Indice
- 1 Non più un’accusa generica, ma supportata da prove numeriche che puntano il dito contro colossi energetici, Eni compresa
- 2 La prova scientifica: ondate moltiplicate per 200
- 3 Il caso italiano: Eni nel mirino
- 4 Chi pagherebbe i danni del caldo estremo?
- 5 Dalle aule scientifiche alle aule di tribunale
- 6 Un catalogo globale di responsabilità
- 7 Il conto del clima resta aperto
Non più un’accusa generica, ma supportata da prove numeriche che puntano il dito contro colossi energetici, Eni compresa
Cresce la lista dei responsabili della crisi climatica, ma stavolta non si parla in senso astratto. Uno studio pubblicato su Nature ha collegato per la prima volta singole aziende produttrici di combustibili fossili a specifiche ondate di calore registrate in tutto il mondo. Il lavoro, coordinato dal Politecnico federale di Zurigo (ETH Zürich) con il supporto di istituti di Stati Uniti, Germania e Francia, ha analizzato il periodo compreso tra il 2000 e il 2023. Il risultato è sconcertante: 180 società energetiche e cementiere hanno reso più intense e molto più probabili 213 ondate di calore estreme. Non si tratta di slogan di movimenti ambientalisti, ma di numeri verificati e sottoposti a revisione scientifica.
Tra le aziende citate figura anche l’italiana Eni, accusata di aver contribuito in modo determinante ad almeno 50 eventi di calore estremo che hanno colpito l’Italia e l’Europa. L’analisi, ricca di grafici e tabelle, colma un vuoto probatorio cruciale: per la prima volta si quantifica il ruolo dei singoli colossi industriali nell’aggravare eventi meteo estremi. Gli autori sottolineano che “un quarto di queste ondate sarebbe stato praticamente impossibile senza il cambiamento climatico”.
La prova scientifica: ondate moltiplicate per 200
La cosiddetta scienza dell’attribuzione sostiene che il riscaldamento globale abbia modificato in modo drastico la probabilità delle ondate di calore. Rispetto all’epoca preindustriale (1850-1900), la frequenza di questi eventi sarebbe aumentata di circa 20 volte nel periodo 2000-2009 e di 200 volte tra il 2010 e il 2019.
Inoltre, lo studio ipotizza che le emissioni di alcune grandi aziende sarebbero state sufficienti, da sole, a generare tra 16 e 53 ondate di calore che in un clima preindustriale non si sarebbero mai verificate. Ciò significherebbe che, oltre all’effetto cumulativo delle emissioni globali, anche le scelte di singoli attori industriali avrebbero avuto un impatto misurabile.
Il caso italiano: Eni nel mirino
Per quanto riguarda l’Italia, la ricerca afferma che le sole emissioni di Eni sarebbero state sufficienti a spiegare 50 delle 213 ondate di calore analizzate. Tra queste vengono citati episodi ben noti: luglio-agosto 2003, agosto 2011, agosto 2018, giugno 2019.
Le reazioni non si sono fatte attendere. «Da tempo sappiamo con certezza che l’intensificazione delle ondate di calore è una diretta conseguenza della crisi climatica di origine antropica, ma da oggi possiamo anche stimare il contributo delle aziende più inquinanti», ha dichiarato Federico Spadini di Greenpeace Italia. Secondo l’associazione, le compagnie fossili dovrebbero essere chiamate a rispondere almeno in parte dei danni economici e sociali generati dal riscaldamento globale.
Chi pagherebbe i danni del caldo estremo?
Greenpeace sostiene che i numeri emersi dovrebbero aprire un dibattito politico e giuridico. Meccanismi come tassazioni mirate o sanzioni potrebbero costringere le aziende a contribuire ai costi della crisi climatica. Tra il 2000 e il 2019, infatti, quasi 500.000 persone sarebbero morte per cause legate al caldo, molte delle quali direttamente attribuibili al cambiamento climatico.
Un altro elemento importante arriva dalla giurisprudenza. La Corte internazionale di giustizia dell’ONU ha stabilito nel luglio scorso che le azioni governative che alimentano il cambiamento climatico sono illegali. Di conseguenza, si aprirebbe la strada a possibili richieste di risarcimento non solo agli Stati, ma anche alle imprese ritenute responsabili.
Dalle aule scientifiche alle aule di tribunale
Gli esperti vedono in questa ricerca un potenziale spartiacque. «La scienza dell’attribuzione ha trasformato la nostra comprensione degli impatti climatici, collegando i disastri agli emettitori responsabili», ha dichiarato Davide Faranda, direttore di ricerca al Cnrs.
Sulla stessa linea, Cassidy DiPaola della campagna Make Polluters Pay sottolinea: «Ora possiamo indicare specifiche ondate di calore e dire: questa potrebbe essere stata provocata da Saudi Aramco, da ExxonMobil, da Shell. Le conseguenze ricadono su persone reali, coltivazioni reali e comunità reali».
Parole che evidenziano come la ricerca scientifica possa trasformarsi in materiale probatorio per future cause legali e decisioni politiche.
Un catalogo globale di responsabilità
Lo studio presenta un elenco di società sparse in tutto il mondo: BHP, Santos e Woodside in Australia, INPEX e Mitsubishi in Giappone, TotalEnergies in Francia, Shell nei Paesi Bassi, Gazprom in Russia, Chevron ed ExxonMobil negli Stati Uniti. Secondo i dati, ognuna di queste aziende sarebbe collegata ad almeno 40-50 eventi estremi.
Per il Brasile viene citata Petrobras, in India Coal India, mentre nel Regno Unito compare BP. Un vero e proprio catalogo globale che, pur con tutte le cautele del caso, offre un quadro dettagliato della distribuzione delle responsabilità.
Il conto del clima resta aperto
Lo non stabilisce colpe definitive, ma solleva interrogativi cruciali. Se i governi decideranno di usare questi dati come base normativa, i colossi fossili potrebbero essere chiamati a contribuire ai costi sociali e sanitari del riscaldamento globale. Per ora, la certezza è una sola: il caldo che stiamo vivendo non può essere liquidato come un semplice fenomeno naturale. Secondo i ricercatori, avrebbe dietro di sé decisioni economiche e industriali ben precise, che potrebbero presto finire al centro di cause legali e di accesi scontri politici.
