Lo spazio accelera l’invecchiamento delle cellule staminali: lo studio NASA

I viaggi spaziali riducono la capacità rigenerativa e attivano parti del DNA normalmente inattive

Per anni si è pensato che i viaggi nello spazio potessero alterare in modo permanente il nostro DNA, ipotesi che oggi appare meno fondata. Tuttavia, non mancano effetti significativi sul corpo umano: uno dei più rilevanti riguarda l’invecchiamento cellulare. Un recente studio pubblicato sulla rivista Cell Stem Cell e finanziato dalla NASA ha dimostrato come l’ambiente spaziale influenzi in maniera negativa le cellule staminali, fondamentali per la rigenerazione dei tessuti e per la difesa immunitaria. Secondo i dati raccolti, le cellule staminali esposte a microgravità e radiazioni cosmiche mostrano un invecchiamento accelerato, arrivando a consumare rapidamente le loro riserve energetiche. Il risultato è una drastica riduzione della loro capacità rigenerativa, con conseguenze potenzialmente gravi per la salute degli astronauti impegnati in missioni di lunga durata.

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L’esperimento condotto a bordo della ISS

Lo studio è stato possibile grazie a bioreattori miniaturizzati installati sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Le cellule analizzate provenivano da donatori sottoposti a intervento chirurgico all’anca e sono state monitorate con il supporto di un sistema di intelligenza artificiale. I risultati hanno mostrato diversi segnali di deterioramento: danni al DNA, perdita della capacità rigenerativa e accorciamento dei telomeri, le strutture che proteggono le estremità dei cromosomi e che rappresentano un indicatore dell’età biologica.
A spiegare il fenomeno è stata la dottoressa Catriona Jamieson, direttrice del Sanford Stem Cell Institute e autrice principale della ricerca: “Le cellule staminali nello spazio non restano inattive come sulla Terra. Si risvegliano e iniziano a consumare energia, mostrando un invecchiamento accelerato”.

Il “genoma oscuro” risvegliato dallo stress spaziale

Uno degli aspetti più inquietanti dello studio riguarda l’attivazione del cosiddetto “genoma oscuro”, ovvero quelle sequenze di DNA normalmente silenziate e che contengono tracce di antichi virus. L’esposizione a microgravità e radiazioni sembra stimolare questi frammenti, innescando processi che peggiorano lo stato delle cellule staminali. Si tratta di un elemento che aggiunge complessità alla già delicata gestione della salute degli astronauti, soprattutto in vista di missioni sempre più lunghe e lontane, come quelle programmate verso Marte.

I precedenti: il caso dei gemelli Kelly

Questa scoperta non arriva dal nulla, ma si inserisce in un filone di ricerche che già aveva sollevato preoccupazioni. Tra gli studi più noti figura quello condotto sugli astronauti gemelli Mark e Scott Kelly. Scott, dopo aver trascorso quasi un anno (340 giorni) nello spazio, ha manifestato alterazioni genetiche, un accorciamento dei telomeri e una riduzione delle funzioni cognitive. Una parte di questi cambiamenti è rientrata con il ritorno sulla Terra, ma non completamente. L’esperimento NASA sui gemelli aveva già aperto la strada a una riflessione sul costo biologico delle missioni spaziali di lunga durata.

Possibili recuperi e nuove prospettive mediche

Nonostante i risultati possano sembrare allarmanti, esiste anche un lato positivo. Secondo gli scienziati, le cellule staminali sono in grado di recuperare parte delle loro funzioni dopo il rientro a Terra, anche se il processo richiede circa dodici mesi. Questo elemento offre una speranza non solo per la sicurezza degli astronauti, ma anche per applicazioni in campo medico. Infatti, lo studio dell’invecchiamento accelerato delle cellule potrebbe aiutare a comprendere meglio patologie come il cancro e fornire nuove strade per lo sviluppo di terapie innovative.

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