Laghi italiani sotto pressione, siccità e PFAS mettono a rischio acqua, ecosistemi e turismo

Dai grandi bacini del Nord al Trasimeno, il rapporto Legambiente chiede regia unica, depuratori efficienti e tutela delle falde

LA NOTIZIA IN BREVE – I laghi italiani perdono acqua, qualità e capacità di resistere al caldo. Il report “Laghi sotto pressione” di Legambiente e Goletta dei Laghi fotografa dieci bacini vulnerabili, dal Lago Maggiore al Trasimeno, fino a Pergusa e Omodeo. La crisi climatica scalda le acque, la siccità abbassa i livelli e l’inquinamento rende più fragile l’ecosistema.

Al Nord soffrono i grandi laghi regolatori: il Maggiore ha perso 43 milioni di metri cubi d’acqua, il Lario oltre 22 centimetri, mentre l’Iseo si ferma al 35% di riempimento. Nel Centro Italia il Trasimeno scende di 169 centimetri sotto lo zero idrometrico, con ricadute su navigazione, salinità ed eutrofizzazione. Nei laghi laziali di Albano e Nemi il calo supera i 6 metri in quarant’anni.

La qualità dell’acqua apre un altro fronte: i PFAS compaiono nei monitoraggi su Maggiore, Trasimeno e Lario, oltre che nei pesci dell’Iseo. Legambiente chiede regia nazionale, depuratori più efficienti, bilanci idrici aggiornati, tutela delle falde e soluzioni basate sulla natura. In gioco ci sono acqua, biodiversità, turismo e sicurezza dei territori.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento:

L’APPROFONDIMENTO – I laghi italiani perdono acqua, qualità e capacità di resistere al caldo. Il report Laghi sotto pressione di Legambiente e Goletta dei Laghi mette in fila dieci bacini vulnerabili, dal Lago Maggiore al Trasimeno, fino a Pergusa e Omodeo: la crisi climatica scalda le acque, la siccità abbassa i livelli e l’inquinamento rende più fragile l’intero ecosistema. Al Nord il quadro pesa sui grandi laghi regolatori.

Il Lago Maggiore ha perso 43 milioni di metri cubi d’acqua rispetto a fine giugno, il Lario oltre 22 centimetri, mentre il Lago d’Iseo si ferma al 35% di riempimento. Nel Centro Italia il Trasimeno scende di 169 centimetri sotto lo zero idrometrico, con effetti su navigazione, salinità ed eutrofizzazione. Nei laghi laziali di Albano e Nemi il calo supera i 6 metri in quarant’anni. La qualità dell’acqua apre un secondo fronte: i PFAS compaiono nei monitoraggi su Maggiore, Trasimeno e Lario, oltre che nei pesci dell’Iseo. Legambiente chiede una regia nazionale, più depurazione, bilanci idrici aggiornati, tutela delle falde e soluzioni basate sulla natura. In gioco ci sono acqua, biodiversità, turismo e sicurezza dei territori.

Leggi di più

Perché i laghi italiani stanno diventando più vulnerabili?

Un lago in salute lavora ogni giorno per il territorio. Regola il microclima, custodisce specie animali e vegetali, sostiene il turismo, alimenta attività agricole, protegge paesaggi e comunità. Quando il livello dell’acqua cala e la temperatura sale, questo equilibrio perde forza. I nutrienti si concentrano, le alghe trovano condizioni più favorevoli, l’ossigeno diminuisce, gli inquinanti pesano di più e gli habitat cambiano più in fretta.

Il report di Legambiente guarda ai laghi come a un sistema unico: acqua, sponde, falde, emissari, scarichi, agricoltura, città, turismo e industria. Ogni pressione lascia una traccia. La siccità riduce la massa d’acqua. Il caldo altera i cicli biologici. I prelievi irrigui incidono sui livelli. I depuratori inadeguati aumentano i carichi di nutrienti. L’urbanizzazione impermeabilizza il suolo e riduce la ricarica naturale delle falde.

Il risultato riguarda la vita quotidiana più di quanto sembri. Un lago in affanno limita la navigazione, riduce l’attrattività turistica, peggiora la qualità della balneazione, aumenta i costi per i Comuni e crea nuove tensioni sull’uso dell’acqua. Per questo la tutela dei bacini lacustri riguarda anche economia locale, salute ambientale e gestione del territorio.

Che cosa sta succedendo al Lago Maggiore, al Lario e all’Iseo?

Il Nord Italia mostra il segnale più immediato perché i grandi laghi regolatori svolgono una funzione decisiva nei mesi caldi. Il Lago Maggiore, il Lago di Como e il Lago d’Iseo alimentano territori densamente abitati, sistemi agricoli importanti e filiere turistiche consolidate. Ogni centimetro perso incide su più usi contemporaneamente.

Il Lago Maggiore ha perso 43 milioni di metri cubi rispetto a fine giugno e al 5 luglio ha raggiunto un riempimento del 40%. Il Lario è sceso di oltre 22 centimetri nello stesso arco temporale e ha toccato il 41%. Il Lago d’Iseo ha registrato un riempimento del 35%. Sono numeri che parlano di una stagione estiva già pesante per i bacini che devono sostenere anche la domanda irrigua.

Il caldo aggiunge un ulteriore elemento. Secondo i dati Copernicus citati da Legambiente, nel 2025 la temperatura superficiale media del Lago Maggiore supera di 0,75°C la media 1995-2020. Il Lago di Como segna +0,64°C, il Lago d’Iseo +0,3°C. In un ecosistema lacustre pochi decimi possono cambiare stratificazione, ossigenazione, riproduzione delle specie e qualità dell’acqua.

Perché il Trasimeno rappresenta un caso sensibile?

Il Lago Trasimeno vive su un equilibrio idrico sottile. Ha un’estensione ampia, una profondità media di circa 4 metri e una forte dipendenza dal bilancio tra piogge, evaporazione e prelievi. Quando il livello cala, il sistema reagisce in tempi rapidi. Il dato più evidente riguarda lo zero idrometrico: il Trasimeno ha perso 169 centimetri. Questo abbassamento ha già inciso sulla navigazione dei battelli e apre problemi più profondi. Con meno acqua, sali e nutrienti si concentrano. L’alcalinità cresce. L’eccesso di azoto e fosforo può favorire l’eutrofizzazione, con proliferazione di alghe e peggioramento della qualità ecologica.

La temperatura spinge nella stessa direzione. Nel 2025 il Trasimeno ha registrato un’anomalia di +0,79°C rispetto alla media 1995-2020. In un lago poco profondo il caldo entra più facilmente nella vita dell’ecosistema. Incide sull’ossigeno disponibile, sulla fauna ittica, sulle piante acquatiche e sulla percezione stessa del paesaggio. Il Trasimeno diventa così un indicatore utile per capire la fragilità dei laghi laminari italiani.

Che cosa rivelano Albano e Nemi sulle falde?

I laghi vulcanici di Albano e Nemi raccontano una crisi meno visibile, ma molto concreta. Negli ultimi quarant’anni hanno perso insieme oltre 54 milioni di metri cubi d’acqua. Il livello è sceso di più di 6 metri. Qui il tema supera il perimetro del lago e arriva alle falde profonde, ai pozzi, alla capacità delle rocce vulcaniche di assorbire e restituire acqua.

Quando le falde si impoveriscono, il lago perde alimentazione naturale. Allo stesso modo quando il suolo si impermeabilizza, la pioggia scorre via più velocemente e ricarica meno il sottosuolo. Quando i prelievi crescono senza un bilancio aggiornato, il sistema accumula deficit. Albano e Nemi mostrano quindi il legame tra urbanizzazione, gestione idrica e futuro dei bacini vulcanici.

Questi laghi chiedono una lettura territoriale. Servono controlli sui prelievi, protezione delle aree di ricarica, riduzione del consumo di suolo e una pianificazione capace di guardare al sottosuolo. Il lago non vive solo nella conca che lo contiene. Vive anche nelle falde, nei boschi, nelle reti idriche e nelle scelte urbanistiche che lo circondano.

Perché i PFAS preoccupano nei laghi italiani?

La siccità riduce l’acqua disponibile. Gli inquinanti ne riducono la qualità. I PFAS entrano in questa doppia vulnerabilità perché resistono a lungo nell’ambiente e possono muoversi tra acque, sedimenti e organismi. Legambiente segnala monitoraggi nel Lago Maggiore, nel Trasimeno e nel Lario, oltre alla presenza nei pesci del Lago d’Iseo.

Il tema richiede dati continui e leggibili. I PFAS non riguardano soltanto il punto in cui compaiono. Chiedono una ricostruzione delle fonti, dei percorsi, delle concentrazioni, delle matrici ambientali coinvolte e degli eventuali impatti sulla fauna acquatica. Per i territori lacustri questo significa rafforzare controlli, laboratori, trasparenza e comunicazione al pubblico.

Da maggio il monitoraggio dei PFAS entra nella lista europea degli inquinanti da seguire nelle acque superficiali e sotterranee insieme a pesticidi, farmaci e microplastiche. Questo passaggio alza il livello della sorveglianza. Per i laghi italiani può diventare una leva concreta: più misure, più confronto tra dati, più capacità di individuare le pressioni prima che diventino emergenze ambientali.

Leggi di più

Quali altre pressioni colpiscono acqua e biodiversità?

PFAS e siccità rappresentano solo una parte del quadro. Il report richiama anche inquinamento microbiologico, pesticidi, scarichi civili e industriali, prelievi, frane, detriti e rischio idrogeologico. Il Lago d’Iseo, ad esempio, soffre anche l’inquinamento microbiologico e la formazione di un’isola di detriti alla foce dell’Oglio. Ogni bacino presenta una combinazione diversa di pressioni.

La biodiversità lacustre subisce questi cambiamenti con tempi diversi. Alcune specie resistono, altre arretrano. La qualità degli habitat di sponda, la vegetazione acquatica, la temperatura dell’acqua, la disponibilità di ossigeno e la presenza di nutrienti determinano la capacità del lago di restare vivo e funzionale.

Legambiente ricorda anche il valore nazionale di questi ambienti. In Italia 119 laghi risultano associati a siti Natura 2000, 93 ad aree di protezione per l’acqua potabile, 43 ad acque di balneazione, 40 ad aree protette nazionali e 30 ad acque designate per pesci d’acqua dolce. La posta in gioco supera quindi la dimensione paesaggistica: riguarda habitat protetti, acqua potabile, turismo, pesca e servizi ecosistemici.

Che cosa chiedono le 11 proposte di Legambiente?

Legambiente chiede al Governo una strategia integrata per i laghi e risorse per attuare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. L’associazione segnala anche un limite del Piano: oggi contiene una sola misura dedicata alla tutela dei laghi. Per bacini che affrontano caldo, siccità, contaminanti e prelievi, una misura isolata non basta a governare il cambiamento.

La proposta centrale riguarda una regia unica in capo alle Autorità di bacino distrettuali. Serve un sistema capace di raccogliere dati omogenei, stimare disponibilità idrica, consumi reali, domanda potenziale e bilanci aggiornati. Senza numeri solidi, le decisioni arrivano tardi e spesso inseguono l’emergenza.

Le azioni indicate da Legambiente puntano su protocolli di gestione della siccità per ogni bacino, ripristino delle falde, riqualificazione ecologica dei corsi d’acqua, riduzione del consumo di suolo, adattamento contro le inondazioni urbane, depurazione più efficiente, riuso delle acque dove possibile, riduzione di fertilizzanti e pesticidi in agricoltura, turismo attivo e soluzioni basate sulla natura. La cura del lago diventa così una politica territoriale completa.

Dove esistono già pratiche utili?

Il report indica anche esperienze che mostrano una strada possibile. Sul Lago Maggiore, i sistemi di depurazione promossi e monitorati dal CIPAIS coprono circa il 90% del bacino e contribuiscono a mantenere uno stato ecologico complessivamente buono. Il dato dimostra quanto una depurazione estesa e controllata possa rafforzare la resilienza di un lago.

Il Lago di Massaciuccoli, in provincia di Lucca, offre un esempio diverso. Qui avanzano interventi di rinaturalizzazione e Nature-based Solutions: fitodepurazione, fasce tampone, tecniche agricole conservative, gestione naturale dei canali e bacini di ritenzione idrica. Queste soluzioni trattengono nutrienti, rallentano il deflusso, migliorano la qualità dell’acqua e riducono la pressione sugli ecosistemi.

Il Lago d’Orta porta una storia ancora più netta. Tra il 1927 e il 1990 sversamenti di rame e metalli pesanti legati ad attività tessili e galvaniche lo hanno trasformato in uno dei laghi più acidificati al mondo. Il percorso successivo ha puntato su monitoraggio, pulizia dei fondali, controllo delle microplastiche e strumenti per seguire le condizioni chimico-fisiche dell’acqua. L’Osservatorio Cusio, nato nel 2022, coordina attività e interventi mirati. È la prova che un lago compromesso può recuperare funzioni ecologiche quando il territorio sceglie continuità, dati e responsabilità.

Perché i laghi di alta quota cambiano così in fretta?

I laghi alpini oltre i 1.500 metri vivono trasformazioni rapide. L’aumento delle temperature, la riduzione della neve, il ritiro dei ghiacciai e la degradazione del permafrost modificano sedimenti, nutrienti, pH, conducibilità, stabilità dei versanti e concentrazione di ioni. Questi bacini dipendono spesso dalle acque di fusione nivale e glaciale. Quando cambia la montagna, cambia anche l’acqua che alimenta i laghi.

In Valle d’Aosta, tra il 2006 e il 2015, il numero dei laghi glaciali è quasi raddoppiato, con circa 170 nuovi bacini. Il dato può sembrare una crescita del patrimonio lacustre, ma racconta soprattutto un paesaggio alpino in trasformazione. Nuovi laghi significano nuovi habitat, ma anche nuove esigenze di monitoraggio, possibili instabilità dei versanti e rischi legati ai sedimenti e al ghiaccio residuo.

I laghi d’alta quota funzionano come sensori del cambiamento climatico. Registrano prima di altri ambienti l’aumento delle temperature e la perdita di neve. Per questo meritano reti di controllo dedicate, soprattutto nelle aree dove turismo, sentieri, infrastrutture e versanti instabili condividono lo stesso territorio.

Che cosa cambia per Comuni, agricoltura e turismo?

La crisi dei laghi arriva direttamente alle amministrazioni locali. Un Comune lacustre deve gestire balneazione, scarichi, depurazione, approdi, turismo, emergenze idriche, sponde e comunicazione ai cittadini. Se il livello cala, il problema coinvolge navigazione, accessibilità, sicurezza e immagine del territorio. Se la qualità peggiora, cresce il rischio di limitazioni, costi e danni reputazionali. L’agricoltura entra nello stesso equilibrio. Nei mesi caldi i grandi laghi regolatori sostengono l’irrigazione. La scarsità d’acqua impone scelte più efficienti: riduzione delle perdite, sistemi irrigui meno dispersivi, riuso dove possibile, bilanci idrici trasparenti e decisioni coordinate tra territori a monte e a valle.

Leggi di più

Il turismo dipende dalla salute del lago più di quanto raccontino le brochure. Acqua pulita, sponde curate, paesaggi stabili, biodiversità, percorsi naturalistici e mobilità dolce costruiscono attrattività. Un lago degradato perde valore economico oltre che ecologico. Un lago gestito bene rafforza la reputazione del territorio e crea lavoro in modo più stabile.

Qual è la priorità per proteggere i laghi italiani?

La priorità riguarda la conoscenza continua del sistema. Ogni bacino ha bisogno di dati aggiornati su livelli, temperatura, qualità chimica, nutrienti, PFAS, pesticidi, microplastiche, portate, prelievi, falde, scarichi e stato biologico. Questi dati devono guidare decisioni rapide e verificabili.

Accanto al monitoraggio servono interventi sul territorio: depuratori efficienti, reti fognarie adeguate, tutela delle aree di ricarica, riduzione del consumo di suolo, rinaturalizzazione delle sponde, fasce tampone agricole, gestione dei sedimenti, controllo degli scarichi e pianificazione della siccità. Le soluzioni già esistono in diversi bacini. La sfida riguarda scala, continuità e coordinamento.

I laghi italiani mostrano oggi una fragilità concreta: meno acqua, più caldo, inquinanti emergenti e territori più esposti. La risposta passa da scelte tecniche, risorse pubbliche, responsabilità locali e dati condivisi. Acqua, biodiversità, turismo e sicurezza dipendono dalla stessa decisione: trattare i laghi come infrastrutture naturali essenziali.

Link utili:
Laghi-sotto-pressione-01-2.pdf

Note per i lettori

Immagine generata con AI: paesaggio ispirato al Lago di Como, uno dei bacini citati nel report Legambiente

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

Correlati