In Cina un macaco da laboratorio costa 27 mila dollari: la corsa ai farmaci riapre il nodo delle cavie

La crescita della ricerca biotecnologica spinge i prezzi ai livelli della pandemia e rallenta alcuni studi. Dietro la crisi economica emerge una questione più profonda: la sofferenza degli animali e la possibilità di affidare una parte crescente dei test all’intelligenza artificiale

LA NOTIZIA IN BREVE – In Cina un macaco destinato alla ricerca biomedica costa ormai 180.000 yuan, circa 23.200 euro, mentre la forte domanda legata allo sviluppo di nuovi farmaci ha già esaurito gran parte degli animali disponibili. Alcuni laboratori hanno rinviato gli studi, schiacciati da costi che possono superare un milione di euro l’anno.

Dietro la crisi emerge il nodo della sperimentazione animale. I macachi vengono utilizzati per studiare tossicità, risposta immunitaria e malattie neurologiche, ma possono affrontare prelievi ripetuti, immobilizzazioni, interventi e patologie indotte. La loro capacità di provare dolore, paura e stress rende il dibattito etico sempre più urgente.

L’intelligenza artificiale può già ridurre il ricorso alle cavie, soprattutto quando lavora con organoidi, organi su chip e modelli matematici. Gli algoritmi selezionano le molecole più promettenti, prevedono effetti tossici e costruiscono gruppi di controllo virtuali. La sostituzione completa richiede ancora tempo, ma l’integrazione tra AI e biologia umana apre la strada a una ricerca più precisa, rapida e rispettosa degli animali.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento:

L’APPROFONDIMENTO – In Cina, un macaco destinato alla ricerca biomedica costa ormai circa 180.000 yuan, pari a circa 23.200 euro o 27.000 dollari. Il prezzo ha raggiunto i livelli registrati durante la pandemia, mentre aziende farmaceutiche e centri di ricerca hanno già prenotato gran parte degli animali disponibili. Alcuni laboratori hanno così rinviato o sospeso i propri studi.

Guo Xiangyu, ricercatore della Jinan University di Guangzhou, sviluppa modelli per studiare le principali malattie cerebrali. Il suo laboratorio impiega tra 30 e 50 macachi ogni anno per analisi patologiche e molecolari. Alle quotazioni attuali, il solo acquisto richiederebbe tra 5,4 e 9 milioni di yuan, equivalenti a 696.000 euro / 1,16 milioni di euro.

Perché il prezzo dei macachi cresce così rapidamente?

Il mercato segue da vicino gli investimenti farmaceutici. Durante l’emergenza Covid, la corsa ai vaccini e alle terapie portò il prezzo di un animale fino a circa 188.000 yuan, oltre 24.200 euro, nel 2022. La successiva contrazione dei finanziamenti ridusse la domanda e spinse molti allevatori a rallentare l’espansione delle colonie. Nel 2025 il prezzo medio era già risalito a 103.000 yuan, circa 13.300 euro; oggi le quotazioni hanno raggiunto nuovamente il picco pandemico.

La riproduzione segue tempi molto più lunghi rispetto allo sviluppo industriale di un farmaco. Un macaco richiede diversi anni prima di raggiungere l’età adatta agli studi preclinici. Gli allevamenti devono inoltre garantire controlli sanitari, tracciabilità genetica, personale veterinario e strutture adeguate. Quando decine di aziende avviano nuovi programmi nello stesso periodo, l’offerta reagisce con grande lentezza.

Il prezzo diventa così un indicatore della vitalità della biotecnologia cinese, ma anche della sua dipendenza da un modello sperimentale costoso, lento e carico di implicazioni etiche.

Perché la ricerca farmaceutica utilizza proprio i macachi?

I laboratori impiegano soprattutto il macaco cinomolgo, chiamato anche macaco dalla coda lunga. Il suo sistema immunitario, la fisiologia e numerosi bersagli molecolari presentano caratteristiche vicine a quelle umane. Questa somiglianza interessa soprattutto gli anticorpi monoclonali, le terapie geniche, i farmaci oncologici e alcuni trattamenti rivolti al cervello.

Prima dell’avvio delle sperimentazioni cliniche, i ricercatori devono valutare tossicità, dosaggio, distribuzione della sostanza nell’organismo, risposta immunitaria ed eventuali danni agli organi. Un organismo vivente permette di osservare contemporaneamente fegato, reni, cuore, sistema nervoso, ormoni e difese immunitarie.

Questa complessità spiega il ricorso ai primati. La stessa complessità alimenta però il dilemma morale: la vicinanza biologica all’uomo rende il macaco utile alla ricerca e, nello stesso tempo, rende più evidente la sua capacità di provare dolore, paura, stress e sofferenza psicologica.

Leggi di più

Che cosa subiscono gli animali durante gli esperimenti?

La parola cavia tende a nascondere un essere vivente dotato di memoria, relazioni sociali, capacità cognitive e bisogni ambientali complessi. I macachi costruiscono gerarchie, stringono legami, comunicano attraverso gesti e vocalizzazioni e trascorrono una parte importante della giornata accanto ai propri simili. La sistemazione individuale compromette il loro benessere, mentre la vita in gruppi compatibili e l’arricchimento ambientale riducono stress e comportamenti anomali.

A seconda del progetto, un animale può affrontare immobilizzazioni, prelievi ripetuti, somministrazioni di farmaci, biopsie, interventi chirurgici e induzione sperimentale di una patologia. Alcuni studi richiedono dispositivi impiantati, periodi di osservazione prolungati oppure restrizioni nei movimenti. Alcuni protocolli terminano con l’eutanasia e la necroscopia, necessaria per esaminare tessuti e organi.

Anestesia, analgesia, controlli veterinari, addestramento cooperativo e criteri di interruzione anticipata riducono il danno. Una quota di paura, disagio e stress può comunque accompagnare la cattività, le manipolazioni e la perdita di controllo sull’ambiente. Persino un semplice prelievo produce risposte fisiologiche diverse quando il personale ricorre alla costrizione fisica oppure insegna all’animale a collaborare attraverso il rinforzo positivo.

Possiamo parlare apertamente di crudeltà?

Il termine crudeltà esprime il conflitto morale legato all’uso di esseri senzienti come strumenti sperimentali. Una descrizione giornalistica rigorosa deve però distinguere tra laboratori, protocolli e livelli di sofferenza. Un prelievo svolto con addestramento cooperativo presenta un impatto diverso rispetto a una procedura invasiva, all’induzione di una malattia neurologica o a una lunga esposizione tossicologica.

Le norme europee impongono il principio delle 3R: sostituzione, riduzione e perfezionamento. I ricercatori devono scegliere un metodo alternativo quando offre risultati adeguati, impiegare il numero minimo di animali e affinare ogni procedura per contenere dolore, sofferenza, stress e danni duraturi. Per i primati, l’Unione europea riserva l’impiego a condizioni gravi o potenzialmente letali e richiede una motivazione scientifica particolarmente solida.

La regolamentazione rappresenta una barriera contro gli abusi. La questione etica resta comunque aperta, perché una procedura autorizzata può generare sofferenza. Legalità, utilità scientifica e accettabilità morale occupano piani differenti. Il dibattito più maturo valuta insieme il beneficio atteso per i pazienti, la gravità delle procedure, la qualità delle prove e la disponibilità di metodi alternativi.

L’intelligenza artificiale può sostituire le cavie?

L’AI rappresenta già un’alternativa concreta per alcune fasi della ricerca, soprattutto quando lavora insieme a cellule umane, organoidi, organi su chip e modelli matematici. Gli algoritmi analizzano milioni di strutture chimiche, prevedono la tossicità, stimano l’assorbimento di una sostanza, individuano possibili interazioni e selezionano le molecole con il profilo più promettente.

Questa selezione precoce riduce il numero di candidati che raggiungono gli studi sugli animali. In passato un laboratorio poteva testare molte molecole per scoprire quali provocavano danni al fegato o al cuore. Oggi un modello computazionale può eliminare in anticipo una parte dei composti più rischiosi e concentrare le verifiche successive su pochi candidati.

L’Agenzia europea per i medicinali segnala già l’impiego regolatorio di modelli statistici e di machine learning per prevedere il potenziale mutageno di alcune impurità. L’EMA considera inoltre promettente l’integrazione dell’AI con organ-on-chip, imaging avanzato e biologia dei sistemi, perché questa combinazione riconosce pattern complessi e migliora la pertinenza dei risultati rispetto alla fisiologia umana.

Perché l’AI lavora meglio insieme agli organi su chip?

Un algoritmo elabora dati, mentre un organoide o un organo su chip fornisce una risposta biologica reale. Gli organoidi nascono da cellule umane e riproducono alcune caratteristiche di cervello, fegato, intestino, polmone o rene. Gli organi su chip aggiungono flussi, pressioni e interazioni tra tessuti. L’AI interpreta migliaia di immagini cellulari, misura cambiamenti invisibili all’occhio umano e collega la risposta biologica alla dose del farmaco. Un modello matematico può poi simulare il viaggio della molecola nel corpo, prevedendo concentrazioni, metabolismo ed eliminazione.

La Food and Drug Administration statunitense propone proprio una strategia integrata: un organo umano su chip per la tossicità, un modello farmacocinetico per la distribuzione del farmaco e un algoritmo per prevedere la risposta immunitaria possono coprire insieme gran parte delle informazioni tradizionalmente affidate a uno studio sull’animale.

Nel marzo 2026, la FDA ha pubblicato una guida dedicata alla validazione delle nuove metodologie alternative. L’obiettivo consiste nel permettere alle aziende di presentare dati ottenuti attraverso sistemi centrati sulla biologia umana e nel trasformare queste tecnologie in prove accettabili per l’autorizzazione dei medicinali.

Quali esperimenti può già ridurre l’intelligenza artificiale?

L’AI può incidere in modo immediato su selezione delle molecole, previsione della tossicità, genotossicità, farmacocinetica, scelta delle dosi e valutazione dell’immunogenicità. Può inoltre recuperare dati storici e creare gruppi di controllo virtuali, evitando la ripetizione di esperimenti già svolti. Gli algoritmi aiutano anche a progettare studi più efficienti. Calcolano il campione necessario, identificano gli esami realmente informativi e riconoscono in anticipo segnali di tossicità. Questa capacità riduce il numero degli animali e accorcia la durata dei protocolli.

L’AI offre poi uno strumento di perfezionamento: videocamere e sistemi automatici possono osservare postura, movimento, alimentazione e comportamento, segnalando rapidamente dolore o disagio. In questo scenario, la tecnologia sostituisce alcune prove e tutela meglio gli animali ancora coinvolti.

Perché la sostituzione completa richiede ancora tempo?

L’AI da sola rappresenta un’alternativa parziale. Un algoritmo impara dai dati disponibili e riproduce la qualità, i limiti e gli eventuali squilibri di quelle informazioni. Un modello addestrato su pochi farmaci o su popolazioni cellulari poco varie può fornire previsioni fragili. Restano inoltre difficili da simulare alcune interazioni che coinvolgono contemporaneamente sistema immunitario, ormoni, metabolismo, cervello e microbiota. Gli effetti rari, le esposizioni molto lunghe e le conseguenze sulla riproduzione richiedono ancora prove convergenti provenienti da fonti diverse.

L’EMA indica perciò una sostituzione costruita attraverso più metodi complementari, anziché uno scambio diretto tra un animale e un singolo algoritmo. L’agenzia chiede accuratezza, robustezza, spiegabilità, validazione trasparente e controlli continui prima di accettare una previsione dell’AI come prova regolatoria.

Come può la crisi cinese accelerare una ricerca più umana?

L’aumento dei prezzi può spingere la Cina a investire con maggiore decisione nelle New Approach Methodologies, i metodi che combinano dati umani, colture cellulari, organoidi, chip microfluidici e simulazioni informatiche. La convenienza economica si unisce qui alla responsabilità etica.

Università, aziende e autorità possono condividere dati tossicologici, evitare duplicazioni, finanziare laboratori specializzati e creare procedure rapide per validare le alternative. Ogni test sostituito libera risorse, abbrevia lo sviluppo dei farmaci e risparmia sofferenza animale. Ogni studio ancora affidato ai macachi può adottare campioni più piccoli, protocolli più brevi, vita sociale adeguata e addestramento cooperativo.

Il prezzo di 180.000 yuan, circa 23.200 euro, per un singolo macaco racconta quindi molto più di una crisi dell’offerta. Mostra una ricerca farmaceutica ancora legata a un modello biologico lento e controverso. L’intelligenza artificiale offre già una parte della via d’uscita; organoidi e organi su chip forniscono l’altra parte. La loro integrazione può trasformare la sperimentazione, spostando il centro della ricerca dall’animale alla biologia umana e unendo innovazione, sicurezza e rispetto per gli esseri viventi.

Link utili:
China’s lab monkey prices hit Covid-era highs on new drug R&D demand | South China Morning Post

Roadmap to Reducing Animal – Testing in Preclinical Safety Studies
FDA Releases Draft Guidance on Alternatives to Animal Testing in Drug Development

Note per i lettori

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

Correlati

Exit mobile version