Indice
- 1 Analisi indipendenti su articoli comuni da cucina evidenziano una diffusione significativa di sostanze resistenti, con implicazioni ambientali e sanitarie
- 2 PFAS: cosa sono e perché preoccupano
- 3 Normativa UE e nuovi limiti dal 2026
- 4 Screening del fluoro e ricerca mirata
- 5 Quali sostanze sono state individuate
- 6 I risultati marchio per marchio
- 7 Valori sotto soglia ma attenzione all’effetto cumulativo
Analisi indipendenti su articoli comuni da cucina evidenziano una diffusione significativa di sostanze resistenti, con implicazioni ambientali e sanitarie
La carta da forno è uno di quegli oggetti che entrano in cucina quasi in automatico. Serve per cuocere verdure, biscotti, pizze fatte in casa. Sta ovunque. Proprio per la sua diffusione capillare, la rivista specializzata Il Salvagente ha deciso di verificarne la sicurezza con un test di laboratorio mirato. L’indagine ha coinvolto 16 prodotti di marchi diversi, inclusi private label della grande distribuzione e brand molto diffusi sugli scaffali. Il risultato ha acceso i riflettori su una presenza ampia di PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche note per la loro estrema persistenza. In 14 campioni su 16 sono state trovate tracce di questi composti. Un dato che non indica automaticamente un rischio immediato per chi usa la carta da forno, ma che riporta al centro il tema dell’esposizione quotidiana a queste molecole. La fotografia che esce dal test è chiara: i PFAS continuano a comparire in prodotti di uso comune, anche quando il consumatore non li immagina.
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PFAS: cosa sono e perché preoccupano
I PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche) rappresentano una famiglia enorme di composti chimici. Se ne contano circa diecimila. L’industria li utilizza da decenni per le loro proprietà tecniche molto apprezzate: resistono al calore, respingono acqua e grassi, sopportano l’usura.
Proprio queste caratteristiche spiegano la loro presenza in molti prodotti quotidiani. Si trovano nelle padelle antiaderenti, negli imballaggi alimentari, nei tessuti impermeabili, nelle schiume antincendio e in vari cosmetici. Il rovescio della medaglia riguarda la loro persistenza ambientale: queste sostanze si degradano con estrema lentezza e tendono ad accumularsi nei suoli, nelle acque e negli organismi viventi. Numerosi composti della famiglia PFAS risultano classificati da organismi scientifici internazionali come interferenti endocrini, neurotossici o cancerogeni per l’uomo. Da qui nasce il soprannome di forever chemicals, ormai entrato nel linguaggio scientifico e mediatico.
Normativa UE e nuovi limiti dal 2026
Sul fronte regolatorio, l’Europa si muove da anni con interventi progressivi. Alcune sostanze specifiche, come il PFOA, risultano già vietate nell’Unione europea dal 2020. Il quadro normativo continua però ad evolversi.
Il regolamento UE 2025/40, dedicato agli imballaggi e ai materiali a contatto con gli alimenti, introdurrà nuovi limiti vincolanti a partire dal 12 agosto 2026. La soglia prevista è di 50 milligrammi per chilogrammo per il fluoro totale e 250 microgrammi per chilogrammo per la somma dei PFAS mirati, circa cinquanta sostanze considerate più critiche per la salute umana. Questo passaggio segna un ulteriore irrigidimento dei controlli sui materiali che finiscono a contatto con il cibo.
Screening del fluoro e ricerca mirata
Secondo quanto riportato dal Salvagente, i fogli di carta da forno vengono in genere prodotti con fibra di cellulosa rivestita di silicone oppure con carta tipo pergamena trattata chimicamente. I produttori devono fornire una dichiarazione di conformità che attesti l’uso di sostanze consentite.
Per verificare la presenza di PFAS, il test ha utilizzato due approcci complementari. Il primo ha misurato il fluoro totale e organico, cioè la quantità complessiva di sostanze fluorurate presenti nel materiale. Questo metodo offre un’indicazione del potenziale rischio di migrazione verso il cibo.
Il secondo approccio ha cercato circa cinquanta PFAS specifici già monitorati a livello normativo. L’analisi combinata permette di avere una fotografia più completa della situazione reale.
Quali sostanze sono state individuate
Le analisi hanno individuato tre composti principali. Il primo è l’PFBA (acido perfluorobutanoico), indicato come prodotto di degradazione del PFOA. È incluso tra i PFAS soggetti a restrizioni per la protezione delle acque potabili e mostra una forte mobilità ambientale. Studi su animali lo associano ad alterazioni della tiroide, del fegato e a effetti sullo sviluppo.
Il secondo composto è l’FTOH 6:2, un alcol fluorotelomerico volatile che può trasformarsi in PFAS più persistenti, in particolare nell’acido perfluoroesanoico (PFHxA), già vietato in vari usi nell’UE. Il terzo è l’FTOH 8:2, precursore diretto del PFOA. Quest’ultimo è classificato dallo IARC come cancerogeno per l’uomo. Anche l’FTOH 8:2 presenta volatilità e capacità di degradarsi in composti persistenti rilevati nel sangue umano e nella fauna selvatica.
I risultati marchio per marchio
Nel complesso, 14 prodotti su 16 hanno mostrato tracce di almeno un PFAS. Solo Carrefour e Domopak hanno registrato valori sotto i limiti di quantificazione del laboratorio, risultando di fatto non rilevabili. Secondo quanto riportato, la carta da forno Lidl aromatizzata è risultata quella con la presenza più ampia, con tutti e tre i PFAS individuati contemporaneamente. Un dato che la colloca in cima alla graduatoria per concentrazione rilevata.
Da segnalare anche la performance dei prodotti che puntano su un’immagine “green”. I marchi Ecor e Cuki carta forno naturale non hanno mostrato valori migliori rispetto alla media dei campioni analizzati.
Valori sotto soglia ma attenzione all’effetto cumulativo
Il quadro che emerge contiene anche un elemento rassicurante. Nessuno dei 16 campioni ha superato i limiti fissati dal regolamento UE 2025/40, né per il fluoro totale né per la somma dei PFAS mirati. Tutti i prodotti risultano quindi formalmente conformi alla normativa che entrerà in vigore nel 2026.
Il punto critico riguarda però l’esposizione cumulativa. Come ricorda l’analisi, i PFAS sono presenti in numerosi oggetti quotidiani e la carta da forno rappresenta una fonte aggiuntiva. L’attenzione degli esperti si concentra sempre più sul carico complessivo a cui le persone risultano esposte nel tempo.
Accanto al profilo sanitario emerge anche quello ambientale. Durante smaltimento e riciclo, i PFAS contenuti nei materiali possono disperdersi in suoli, acqua e aria, contribuendo a una contaminazione persistente.
A cura della Redazione GTNews
Link utili:
Pfas nelle carte da forno. Il nostro test su 16 marchi | il Salvagente
