocattoli rappresentano un tassello fondamentale dell’industria manifatturiera, questo caso potrebbe scatenare dibattiti su trasparenza, controllo della filiera e responsabilità globale dei brand.
Il clamore per i Labubu non è solo una questione locale. Dietro l’onda di popolarità planetaria dei giocattoli, la denuncia ha acceso i riflettori sulle pratiche diffuse nell’intera industria mondiale della produzione di artigianato e giocattoli. Organismi internazionali ricordano che i limiti di ore lavorative e le tutele per i giovani sono norme fondamentali, non opzionali, negli standard globali dei diritti del lavoro.
È interessante notare come, nel contesto più ampio del mercato dei giocattoli da collezione, i Labubu e i “blind box” abbiano ottenuto un enorme successo commerciale – tanto da generare introiti miliardari – mentre simultaneamente emergono criticità etiche legate alla produzione stessa.
A cura della Redazione GTNews
Link utili:
Labubu, Unboxed: the labor behind the global toy phenomenon : China Labor Watch
