L’acquacoltura produce ormai più animali acquatici della pesca di cattura. Ma dietro la crescita del settore restano problemi che riguardano mangimi, scarichi, farmaci, benessere animale e trasparenza delle filiere
LA NOTIZIA IN BREVE – L’acquacoltura ha cambiato il mercato mondiale del pesce, ma il suo impatto non è chiaro, perché dipende molto da specie, mangimi e sistemi produttivi. Il Coller FAIRR Seafood Index mostra quanto siano ancora deboli, tra i grandi operatori del settore, la gestione dell’inquinamento, degli antibiotici, del benessere animale e della tracciabilità. Le differenze sono ampie: allevare cozze o ostriche, che non richiedono mangimi, è cosa ben diversa dall’allevare salmoni; allo stesso modo, anche il pesce selvatico può avere un peso ambientale molto diverso a seconda dello stock e del metodo di cattura. Intanto l’acquacoltura ha già superato la pesca nella produzione mondiale di animali acquatici. Per il consumatore, quindi, la distinzione tra “allevato” e “pescato” dice poco se non è accompagnata da informazioni su specie, provenienza e filiera.
Domande e risposte
Le risposte essenziali ai dubbi più comuni sul pesce allevato e sulla sostenibilità della filiera ittica.
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Verifica
Il pesce allevato è sempre più sostenibile di quello pescato?
No. L’impatto cambia molto in base alla specie, al tipo di allevamento, ai mangimi utilizzati e, per il pescato, allo stato dello stock e al metodo di cattura. La sola distinzione tra “allevato” e “selvatico” non basta.
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Indice
Che cosa misura il Coller FAIRR Seafood Index?
Valuta quanto 20 grandi aziende quotate del settore ittico siano preparate a gestire rischi ambientali e sociali. Non assegna certificazioni di sostenibilità e non giudica i singoli prodotti venduti al consumatore.
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Ambiente
Qual è il problema più grave emerso dall’analisi?
L’inquinamento ottiene il punteggio medio più basso, 19 su 100. Tra i problemi considerati rientrano scarichi e residui degli allevamenti, rifiuti degli impianti e impatti legati alle attività di pesca.
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Allevamento
Cozze e salmoni allevati hanno lo stesso impatto?
No. Cozze e ostriche si nutrono filtrando l’acqua e non richiedono mangimi somministrati dall’esterno. Il salmone, invece, dipende da una filiera che comprende produzione e trasporto dei mangimi, gestione sanitaria e controllo dell’impianto.
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Tracciabilità
È possibile sapere da dove arriva davvero il pesce?
Nell’Unione europea l’etichetta fornisce, per molti prodotti, informazioni su specie, provenienza e metodo di produzione. Ricostruire l’intera filiera resta però più difficile: il punteggio medio FAIRR sulla tracciabilità è di appena 27 su 100.
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Da sapere
Quali informazioni conviene controllare prima dell’acquisto?
Le indicazioni più utili sono specie, origine e metodo di produzione o cattura. Due prodotti entrambi definiti “allevati” possono infatti provenire da sistemi produttivi molto diversi per uso di mangimi, energia, farmaci e gestione ambientale.
Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento
L’APPROFONDIMENTO – Il pesce allevato ha ormai un ruolo centrale nell’alimentazione mondiale. Definirlo più sostenibile di quello pescato sarebbe tuttavia fuorviante. Il Coller FAIRR Seafood Index ha analizzato 20 grandi gruppi quotati del settore ittico, riscontrando criticità importanti soprattutto su inquinamento, antibiotici, benessere animale e tracciabilità. Il rapporto non giudica i singoli prodotti, e non assegna neppure certificazioni di sostenibilità, ma misura quanto le aziende siano preparate a gestire questi rischi. I risultati sono molto diversi da un gruppo all’altro, ma nessuno raggiunge valori particolarmente elevati: Mowi, prima in classifica, ottiene 57 punti su 100; Bakkafrost e Salmones Camanchaca, seconde, arrivano a 43.
Un indice per misurare i rischi, non la sostenibilità
FAIRR Initiative analizza per gli investitori i rischi ambientali e sociali legati alla produzione alimentare. Il Seafood Index applica questo metodo al settore ittico e mette a confronto aziende che operano nella pesca, nell’acquacoltura, nei mangimi, nella trasformazione e nella distribuzione.
La valutazione prende in esame 16 temi, tra cui emissioni, inquinamento, antibiotici, sicurezza alimentare, benessere animale, materie prime marine, deforestazione, diritti dei lavoratori e tracciabilità.
Il punteggio finale tiene conto delle politiche adottate, degli obiettivi fissati e delle informazioni disponibili sui risultati ottenuti. Gran parte della documentazione arriva dai report e dalle comunicazioni pubbliche delle stesse imprese, affiancati da altre fonti disponibili. FAIRR precisa però che quei dati non sono stati verificati indipendentemente nella loro totalità.
La trasparenza pesa quindi sul risultato finale. Un’azienda che pubblica pochi dati può risultare penalizzata; allo stesso tempo, documentare bene le proprie politiche non dimostra che ogni attività abbia un impatto ambientale contenuto.
Anche i numeri vanno letti con questa cautela. Il 57 su 100 di Mowi non è un voto scolastico e FAIRR non considera 60 una soglia di sufficienza. Il Net Maturity Score indica quanto l’impresa abbia individuato determinati rischi e quali strumenti abbia predisposto per affrontarli.
Mowi prima con 57 punti, poi la classifica scende rapidamente
Alle spalle di Mowi, il distacco è netto. Bakkafrost e Salmones Camanchaca ottengono 43 punti, Lerøy Seafood Group e SalMar 42, Grieg Seafood 38, Multi X 37 e Thai Union Group 35. Charoen Pokphand Foods arriva a 32, Mitsubishi Corporation a 28 e Nomad Foods a 26. Nella parte bassa della graduatoria Kyokuyo e Sysco ottengono entrambe 14 punti.
Sono società difficili da confrontare prodotto per prodotto. Mowi è fortemente legata all’allevamento del salmone; Thai Union opera tra pesca, acquacoltura e trasformazione; altri gruppi hanno un peso maggiore nei mangimi o nella commercializzazione.
Il numero complessivo fotografa quindi la gestione aziendale dei rischi. Per capire dove siano i problemi più seri bisogna guardare alle singole voci.
L’inquinamento è il punto più debole: 19 su 100
Sui temi sociali le 20 aziende raggiungono in media 39 punti su 100. La media ambientale scende a 25. L’inquinamento si ferma a 19, il risultato peggiore dell’indice.
Negli allevamenti marini rientrano in questa voce le deiezioni dei pesci, il mangime non consumato, i rifiuti prodotti dagli impianti e altre sostanze che possono raggiungere l’ambiente circostante. L’impatto dipende dalla densità degli animali, dalle correnti, dalla profondità dell’acqua e dalla gestione del singolo sito.
La pesca presenta problemi differenti. Ci sono il carburante utilizzato dalle imbarcazioni, le reti e gli altri attrezzi persi in mare e, in alcuni casi, gli effetti dei sistemi di cattura sul fondale o sulle specie non bersaglio.
Conta anche la condizione delle popolazioni pescate. Una specie abbondante e ben gestita può sostenere un certo livello di prelievo; una già in difficoltà può risentire pesantemente di ulteriori catture.
Il mangime resta uno dei costi ambientali meno visibili
Per salmoni, trote e altre specie allevate una parte importante dell’impatto dipende da ciò che gli animali mangiano. I mangimi contengono ingredienti di origine agricola e marina. Farina e olio di pesce vengono ancora prodotti soprattutto utilizzando specie selvatiche, in particolare piccoli pelagici, e le specie carnivore allevate ne assorbono una quota consistente.
Negli ultimi decenni le formulazioni sono cambiate. L’industria ha ridotto in molti casi la quantità di ingredienti marini, aumentando quelli vegetali e sperimentando alternative come oli da alghe, proteine da insetti o microrganismi.
La sostituzione non elimina però ogni problema. Soia e altre colture richiedono terra, acqua, fertilizzanti e trasporti. FAIRR considera infatti sia la sostenibilità delle materie prime marine sia i rischi legati a deforestazione e conversione degli ecosistemi. Il vantaggio dell’allevamento, quindi, varia molto anche in base a ciò che viene utilizzato per nutrire gli animali.
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Cozze e un salmoni appartengono ad acquacolture molto diverse
Cozze e ostriche non ricevono mangime dall’esterno. Si nutrono filtrando ciò che trovano nell’acqua. Un salmone deve invece essere alimentato per tutto il ciclo di crescita, con una filiera che comprende produzione, lavorazione e trasporto dei mangimi. Gli studi sui cosiddetti blue foods mostrano differenze ampie tra specie e sistemi produttivi. Bivalvi e alghe figurano spesso tra le categorie con gli impatti più contenuti. Altre produzioni, soprattutto quelle che richiedono alimentazione intensiva o molta energia, hanno un profilo differente.
Anche tra le specie selvatiche il confronto cambia parecchio. Una piccola specie pelagica catturata con metodi efficienti e proveniente da uno stock in buone condizioni non è paragonabile a una pesca ad alto consumo di carburante o esercitata su popolazioni già sotto pressione. La dicitura “allevato” dice dunque come l’animale è stato prodotto, ma non basta per stabilire quanto quella produzione sia sostenibile.
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Antibiotici e benessere animale restano indietro
La sicurezza alimentare ottiene una media di 43 punti su 100. La gestione degli antibiotici si ferma a 27 e il benessere animale a 26. Le differenze tra aziende sono però notevoli.
Salmones Camanchaca, seconda nella graduatoria generale, raggiunge 70 punti nella gestione degli antibiotici. L’azienda dichiara di non utilizzarli abitualmente né a scopo preventivo e di ricorrervi dopo una diagnosi clinica. Ha inoltre pubblicato dati sul loro impiego negli ultimi anni.
Nella stessa società la tracciabilità ottiene invece appena 19 punti. Un buon risultato in un’area non si traduce automaticamente in prestazioni altrettanto elevate nelle altre.
Negli allevamenti intensivi la gestione sanitaria dipende da densità, qualità dell’acqua, presenza di parassiti e malattie e capacità di intervenire prima che un problema si diffonda. In queste condizioni uso dei farmaci e benessere animale finiscono inevitabilmente per intrecciarsi con il modo in cui l’impianto viene gestito.
La tracciabilità si ferma a 27 punti
Un pesce può essere allevato in un Paese, lavorato in un altro, congelato, confezionato e infine distribuito altrove. Ricostruire tutti questi passaggi rimane difficile. Nel Seafood Index la tracciabilità ottiene in media 27 punti su 100.
FAIRR valuta la capacità delle aziende di risalire alla provenienza del prodotto e di controllare fornitori e intermediari. È un aspetto particolarmente delicato in una filiera internazionale, dove tra produzione e vendita possono intervenire numerosi soggetti. Nell’Unione europea l’etichetta consente già di conoscere, per molti prodotti ittici, specie, provenienza e metodo di produzione. Per il pescato vengono fornite anche indicazioni sulla zona di cattura e, nei casi previsti, sull’attrezzo utilizzato.
Restano fuori molte informazioni che incidono sull’impatto reale: composizione dei mangimi, densità dell’allevamento, uso dei farmaci, qualità dei controlli effettuati lungo la catena di fornitura.
Cozze, ostriche e alghe trovano ancora poco spazio nelle strategie dei grandi gruppi
La voce dedicata allo sviluppo di modelli produttivi considerati più sostenibili raggiunge appena 11 punti su 100. Molte delle aziende analizzate continuano a investire soprattutto nei settori già consolidati, compresi allevamento di salmone e gamberi e pesca tradizionale.
L’acquacoltura non alimentata segue invece una logica diversa. Cozze, ostriche e altri bivalvi crescono senza mangimi prodotti dall’uomo. Le alghe non richiedono neppure allevamento animale.
Tra i gruppi esaminati, Lerøy Seafood Group raggiunge 53 punti nella categoria dedicata all’acquacoltura non alimentata, un risultato nettamente superiore a quello della maggior parte dei concorrenti.
Espandere queste produzioni non è semplice. Servono acque adatte, spazio, autorizzazioni e un mercato in grado di assorbire quantità maggiori. Ma la differenza rispetto agli allevamenti che dipendono dai mangimi spiega perché bivalvi e alghe vengano osservati con crescente interesse.
Nel 2022 gli allevamenti hanno superato la pesca
Nel 2022 l’acquacoltura ha prodotto 94,4 milioni di tonnellate di animali acquatici, raggiungendo il 51% della produzione mondiale. Per la prima volta ha superato la pesca di cattura. Considerando anche le alghe, la produzione acquacolturale mondiale ha raggiunto 130,9 milioni di tonnellate.
La crescita del settore ha permesso di soddisfare una domanda che la sola pesca difficilmente avrebbe potuto sostenere. Le catture marine non possono aumentare senza limiti e molti stock richiedono già una gestione attenta. Il peso dell’acquacoltura continuerà quindi a essere centrale. La questione riguarda sempre più quali specie allevare, con quali mangimi e con quali regole ambientali e sanitarie.
L’Italia è il quarto produttore dell’Unione europea
Nel 2024 l’acquacoltura italiana ha prodotto 98.051 tonnellate, pari al 9,7% del totale dell’Unione europea. Davanti all’Italia ci sono Spagna, Francia e Grecia. Nel complesso l’UE ha superato di poco il milione di tonnellate, con un valore di circa 4,6 miliardi di euro.
I molluschi rappresentano una parte importante della produzione europea e italiana. Cozze e vongole affiancano allevamenti di trote, orate e spigole, con sistemi produttivi molto diversi tra loro.
Per chi acquista, la distinzione fra allevato e pescato rimane quindi solo un primo dato. Due prodotti entrambi provenienti dall’acquacoltura possono avere bisogno di quantità molto diverse di mangime, energia e farmaci.
Dire “allevato” non è sufficiente
L’acquacoltura ha permesso di aumentare enormemente l’offerta mondiale di pesce senza trasferire tutta la crescita della domanda sugli stock selvatici. Il Seafood Index mostra però che, tra i grandi operatori, inquinamento, tracciabilità, antibiotici e benessere animale rimangono aree nelle quali i risultati sono ancora modesti. Anche il pesce selvatico presenta situazioni molto diverse: contano lo stato dello stock, il sistema di cattura, il consumo di carburante e l’impatto sugli ecosistemi.
Link e fonti
Rapporti, dati ufficiali e studi scientifici utilizzati per verificare e approfondire la sostenibilità di pesca e acquacoltura.
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Fonte primaria
Coller FAIRR Seafood Index: risultati e criticità del settore
Il comunicato di lancio presenta i principali risultati dell’indice: 20 grandi aziende valutate, 16 aree di rischio e punteggi particolarmente bassi su inquinamento e sviluppo di nuovi modelli produttivi.
Consulta la fonte -
Benchmark globale
Coller FAIRR Seafood Index: classifica delle 20 aziende
La graduatoria completa riporta il Net Maturity Score delle società analizzate. Mowi guida con 57 punti su 100, davanti a Bakkafrost e Salmones Camanchaca con 43.
Consulta la classifica -
Rapporto internazionale
The State of World Fisheries and Aquaculture 2024
I dati FAO documentano il sorpasso storico dell’acquacoltura sulla pesca di cattura: nel 2022 gli allevamenti hanno prodotto 94,4 milioni di tonnellate di animali acquatici, pari al 51% del totale mondiale.
Consulta i dati FAO -
Dati europei
Acquacoltura nell’Unione europea: produzione 2024
La statistica europea quantifica la produzione di acquacoltura nell’UE. L’Italia ha raggiunto 98.051 tonnellate nel 2024, pari al 9,7% del totale europeo, risultando il quarto produttore.
Consulta Eurostat -
Studio scientifico
Uso globale di farina e olio di pesce negli allevamenti
La revisione analizza il ricorso a farina e olio di pesce nell’acquacoltura e il legame tra l’allevamento delle specie carnivore e l’utilizzo di piccoli pesci selvatici destinati ai mangimi.
Consulta lo studio -
Studio scientifico
Environmental performance of blue foods
Lo studio confronta le pressioni ambientali di numerosi alimenti acquatici. Bivalvi allevati e alghe risultano tra le produzioni con i valori più bassi per diversi indicatori ambientali.
Consulta lo studio -
Regole europee
Etichettatura e informazioni sui prodotti ittici nell’UE
La pagina riassume le informazioni che devono accompagnare molti prodotti della pesca e dell’acquacoltura, tra cui denominazione della specie, metodo di produzione e provenienza.
Consulta le regole UE
Note per i lettori
L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale
