Indice
- 1 La ricerca UNLV punta su camminata veloce, bici, danza e attività sostenute per ridurre l’infiammazione cerebrale legata alla malattia
- 2 Il ruolo dell’attività aerobica
- 3 Il “fertilizzante” del cervello
- 4 Quanto deve essere intenso lo sforzo
- 5 Forza, boxe e movimenti complessi
- 6 Farmaci e qualità della vita
- 7 I segnali precoci da riconoscere
- 8 La malattia che cresce più in fretta
- 9 Una strategia concreta e accessibile
La ricerca UNLV punta su camminata veloce, bici, danza e attività sostenute per ridurre l’infiammazione cerebrale legata alla malattia
L’esercizio fisico aerobico può avere un ruolo decisivo nel rallentare la progressione dei sintomi del Parkinson, una malattia neurodegenerativa per la quale oggi manca ancora una cura risolutiva. A sostenerlo sono i ricercatori dell’Università del Nevada, Las Vegas, che indicano l’attività fisica sostenuta come una delle strategie più promettenti per intervenire su alcuni meccanismi biologici collegati alla malattia. Il punto scientifico riguarda soprattutto l’infiammazione cerebrale, considerata uno dei processi che contribuiscono al deterioramento dei neuroni. Secondo Merrill Landers, preside ad interim della School of Integrated Health Sciences della UNLV e fisioterapista con trent’anni di esperienza clinica, il movimento può fare molto più che migliorare lo stato generale di salute. Può contribuire a modificare l’ambiente biologico in cui la malattia avanza.
«L’esercizio può essere più di qualcosa di utile per la salute generale, perché può effettivamente aiutare a rallentare la progressione del Parkinson riducendo l’infiammazione cerebrale alla radice della malattia», ha spiegato Landers.
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Il ruolo dell’attività aerobica
Il Parkinson colpisce soprattutto persone tra i 55 e i 65 anni, anche se esistono forme a esordio precoce. La malattia altera il movimento, il sonno, alcune funzioni cognitive e perfino il controllo della vescica. Un tremore lieve alla mano, un rallentamento nei movimenti o una perdita dell’olfatto, in una persona oltre i sessant’anni, possono quindi rappresentare segnali da valutare con attenzione.
Landers lavora da decenni con pazienti affetti da Parkinson e oggi concentra la sua ricerca sull’effetto dell’esercizio aerobico. Nel suo laboratorio, insieme a un piccolo gruppo di studenti del dipartimento di fisioterapia della UNLV, segue persone con Parkinson durante sessioni a diverse intensità. Dopo l’attività, il gruppo raccoglie campioni di sangue per capire quali livelli e quantità di esercizio producano gli effetti più rilevanti.
«Finché una cura verrà trovata, uno dei grandi obiettivi della ricerca sul Parkinson è individuare un trattamento capace di rallentare o fermare la malattia», ha detto Landers. «Uno dei candidati più promettenti per rallentare la progressione è l’esercizio aerobico, che è il centro della mia ricerca attuale».
Il “fertilizzante” del cervello
Landers descrive l’esercizio come un “fertilizzante per il cervello”. L’attività fisica favorisce infatti l’aumento del BDNF, il fattore neurotrofico derivato dal cervello, una proteina che sostiene la sopravvivenza e la crescita dei neuroni. In una malattia come il Parkinson, in cui le cellule nervose produttrici di dopamina vengono progressivamente danneggiate, questo meccanismo assume un peso particolare.
Il BDNF, secondo Landers, agisce anche sull’infiammazione. Durante l’esercizio, muscoli e tessuti rilasciano segnali antinfiammatori che possono ridurre lo stato infiammatorio generale dell’organismo e del cervello. L’infiammazione svolge una funzione essenziale nella risposta immunitaria, però quando diventa eccessiva può danneggiare tessuti sani e accelerare la perdita neuronale.
L’attività più utile deve far lavorare il cuore in modo sostenuto, senza portare subito all’esaurimento. Camminata su tapis roulant, bicicletta, danza o altre attività capaci di aumentare il battito possono rientrare in questa fascia, purché vengano adattate alla condizione fisica del paziente.
Quanto deve essere intenso lo sforzo
La zona consigliata da Landers è quella di un’intensità moderata ma impegnativa. In termini semplici, bisogna riuscire a parlare con frasi brevi, mentre una conversazione lunga e rilassata dovrebbe risultare faticosa. Questa soglia corrisponde indicativamente al 60-75% della frequenza cardiaca massima.
«Si vuole stare in questa zona di intensità per poterla sostenere per un tempo relativamente lungo», ha spiegato Landers. «Se l’esercizio è troppo intenso, non si riesce a farlo abbastanza a lungo da ottenere l’aumento del BDNF».
La raccomandazione si inserisce in un quadro più ampio. La Parkinson’s Foundation indica l’esercizio come parte essenziale della gestione della malattia e richiama l’importanza di attività regolare, mirata e sicura. Le indicazioni aggiornate elaborate con l’American College of Sports Medicine puntano su esercizi aerobici, forza, equilibrio, flessibilità e movimenti specifici per il Parkinson.
Forza, boxe e movimenti complessi
L’aerobica resta centrale, però altri tipi di allenamento possono offrire benefici. Brach Poston, docente di chinesiologia e scienze della nutrizione alla UNLV, richiama il valore del potenziamento muscolare, dell’interval training e perfino della boxe adattata. La sua ricerca studia anche l’uso della stimolazione cerebrale non invasiva per migliorare l’apprendimento motorio nel Parkinson, nell’invecchiamento e nei giovani adulti.
«La boxe comporta movimenti più complessi», ha detto Poston. «Ha una componente aerobica e una parte di allenamento intervallato. Costringe le persone ad alzarsi in piedi e mette alla prova l’equilibrio».
Questo aspetto conta molto perché il Parkinson colpisce la fluidità del movimento, la postura, la rapidità dei gesti e la stabilità. Le attività complesse, se svolte in sicurezza e con guida adeguata, possono quindi lavorare su più fronti contemporaneamente.
Farmaci e qualità della vita
Quando i sintomi iniziano a interferire con la vita quotidiana, molti pazienti ricevono Levodopa, un farmaco che aiuta ad aumentare i livelli di dopamina nel cervello. La dopamina è uno dei neurotrasmettitori più coinvolti nel controllo del movimento e la sua perdita rappresenta un elemento chiave della malattia.
«Per la maggior parte delle persone passano circa sei anni dalla diagnosi prima che i sintomi diventino davvero gravi», ha spiegato Poston.
Il tema della progressione resta quindi cruciale. L’esercizio, nella prospettiva dei ricercatori UNLV, va visto come una parte della gestione quotidiana della malattia. Deve dialogare con le terapie, con il controllo medico e con il livello reale di autonomia del paziente. La fonte non presenta l’attività fisica come sostituto delle cure farmacologiche. La colloca invece tra gli strumenti più solidi per mantenere funzione, mobilità e qualità della vita.
I segnali precoci da riconoscere
Il Parkinson può iniziare molto prima dei sintomi motori più evidenti. Tra i segnali iniziali indicati nella fonte compaiono stitichezza, disturbo comportamentale del sonno REM, forte stanchezza diurna, depressione e perdita dell’olfatto. Quest’ultimo dato è particolarmente rilevante. Secondo le informazioni riportate dalla UNLV, il 96% delle persone appena diagnosticate ha già avuto un’alterazione dell’olfatto.
La perdita dell’olfatto e la stitichezza possono comparire prima dei disturbi motori. Quando tremore, rigidità e lentezza diventano più visibili, molte persone hanno già perso circa il 70% dei neuroni produttori di dopamina. È anche per questo che la ricerca cerca marcatori precoci e strategie capaci di intervenire prima che il danno funzionale diventi più pesante.
La malattia che cresce più in fretta
Negli Stati Uniti il Parkinson riguarda circa 1,1 milioni di persone, con circa 90.000 nuove diagnosi ogni anno, secondo i dati riportati dalla fonte UNLV. Colpisce circa l’1% degli individui oltre i 60 anni ed è descritto come il disturbo neurodegenerativo a crescita più rapida nel Paese. Le forme a esordio precoce, sotto i 50 anni, rappresentano il 10-20% dei casi. Le diagnosi prima dei 40 anni sono circa il 2%.
L’età della diagnosi incide anche sulla qualità della vita successiva. Le forme giovanili possono essere associate a una progressione più rapida e a una maggiore esposizione, nel lungo periodo, alle discinesie, cioè movimenti involontari ed erratici. Il caso dell’attore Michael J. Fox, diagnosticato a 29 anni, ha contribuito a portare il Parkinson al centro dell’attenzione pubblica.
«Portare più attenzione sul Parkinson è una cosa positiva», ha detto Landers. «Non solo coinvolge più persone nella conversazione, ma speriamo che alla fine porti a maggiori finanziamenti per una ricerca capace di cambiare vite».
Una strategia concreta e accessibile
Il messaggio pratico della ricerca è diretto. Per molte persone con Parkinson, muoversi con regolarità può diventare una forma di intervento quotidiano sul decorso dei sintomi. Serve un’attività sostenuta, abbastanza intensa da stimolare il sistema cardiovascolare e abbastanza gestibile da essere mantenuta nel tempo.
Camminare a passo veloce, pedalare, ballare, seguire programmi di esercizio adattato o praticare discipline che combinano coordinazione, equilibrio e resistenza può aiutare a proteggere mobilità, autonomia e benessere. La scelta va sempre calibrata sulla persona, sulla fase della malattia e sulle indicazioni del medico o del fisioterapista.
La ricerca UNLV aggiunge un tassello importante perché collega l’esercizio a meccanismi biologici precisi, come BDNF e infiammazione cerebrale. Il Parkinson resta una malattia complessa, progressiva e ancora senza cura definitiva. Proprio per questo, ogni strategia capace di rallentare i sintomi, mantenere funzione e migliorare la vita reale dei pazienti merita attenzione.
A cura di Roberto Zonca
Link utili:
UNLV Experts: Exercise is One of the Most Effective Ways to Treat Parkinson’s Disease | UNLV
