L’atomo torna nei piani dell’Italia, ma il passato resta da chiudere

Quattro impianti spenti, 51 zone candidate per il Deposito nazionale e 196 siti potenziali per la fusione segnano il percorso verso il 2050

L’Italia torna a discutere di energia nucleare, e lo fa mettendo sul tavolo una mappa di impianti già esistenti, anche se dismessi, siti di stoccaggio e, ovviamente, nuove aree considerate adatte. Nel Belpaese sono quattro le centrali nucleari fuori servizio, e si trovano a Trino (Piemonte), Caorso (Emilia-Romagna), Latina (Lazio) e Garigliano (Campania). A queste si aggiungono siti collegati alla gestione dei materiali radioattivi come anche alla ricerca, come Saluggia, Casaccia, Trisaia, Bosco Marengo e Rotondella.

Il Governo ha riaperto il dossier con una prospettiva di lungo periodo e punta a inserire l’atomo nel mix energetico nazionale entro il 2050, anche attraverso tecnologie di nuova generazione. Il tema riguarda la produzione energetica in un mercato globale del fossile caratterizzato da una forte instabilità. Prima di parlare di nuovi impianti, però, è necessario far fronte ad una questione delicata, rimasta sospesa per decenni. Le vecchie centrali devono essere smantellate, i rifiuti radioattivi devono trovare una sistemazione e stabilire dove edificare il Deposito nazionale, quello che tutti vogliono, ma non vicino alla propria abitazione.

Perché il nucleare torna al centro del dibattito?

Il nucleare torna nel dibattito italiano spinto dalla crescita della domanda elettrica e dalla necessità di rendere più stabile la transizione energetica. Le rinnovabili restano centrali, ma da sole richiedono reti più robuste, accumuli, sistemi di gestione e fonti programmabili capaci di garantire produzione anche quando sole e vento rendono meno prevedibile l’offerta di energia.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha indicato più volte una prospettiva al 2050. Secondo le ipotesi il nucleare potrebbe contribuire in modo rilevante alla copertura del fabbisogno elettrico nazionale, ma si tratta banalmente di uno scenario che dovrà esser trasformato in realtà dopo l’adeguamento normativo che risulta esser tutto da costruire. Servono leggi, decreti, investimenti, personale formato e – cosa ancor più importante – consenso dei territori.

Quali centrali nucleari sono state dismesse?

Nel nostro Paese ci sono quattro centrali nucleari dismesse, ognuna con una propria storia e con caratteristiche diverse dalle altre. Trino Vercellese, in Piemonte, fu uno degli impianti più importanti della prima stagione atomica italiana. Caorso, in provincia di Piacenza, è stata la centrale più potente tra quelle entrate in funzione nel Paese. Latina conserva una struttura molto riconoscibile ed è legata alla tecnologia gas-grafite. Garigliano, in Campania, sorge lungo il fiume omonimo e rappresenta un altro pezzo della stagione nucleare chiusa dopo i referendum.

Oggi questi impianti seguono programmi di decommissioning, cioè di smantellamento controllato. Il lavoro prevede la rimozione di componenti, il trattamento dei materiali, la decontaminazione, controlli radiologici, demolizione selettiva e gestione dei rifiuti prodotti dalle suddette attività. È un processo lungo e delicato, perché ogni passaggio richiede autorizzazioni, verifiche tecniche e standard di sicurezza molto elevati.

La parte più delicata riguarda naturalmente i materiali radioattivi ancora presenti nei siti. I dati sui volumi cambiano nel tempo, perché le attività di trattamento e condizionamento procedono per fasi. I documenti ufficiali indicano circa 780 metri cubi di rifiuti radioattivi a Trino, 1.880 metri cubi a Caorso, 900 metri cubi a Latina e circa 2.200 metri cubi al Garigliano, insieme a elementi di combustibile irraggiato in alcuni impianti.

Dove sono le scorie radioattive in Italia?

Quando si parla di nucleare, la domanda dei cittadini arriva quasi subito. Dove sono oggi le scorie radioattive? Una parte si trova ancora nei siti delle centrali dismesse. Un’altra parte è custodita in impianti legati al ciclo nucleare, alla ricerca e alla gestione di materiali radioattivi prodotti anche da medicina e industria. I luoghi più citati sono Saluggia, in Piemonte, Casaccia, nel Lazio, e Trisaia, in Basilicata. A questi si aggiungono Bosco Marengo, in provincia di Alessandria, e Rotondella, nel Materano. Sono siti diversi tra loro, con funzioni differenti e storie tecniche specifiche. Alcuni hanno ospitato attività di fabbricazione del combustibile, altri ricerca, trattamento o gestione di materiali radioattivi.

Il problema scorie comunque sia resta. Benché con differenze oggettive i rifiuti radioattivi in Italia esistono. A produrli sono sono ospedali, laboratori, industrie e centri di ricerca. Per questo il Deposito nazionale serve comunque, a prescindere dalla scelta politica sul ritorno alla produzione elettrica nucleare: è una infrastruttura necessaria per chiudere il passato e gestire il presente.

Che cosa è il Deposito nazionale?

Il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi è l’infrastruttura pensata per concentrare in un solo luogo gran parte dei materiali oggi distribuiti in siti temporanei. Il progetto prevede un deposito di superficie per i rifiuti a molto bassa e bassa attività e strutture dedicate allo stoccaggio di lungo periodo dei rifiuti a media e alta attività, in attesa di una soluzione geologica definitiva a livello internazionale o europeo.

Tenere materiali potenzialmente pericolosi disseminati lungo tutto il territorio, magari in siti temporanei, complica sia la sorveglianza che la manutenzione, e tutto ciò significa maggiori costi e rischi non sempre prevedibili. Un deposito nazionale, con controlli centralizzati e infrastrutture dedicate, consentirebbe una gestione più chiara. Per questo il dossier viene considerato una premessa tecnica importante anche da chi guarda con prudenza al ritorno del nucleare.

La localizzazione, però, resta il nodo politico più difficile. Nessun territorio accoglie facilmente una struttura associata ai rifiuti radioattivi. Il problema riguarda la percezione del rischio, la fiducia nello Stato e una serie di danni derivanti come il deprezzamento dei terreni, la perdita di suolo agricolo e l’immagine dei Comuni. Chi spesso si dice disponibile e aperto al ritorno del nucleare lo fa dando per scontato che centrali e depositi debbano poi sorgere altrove.

Quali sono le aree idonee per il deposito?

La Carta nazionale delle aree idonee ha già individuato 51 aree, definendole compatibili con i criteri tecnici per ospitare il Deposito nazionale e il Parco tecnologico. Le regioni coinvolte sono Lazio, Basilicata, Puglia, Piemonte, Sicilia e Sardegna.

La distribuzione Regione per Regione:

  • 21 aree nel Lazio, concentrate soprattutto nella provincia di Viterbo;
  • 10 aree in Basilicata;
  • 1 area in Puglia;
  • 4 aree tra Basilicata e Puglia;
  • 5 aree in Piemonte, nell’area di Alessandria;
  • 2 aree in Sicilia, nel Trapanese;
  • 8 aree in Sardegna, tra Oristano e Sud Sardegna.

Questa mappa riguarda i depositi rifiuti radioattivi e non i luoghi dove costruire le centrali nucleari. Mentre un deposito deve rispondere a requisiti geologici, idrogeologici, sismici, ambientali, demografici e logistici, una centrale richiede anche connessione alla rete elettrica, disponibilità di raffreddamento, domanda energetica, infrastrutture industriali, piani di emergenza e protezione fisica.

Parlare di “aree idonee al nucleare” in modo generico può creare confusione e false aspettative. Le 51 aree della CNAI riguardano il Deposito nazionale. Le 196 aree citate da alcuni studi riguardano invece scenari industriali legati alla fusione. Sono due piani diversi.

Dove potrebbero nascere nuove centrali nucleari?

La localizzazione di nuove centrali nucleari in Italia non è stata ancora decisa. Il Governo ha aperto una cornice politica e normativa, mentre la scelta dei territori richiederà passaggi successivi. Bisognerà stabilire quali tecnologie utilizzare, quali soggetti potranno investire, quale autorità controllerà sicurezza e autorizzazioni, quali criteri saranno applicati ai siti e quale rapporto verrà costruito con Regioni e Comuni.

Le ipotesi più discusse riguardano i reattori modulari di piccola taglia, spesso indicati con la sigla SMR, e gli impianti avanzati di nuova generazione. Sono tecnologie pensate per taglie più contenute rispetto alle grandi centrali tradizionali, con maggiore standardizzazione e potenziale inserimento in aree industriali energivore. La disponibilità commerciale su larga scala, però, richiede ancora conferme industriali, autorizzative e finanziarie.

Una futura centrale dovrebbe stare vicino a una rete elettrica adeguata, in un’area tecnicamente compatibile e con infrastrutture robuste. Dovrebbe avere piani di sicurezza, accessi controllabili, sistemi di raffreddamento, collegamenti logistici e una valutazione ambientale completa. La scelta finale dipenderebbe anche dal tipo di reattore. Un impianto modulare destinato a servire un polo industriale ha esigenze diverse da una grande centrale pensata per produrre energia su scala nazionale.

Che cosa indicano le 196 aree idonee?

Il numero 196 deriva dallo studio “European Site Mapping”, realizzato dalla Technical University of Munich per Gauss Fusion, e riguarda la possibile localizzazione di futuri impianti a fusione nucleare in Europa. Lo studio ha individuato circa 900 aree potenziali nel continente, di cui 196 in Italia.

La fusione è una tecnologia diversa dalla fissione usata nelle centrali tradizionali. Nella fissione si divide il nucleo di atomi pesanti. Nella fusione si punta a unire nuclei leggeri, replicando in modo controllato il processo che alimenta le stelle.

Le aree italiane indicate dallo studio si concentrano soprattutto in zone con forte domanda energetica, infrastrutture industriali, reti elettriche e possibilità di recupero del calore. La mappa cita molte aree della Pianura Padana, l’asse tra Torino e Milano, il corso del Po, la zona tra Verona e Venezia, Udine, Bologna, Ravenna, Rimini, alcune aree toscane, la fascia tra Roma e Latina, Napoli, Brindisi, Catanzaro, Catania e un tratto della Sardegna sud-occidentale. Sono indicazioni tecniche, nulla è stato ancora deciso.

Perché la distinzione tra fissione e fusione conta?

Parlare di centrali nucleari senza distinguere fissione, fusione, deposito e siti dismessi produce una mappa apparentemente unica, che in realtà mescola oggetti diversi. Le centrali dismesse appartengono alla storia della fissione italiana. Il Deposito nazionale riguarda la gestione dei rifiuti radioattivi. Le 51 aree della CNAI servono per scegliere una infrastruttura di stoccaggio. Le 196 aree dello studio europeo guardano alla fusione come tecnologia futura.

La verità che il ritorno del nucleare in Italia non sarà qualcosa di semplice. Il nucleare porta con sé una memoria pesante. Chernobyl e Fukushima, presentate all’epoca anch’esse come sicure, hanno lasciato un’impronta profonda nella percezione collettiva. In Italia inoltre questa memoria si intreccia con due referendum, con la sfiducia verso le grandi opere.

Quali problemi deve risolvere l’Italia?

Il primo problema da affrontare nell’immediato riguarda il decommissioning. Le centrali spente devono arrivare alla chiusura completa, con siti bonificati e materiali trasferiti in sicurezza. Finché il Deposito nazionale resta sulla carta, una parte della gestione continua nei depositi temporanei. Questo prolunga tempi, costi e complessità. Il secondo problema riguarda le competenze. L’Italia conserva una filiera scientifica e industriale importante, con enti di ricerca, università, imprese e tecnici specializzati. Un programma nucleare richiede però continuità, formazione, norme e investimenti pluridecennali. Il terzo problema riguarda il rapporto con i territori. Ogni scelta avrà un impatto locale. Anche un impianto progettato con standard elevati deve essere spiegato con dati accessibili, confronto pubblico e garanzie verificabili. La comunicazione istituzionale dovrà evitare scorciatoie. Dire che una tecnologia è sicura non basta più. Bisogna mostrare perché, con quali controlli, con quali responsabilità e con quali conseguenze per chi vive vicino ai siti. Il quarto problema riguarda i costi. Il nucleare richiede capitali elevati, tempi lunghi e una forte stabilità regolatoria. Gli investitori hanno bisogno di regole chiare. I cittadini hanno bisogno di capire il rapporto tra spesa pubblica, tariffe, benefici energetici e alternative disponibili (rinnovabili comprese).

Il nucleare può coprire il 20% del fabbisogno?

L’ipotesi di una copertura intorno al 20% del fabbisogno elettrico entro il 2050 viene indicata come scenario di lungo periodo. È un obiettivo ambizioso, collegato alla possibilità di installare nuova capacità nucleare con tecnologie avanzate. Certo è che parlare del 2050 non è molto diverso dal dire 2200: la distanza temporale è eccessiva e non sembra offrire la soluzione ai problemi di oggi. Per le bollette dei prossimi anni, il nucleare offre poche risposte immediate. Le famiglie e le imprese hanno bisogno di interventi più rapidi, legati a efficienza energetica, rinnovabili, accumuli, contratti, reti e riduzione della dipendenza dal gas. Una quota nucleare potrebbe aiutare, tra qualche anno, affiancando però rinnovabili e accumuli in un sistema elettrico più stabile.

Link utili:
Deposito nazionale – MASE
Deposito Nazionale e Parco Tecnologico

L’immagine principale dell’articolo è stta creata con l’ausilio di un sistema IA

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

Correlati