Intelligenza artificiale, senza nuove competenze lavoratori a rischio esclusione

Una ricerca Adecco rivela: il 63% dei manager italiani vede nell’IA un cambiamento inevitabile. Obbligatorio reinventarsi per non restare indietro

In un mondo in cui le riunioni si aprono ormai con dashboard digitali e non con block notes, la Intelligenza Artificiale non è più un futuro lontano ma un presente che incalza. Nessun settore può sentirsi al sicuro, perché la logica dei processi produttivi e delle relazioni professionali viene riscritta con una velocità che sorprende persino chi guida le aziende. È questo il quadro che emerge dal report globale “Business Leaders 2025” di The Adecco Group, costruito sulle risposte di 2.000 top manager in 13 Paesi e 17 settori diversi. La fotografia è netta: il 63% dei dirigenti italiani ritiene che i lavoratori dovranno aggiornare le proprie competenze e ridisegnare il proprio ruolo, pena il rischio concreto di essere messi da parte.

Lo scenario che prende forma è quello di una corsa a ostacoli in cui le macchine non sostituiscono soltanto, ma chiedono agli umani di trovare nuove funzioni. Si parla di megatrend che domineranno entro il 2030 – trasformazione digitale, Generative AI, applicazioni avanzate di IA – che non sono più slogan, ma strumenti operativi. Eppure, nonostante l’urgenza, un’azienda italiana su quattro ammette di non avere ancora una strategia chiara sull’uso dell’IA. Un dato che sorprende, ma che resta comunque migliore rispetto alla media globale del 34%.

Le altre notizie del canale LAVORO

I settori che arrancano e quelli che spingono

La trasformazione non procede in modo uniforme. Ci sono comparti che faticano ad adattarsi, come energia e utility, dove il 41% delle aziende registra un ritardo significativo, e il largo consumo, fermo al 39%. Realtà spesso appesantite da infrastrutture rigide, in cui la digitalizzazione corre più lentamente delle necessità di mercato.

All’opposto troviamo i settori che vedono nell’innovazione non una minaccia, ma una leva per crescere. Aerospazio in testa, con il 67% dei manager convinti che i dipendenti dovranno aggiornarsi in tempi stretti, seguito da tech (62%) e pharma (59%). Qui l’IA diventa catalizzatore di nuove opportunità e acceleratore competitivo. Ma il rischio è evidente: mentre i vertici aziendali spingono sull’acceleratore, i collaboratori rischiano di restare indietro, privi degli strumenti adeguati per affrontare la corsa.

L’Italia investe più della media globale

Se lo scenario appare complesso, qualche segnale incoraggiante arriva dal nostro Paese. Secondo lo studio, il 45% delle imprese italiane investe già in strumenti di analisi dati per colmare i gap di competenze, contro una media internazionale ferma al 33%. È un dato che racconta di una maggiore consapevolezza della sfida in corso, anche se la strada da percorrere resta lunga.

Questi dati evidenziano il duplice volto della trasformazione digitale: consapevolezza del cambiamento, ma difficoltà ad attuarlo”, spiega Roberto Pancaldi, VP HR Adecco Italy & Country Head of HR The Adecco Group Italy. La sua analisi sottolinea un punto cruciale: non basta sapere che il cambiamento è in corso, occorre passare dalle dichiarazioni agli investimenti concreti, accelerando sui programmi di formazione e costruendo una cultura aziendale orientata allo sviluppo continuo.

Non solo tecnica: l’IA cambia i ruoli sociali del lavoro

Ridurre la sfida a un semplice “imparare un nuovo software” sarebbe un errore. L’IA impone una ridefinizione profonda dei ruoli, un ripensamento delle responsabilità e persino del concetto stesso di lavoro. La collaborazione tra uomo e macchina diventerà la norma, e la differenza la farà la capacità di integrare innovazione e inclusione.

Alla domanda che tutti si pongono – l’IA cancellerà posti o ne creerà di nuovi? – la risposta non è negli algoritmi, ma nelle politiche aziendali. Se le imprese sapranno accompagnare le persone nella transizione, allora nasceranno nuove professioni. Se invece prevarrà la logica della sostituzione, i vuoti sociali saranno enormi. È per questo che i prossimi anni non saranno soltanto un terreno di competizione tecnologica, ma un banco di prova per la responsabilità manageriale.

Formazione continua come unica garanzia

Il futuro che ci attende cancella l’idea di competenze “valide a vita”. Ogni professione, anche la più consolidata, sarà chiamata a rinnovarsi periodicamente. La formazione continua diventa così il solo antidoto contro l’obsolescenza. La capacità di apprendere in modo flessibile e rapido sarà ciò che distinguerà i lavoratori capaci di restare nel mercato da quelli destinati a esserne esclusi.

In questa prospettiva, l’Italia non parte svantaggiata: la tradizione di creatività e adattabilità del tessuto imprenditoriale potrebbe trasformarsi in un vantaggio. Ma a condizione di non restare fermi. Perché, come ricordano i dati Adecco, la rivoluzione non concede pause né retromarce.

A cura della Redazione GTNews

Correlati