Indice
- 1 Dopo tre decessi e otto infezioni collegate al viaggio, OMS ed ECDC ricostruiscono itinerari, contatti stretti e rientri dei passeggeri sbarcati a Sant’Elena
- 2 Perché il ceppo Andes preoccupa
- 3 La rotta e i primi sintomi a bordo
- 4 Il nodo dei passeggeri sbarcati
- 5 Canarie, evacuazioni e rimpatri
- 6 Le misure che riducono il rischio
- 7 La pista argentina
- 8 Perché il rischio resta basso
- 9 La lezione per le crociere expedition
Dopo tre decessi e otto infezioni collegate al viaggio, OMS ed ECDC ricostruiscono itinerari, contatti stretti e rientri dei passeggeri sbarcati a Sant’Elena
Primo caso di hantavirus in Svizzera. Un uomo, rientrato nel paese elvetico dopo il viaggio sulla nave da crociera MV Hondius, è ricoverato all’Ospedale universitario di Zurigo. Infezione confermata dal laboratorio di riferimento degli Ospedali universitari di Ginevra. Cambia così il perimetro del focolaio internazionale, il paziente aveva lasciato l’imbarcazione a Sant’Elena ed era tornato a casa prima che la catena di sorveglianza sanitaria raggiungesse tutti i passeggeri sbarcati.
Le autorità elvetiche hanno precisato che l’uomo ha chiamato il medico di famiglia dopo la comparsa dei sintomi, poi si è presentato in ospedale. Il test ha identificato il virus Andes, ceppo sudamericano degli hantavirus e variante al centro dell’allerta sanitaria sulla Hondius.
La comunicazione svizzera parla di rischio basso per la popolazione, ma il caso mostra una ormai evidente falla nella gestione dei passeggeri che hanno lasciato la nave prima della piena ricostruzione epidemiologica. Secondo il governo spagnolo, il quadro aggiornato comprende otto casi collegati, tre confermati da laboratorio, tre decessi nel cluster, un paziente ricoverato in Svizzera, un paziente in terapia intensiva in Sudafrica e tre persone sintomatiche evacuate da Capo Verde verso i Paesi Bassi.
Il contagio accertato a Zurigo va letto con attenzione. Le autorità svizzere parlano di un paziente rientrato da un viaggio in Sud America con la moglie alla fine di aprile, dopo il passaggio sulla nave. La moglie risulta senza sintomi secondo le ricostruzioni disponibili ed è stata indicata come persona da monitorare in via precauzionale. La Svizzera, intanto, ha attivato un protocollo prudente. L’Ospedale universitario di Zurigo ha comunicato di poter gestire il caso e proteggere personale e pazienti, mentre l’Ufficio federale della sanità pubblica considera improbabile la comparsa di ulteriori casi nel Paese.
Perché il ceppo Andes preoccupa
Il virus Andes appartiene alla famiglia degli hantavirus e circola soprattutto in Sud America. La trasmissione classica avviene attraverso aerosol, polvere o superfici contaminate da urine, feci o saliva di roditori infetti. Nel caso della variante Andes, le autorità sanitarie segnalano una particolarità rara e importante: in precedenti focolai è stata documentata anche una trasmissione tra persone, in genere dopo contatti stretti e prolungati. Gli Ospedali universitari di Ginevra hanno spiegato che Andes è l’unico hantavirus per il quale questo passaggio interumano risulta documentato. L’ECDC formula la stessa valutazione e colloca il rischio nella cornice dei contatti ravvicinati, soprattutto in ambienti chiusi e condivisi.
La malattia può iniziare con febbre, brividi, dolori muscolari, mal di testa, nausea, vomito, diarrea o dolore addominale. Nei casi più gravi evolve verso una sindrome polmonare con difficoltà respiratoria, polmonite, shock e necessità di terapia intensiva. L’OMS indica un periodo di incubazione tipico di due-quattro settimane, con una finestra possibile da una a otto settimane. Per questo le autorità insistono sul monitoraggio nel tempo, anche quando i passeggeri stanno bene al momento dello sbarco. La cura si basa soprattutto su assistenza intensiva, supporto respiratorio, gestione dei fluidi e trasferimento rapido in strutture attrezzate.
La rotta e i primi sintomi a bordo
La MV Hondius è partita da Ushuaia, in Argentina, il 1° aprile 2026, con un itinerario nel Sud Atlantico e tappe in aree remote, tra Antartide, Georgia del Sud, Tristan da Cunha, Sant’Elena e Ascensione. A bordo viaggiavano circa 150 persone di 23 nazionalità. Il primo esordio dei sintomi risale al 6 aprile, quando un passeggero adulto ha sviluppato febbre, mal di testa e diarrea lieve. L’11 aprile le sue condizioni sono precipitate verso una crisi respiratoria e l’uomo è morto a bordo. La salma è stata sbarcata a Sant’Elena il 24 aprile. La sua partner, contatto stretto, è scesa dalla nave nella stessa tappa con sintomi gastrointestinali, ha proseguito verso Johannesburg e lì è morta il 26 aprile. Successivamente i test hanno confermato l’infezione da hantavirus.
Il terzo caso ricostruito dall’OMS riguarda un passeggero che si è rivolto al medico di bordo il 24 aprile con febbre, fiato corto e segni di polmonite. È stato evacuato dall’isola di Ascensione verso il Sudafrica il 27 aprile e ricoverato in terapia intensiva. Un ulteriore decesso è stato segnalato a bordo il 2 maggio, mentre altri pazienti sintomatici sono rimasti sulla nave in attesa di valutazione ed evacuazione. La sequenza temporale ha un peso enorme nella gestione dell’allerta, perché i primi sintomi si sono manifestati mentre la nave attraversava aree remote, con possibilità sanitarie limitate e tempi lunghi per test, evacuazioni e conferme di laboratorio.
Il nodo dei passeggeri sbarcati
Il punto più fragile della vicenda riguarda i passeggeri che hanno lasciato la Hondius a Sant’Elena e sono rientrati nei rispettivi Paesi prima che il focolaio fosse pienamente riconosciuto. Secondo El País, un passeggero spagnolo rimasto a bordo ha raccontato che 23 persone sarebbero scese sull’isola il 21 aprile e avrebbero iniziato il viaggio di ritorno. La sua frase fotografa il problema operativo: “A Sant’Elena sono scese ventitré persone e fino a tre giorni fa nessuno le aveva contattate”. La stessa ricostruzione riferisce che uno di quei passeggeri è l’uomo poi ricoverato in Svizzera.
Il dato va trattato come una criticità di tracciamento, senza trasformarlo in allarme generalizzato. I protocolli internazionali stanno ora cercando proprio quelle persone, insieme ai contatti di volo, al personale sanitario e ai familiari potenzialmente esposti. L’OMS ha già indicato il tracciamento dei passeggeri, l’isolamento dei casi e la condivisione delle liste tra Paesi come parti centrali della risposta. Il problema, in una nave expedition che attraversa isole lontane dai grandi hub sanitari, sta nei tempi. Ogni giorno di ritardo rende più complessa la mappa dei contatti, aumenta i Paesi coinvolti e obbliga i servizi sanitari a ricostruire spostamenti, voli, scali e contatti familiari.
Canarie, evacuazioni e rimpatri
La Spagna ha accettato l’arrivo della Hondius alle Canarie dopo una richiesta dell’OMS e dopo il confronto con le autorità europee. Il governo spagnolo ha indicato il porto di Granadilla de Abona, a Tenerife, come punto di gestione sanitaria, con circuiti controllati tra nave, porto, aeroporto e Paesi di destinazione. I tre pazienti sintomatici sono stati evacuati da Capo Verde verso i Paesi Bassi con aerei medicalizzati. Oceanwide Expeditions ha confermato che due persone sono arrivate nei Paesi Bassi e che un secondo velivolo, con il terzo trasferito, ha avuto un ritardo, mentre la nave ha lasciato Capo Verde alle 19.15 CET del 6 maggio diretta a nord, con tre ulteriori professionisti sanitari a bordo.
Il piano spagnolo prevede che i passeggeri stranieri senza sintomi vengano rimpatriati nei Paesi d’origine tramite il meccanismo europeo di protezione civile. I 14 cittadini spagnoli saranno valutati all’arrivo, poi trasferiti a Madrid, all’Ospedale militare Gómez Ulla, per la quarantena sotto controllo sanitario. Madrid presenta l’operazione come un intervento regolato dal Regolamento sanitario internazionale, con obblighi di cooperazione tecnica e logistica tra Stati. La ministra della Sanità Mónica García ha sintetizzato così la scelta: “Il processo di soccorso e rimpatrio si svolgerà alle Canarie”. Il governo delle Canarie ha espresso forte irritazione per la gestione delle informazioni. Fernando Clavijo ha contestato la decisione perché, a suo giudizio, mancavano criteri tecnici sufficienti per rassicurare la popolazione.
Le misure che riducono il rischio
I passeggeri a bordo devono mantenere il massimo distanziamento possibile, restare in cabina quando richiesto, usare mascherine negli spazi condivisi, praticare igiene frequente delle mani e segnalare subito febbre, tosse, nausea, dolore addominale, brividi, dolori muscolari o senso di oppressione al torace. La nave deve rafforzare pulizia, disinfezione, ventilazione e gestione dei rifiuti, evitando lo spazzamento a secco perché può sollevare particelle contaminate. Le superfici toccate spesso, come maniglie, corrimano e schermi, rientrano tra i punti prioritari.
Negli ospedali, i pazienti sospetti o confermati devono essere assistiti in stanze singole quando possibile, con precauzioni standard e precauzioni da droplet. Per procedure che generano aerosol, l’ECDC indica l’uso di protezioni rafforzate, compresi respiratori FFP2, protezione oculare, guanti e camici a maniche lunghe. L’obiettivo è proteggere personale sanitario e pazienti durante una fase clinica che può peggiorare rapidamente. Per i porti, il punto chiave è un centro unico di coordinamento tra autorità portuale, operatore della nave, emergenza sanitaria e sanità pubblica, in modo da gestire sbarco controllato, trasporto, presa in carico e sorveglianza durante l’incubazione.
La pista argentina
L’origine del focolaio resta sotto indagine. L’ipotesi più accreditata riguarda una possibile esposizione in Argentina prima dell’imbarco, in particolare nell’area di Ushuaia, punto di partenza della nave. Reuters riferisce che il ministero della Salute argentino intende effettuare catture e analisi di roditori nella città meridionale e sta ricostruendo l’itinerario di cittadini olandesi che avevano viaggiato tra Argentina e Cile prima di presentare sintomi sulla crociera. La ricostruzione punta a capire se l’esposizione sia avvenuta a terra, durante attività in ambienti frequentati da fauna selvatica o roditori, oppure se alcuni contagi siano avvenuti a bordo tra contatti stretti.
Se l’evento nasce da una singola esposizione ambientale, il tracciamento si concentra sui viaggiatori presenti in quella fase e sui loro contatti successivi. Se una parte dei casi deriva da trasmissione interumana, le autorità devono allargare la sorveglianza alle cabine, ai conviventi, agli assistenti sanitari, ai compagni di viaggio e ai voli presi dai pazienti nelle fasi sintomatiche. Al momento le autorità parlano di indagini in corso. L’OMS mantiene bassa la valutazione del rischio globale e l’ECDC considera molto basso il rischio per la popolazione generale dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo, anche perché il serbatoio naturale del virus Andes vive in Sud America.
Perché il rischio resta basso
Il rischio basso indicato dalle autorità dipende da tre elementi. Il primo riguarda la modalità di trasmissione. Gli hantavirus passano soprattutto dai roditori all’uomo attraverso materiali contaminati, mentre il passaggio tra persone per il ceppo Andes richiede condizioni particolari, contatti stretti e tempi prolungati. Il secondo elemento riguarda la tracciabilità dell’evento. I passeggeri, i membri dell’equipaggio, le tappe, i voli e i Paesi coinvolti possono essere ricostruiti con liste nominali, controlli sanitari e collaborazione tra autorità. Il terzo riguarda l’assenza in Europa del principale roditore serbatoio del virus Andes, dato che limita la possibilità di una catena ambientale autonoma sul territorio europeo.
La parte più delicata resta la comunicazione. L’ECDC chiede messaggi chiari, aggiornati e calibrati sui diversi destinatari, indicando ciò che è noto, ciò che resta da chiarire e ciò che può cambiare con le indagini. È una raccomandazione pratica, perché l’ansia cresce quando le informazioni arrivano tardi o in modo contraddittorio. Ai passeggeri servono istruzioni scritte, sintomi da controllare, numeri da chiamare, tempi di sorveglianza e spiegazioni sulla quarantena. Alla popolazione generale serve un messaggio altrettanto netto: il focolaio è serio, la malattia può essere grave, il rischio per chi non ha avuto contatti con la nave o con i casi resta molto basso.
La lezione per le crociere expedition
La Hondius mostra una vulnerabilità tipica delle crociere expedition. Questi viaggi portano passeggeri in aree ecologicamente ricche, remote, spesso lontane da ospedali, laboratori e aeroporti attrezzati. Il modello funziona quando la prevenzione è forte prima dell’imbarco, quando le escursioni hanno procedure precise contro il contatto con roditori e contaminanti ambientali, e quando la nave dispone di piani rapidi per isolamento, campionamento, comunicazione e sbarco sanitario. La risposta attuale, con isolamento a bordo, evacuazioni mediche, tracciamento internazionale, test di laboratorio e rimpatri controllati, indica la strada per ridurre il rischio senza bloccare ogni attività di viaggio in aree remote.
A cura della Redazione GTNews
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