Privacy addio: ora è l’algoritmo dell’IA a decidere se denunciarti

Chatbot travestiti da psicologi, conversazioni archiviate e segnalazioni dirette alla polizia: l’allarme del Garante Privacy

Immaginate di raccontare i vostri pensieri a un’intelligenza artificiale convinti di restare al sicuro dietro lo schermo. Poi scoprire che quelle stesse parole possono finire in un fascicolo, pronte per essere recapitate in questura. Non è fantascienza, né l’ennesima esagerazione social: è la realtà che sta emergendo dalle policy interne delle big tech.

Nel cuore del dibattito c’è la Law Enforcement Policy di OpenAI, che stabilisce come i dati degli utenti possano essere consegnati alle autorità con un mandato. Ma c’è di più: anche in assenza di autorizzazione giudiziaria, in caso di “emergenza” le piattaforme possono segnalare direttamente un cittadino. Una libertà enorme che mette l’algoritmo nella posizione di primo sospettato e primo giudice. A ricordarlo è Agostino Ghiglia, membro del Garante per la Privacy, che non nasconde la sua preoccupazione: “Ogni parola può diventare un fascicolo. Il confine tra sicurezza e sorveglianza massiva si assottiglia ogni giorno”.

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L’allarme del Garante: dalla distopia all’ufficio denunce

Fino a ieri sembrava una trama alla Orwell. Oggi diventa ordinaria amministrazione. Ghiglia, in un’intervista a Il Giornale, avverte che le piattaforme di IA – da ChatGPT a Gemini, fino a Claude – non si limitano a elaborare dati per produrre risposte. Raccolgono, filtrano, archiviano. E se un contenuto appare “pericoloso”, può scattare l’invio automatico alle autorità.

Il meccanismo si articola in tre livelli. Prima l’algoritmo individua segnali sospetti, poi un revisore umano valuta se siano reali minacce, infine parte la segnalazione a polizia o servizi d’emergenza. Ufficialmente lo scopo è prevenire suicidi, stragi annunciate o abusi su minori. Ma la vera domanda resta: chi ci assicura che domani questo strumento non venga usato anche per fini diversi?

Sorveglianza algoritmica: il sospetto nasce da un pattern

Il passaggio cruciale è proprio questo: non serve più un reato documentato per finire attenzionati, ma basta un pattern linguistico. Ghiglia lo spiega chiaramente: “I nostri dati personali vengono conservati, incrociati, letti, analizzati. Ora un sospetto può nascere da un pattern, non da un fatto”.
Significa che l’IA costruisce schemi di comportamento, individua parole ricorrenti e genera valutazioni che finiscono in archivi consultabili. La logica non è più “hai commesso un reato, quindi ti indago”, ma “parli in un certo modo, quindi potresti essere un rischio”. Una trasformazione silenziosa che sposta il peso dal diritto alla presunzione.

Privacy zero: la nuova normalità digitale

Il Garante è netto: “Nessuna conversazione è davvero privata”. Non si parla più di chat confidenziali, ma di potenziali prove conservate a tempo indeterminato. Una condizione che ribalta l’idea stessa di intimità digitale. Il cittadino diventa un soggetto da monitorare, mentre il potere decisionale resta nelle mani delle piattaforme.
Qui si apre anche un paradosso politico: “Mentre Bruxelles si divide sul compromesso tra sicurezza e diritti fondamentali, le multinazionali private hanno già implementato il loro controllo totale”, osserva Ghiglia. Mentre gli Stati litigano sui principi, le big tech hanno già scritto le regole e le applicano, senza contrappesi democratici.

Il rischio politico: opinioni trasformate in prove

Se oggi l’attenzione si concentra sulle emergenze, domani nulla vieta che le stesse infrastrutture siano utilizzate per opinioni politiche o ricerche personali. Basta immaginare uno scenario in cui un algoritmo segnali un utente non per aver minacciato un delitto, ma per aver espresso un dissenso. La frontiera tra sicurezza e censura diventa così pericolosamente sottile. E non è un caso che il Garante parli di una nuova domanda: “Chi controlla chi ci controlla?”

Riconquistare il controllo sui dati

La soluzione non è spegnere la tecnologia o illudersi di tornare al passato. Per Ghiglia, l’unica strada è riconquistare la sovranità sui dati personali. Ciò significa limiti di conservazione chiari, trasparenza sulle richieste delle autorità, possibilità effettive di cancellazione. Non bastano dichiarazioni generiche: servono strumenti concreti.
“Non si può fermare la tecnologia ma bisogna assolutamente tornare padroni dei nostri dati”, ribadisce l’esperto. Solo così sarà possibile usare l’intelligenza artificiale senza rischiare che sia lei a usare noi.

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