La Cina ci riprova: una Grande Muraglia verde da 100 miliardi di alberi contro l’avanzata del deserto

Un piano lungo 72 anni punta a trattenere il suolo, proteggere campi e villaggi. Così Pechino trasforma le aree più fragili del Nord in un laboratorio climatico

Fermare la desertificazione con una cintura viva di alberi, arbusti e praterie rigenerate. E’ l’ambizioso progetto della Cina, che vuole “costruire” una nuovaa Grande Muraglia verde per fermare la desertificazione. Il piano prende il via nel 1978. Con il nome Three-North Shelterbelt Program vengono coinvolte 13 province del Nord, Nord-Ovest e Nord-Est cinese. Secondo gli esperti nel 2050 sarà possibile godere di circa 100 miliardi di alberi lungo una barriera di migliaia di chilometri, l’unica speranza contro l’avanzata del Gobi e del Taklamakan.

Il progetto protegge campi, villaggi, strade e ferrovie dalla sabbia, riduce l’erosione del suolo e sostiene nuove economie rurali. Nelle aree più umide la barriera verde migliora biodiversità, stabilità del terreno e servizi ecosistemici; nelle zone aride servono specie locali, gestione dell’acqua e manutenzione continua. La lezione per il resto del mondo, Italia compresa, appare chiara: contro siccità e suoli fragili contano scala, biodiversità e cura del territorio.

Se vuoi andare oltre alla sintesi della nostra notizia leggi qui di seguito l’approfondimento:

La Cina ha scelto gli alberi per rallentare l’avanzata dei deserti del Gobi e del Taklamakan. Da quasi mezzo secolo costruisce nel Nord del Paese una barriera vegetale lunga migliaia di chilometri. La fascia verde difende campi coltivati, villaggi, ferrovie e città dalla sabbia.

Il progetto si chiama Three-North Shelterbelt Program. Nel linguaggio comune ha preso un nome più evocativo: Grande Muraglia Verde. È una cintura di foreste, arbusti, praterie recuperate, oasi protette e infrastrutture naturali, avviata nel 1978 e pensata per arrivare al 2050.

L’obiettivo racconta la scala dell’intervento: circa 100 miliardi di alberi e una fascia verde di quasi 4.500 chilometri. Numeri che trasformano il piano cinese in uno dei più grandi esperimenti di restauro ecologico mai avviati dall’uomo.

La notizia riguarda il clima, ma parla soprattutto di territorio e sopravvivenza. Le terre aride coprono ormai oltre il 40% delle terre emerse, esclusa l’Antartide. Più di tre quarti della superficie terrestre ha sperimentato un clima più secco nei trent’anni precedenti al 2020 rispetto al trentennio 1961-1990. La Cina ha letto questa traiettoria dentro casa propria.

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Perché la Cina ha scelto una muraglia fatta di alberi?

La desertificazione avanza quando vento, siccità, sfruttamento del suolo e perdita di vegetazione spezzano l’equilibrio di un territorio. Nel Nord del Paese il problema assume una forma visibile: il vento solleva sabbia fine dai margini desertici, la spinge verso campi e insediamenti, copre il terreno fertile e alimenta le tempeste di polvere che raggiungono anche Pechino. In questo contesto gli alberi funzionano come freni biologici. Le chiome riducono la velocità del vento, le radici trattengono le particelle di suolo, la lettiera vegetale favorisce l’umidità superficiale e le fasce verdi creano una barriera fisica fra dune mobili e attività umane.

Il programma copre 13 province, regioni autonome e municipalità nel Nord, Nord-Ovest e Nord-Est della Cina, su una superficie di 4,069 milioni di chilometri quadrati. Pechino punta a far crescere la copertura forestale dell’area dal 5,05% iniziale al 14,95%, con un sistema di interventi che include rimboschimenti, chiusura di aree degradate al pascolo, semina aerea, protezione di montagne fragili, gestione delle acque e sviluppo di economie forestali locali.

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Che cosa cambia quando il deserto incontra una barriera viva?

Un albero piantato in un’area arida produce benefici solo quando entra in un sistema adatto. La Grande Muraglia Verde funziona meglio quando combina specie resistenti alla siccità, arbusti autoctoni, griglie di paglia, irrigazione mirata, protezione delle oasi e gestione agricola. In questo modo la pianta diventa parte di una piccola infrastruttura ecologica: rallenta la sabbia, accumula materia organica, offre ombra, sostiene microrganismi del suolo e crea condizioni più favorevoli per altra vegetazione.

Il caso del Taklamakan, nel Xinjiang, mostra la dimensione dell’esperimento. Nel novembre 2024 la Cina ha chiuso un anello verde di circa 3.046 chilometri attorno al suo deserto più grande, dopo decenni di interventi legati al programma Three-North. Reuters ha ricordato che il progetto ha già portato oltre 30 milioni di ettari di alberi piantati e ha accompagnato la crescita della copertura forestale nazionale oltre il 25%, mentre nello Xinjiang la quota forestale è passata dall’1% al 5% in circa quarant’anni.

Che cosa dice la scienza sui risultati?

Uno studio pubblicato nel 2026 su Scientific Reports offre una lettura utile perché sposta l’attenzione dal semplice numero di alberi ai servizi ecosistemici. Il gruppo di ricerca ha usato dati meteorologici, topografici, pedologici e satellitari su cinque anni chiave fra il 1985 e il 2024, valutando quattro funzioni: conservazione dell’acqua, mantenimento della biodiversità, conservazione del suolo e controllo dell’erosione eolica. I risultati mostrano un aumento generale dei servizi ecosistemici in quattro decenni, con performance più alte nelle zone meridionali e sudorientali relativamente umide e valori più fragili nelle aree aride centrali e occidentali.

Questo punto rende la notizia più solida e più interessante. Il successo della Grande Muraglia Verde dipende dalla geografia. Dove piove di più, dove il suolo conserva meglio l’acqua e dove foreste e praterie lavorano insieme, il sistema produce protezione, biodiversità e stabilità. Dove dominano aridità estrema, evaporazione elevata e suoli poveri, l’intervento richiede specie più adatte, minore densità di impianto, manutenzione continua e uso molto prudente dell’acqua. Lo stesso studio indica che foreste e praterie sostengono in modo decisivo le funzioni ecologiche regionali, mentre le aree con servizi ecosistemici diversi richiedono strategie di gestione differenziate.

Dove arriva il beneficio per le persone?

La Grande Muraglia Verde protegge il suolo, ma il suo impatto sociale nasce dall’agricoltura. Una fascia vegetale che rallenta il vento aiuta i campi a conservare terreno fertile, riduce l’accumulo di sabbia sulle colture, difende frutteti e villaggi, aumenta la stabilità delle strade e rende più sicure alcune infrastrutture. La Cina ha collegato il programma anche a filiere locali: frutta, vivaistica, gestione forestale, pascoli regolati, ecoturismo e manutenzione del territorio. In questo modo la protezione ambientale genera lavoro e reddito nelle comunità più esposte.

La dimensione energetica aggiunge un altro tassello. In alcune aree desertiche la Cina affianca alle barriere verdi grandi impianti solari ed eolici. I pannelli possono ridurre localmente l’erosione del vento, creare ombra sul terreno e sostenere l’approvvigionamento elettrico di zone periferiche. Il risultato crea un modello ibrido: restauro ecologico, produzione rinnovabile e protezione agricola entrano nello stesso paesaggio. Questa integrazione offre una lezione utile anche per il Mediterraneo, dove la crisi climatica aumenta siccità, consumo di suolo e vulnerabilità delle campagne.

Quali errori hanno insegnato di più?

La prima fase del progetto ha puntato spesso su specie a crescita rapida e impianti molto estesi. In alcune zone l’approccio ha creato problemi: mortalità elevata degli alberi, consumo eccessivo di acqua, vulnerabilità a parassiti e minore biodiversità. Le criticità hanno spinto la Cina a sperimentare combinazioni più robuste, specie locali, arbusti desertici, praterie e una gestione più attenta dei fabbisogni idrici. Anche Reuters segnala le difficoltà emerse nel tempo: tassi di sopravvivenza bassi in diversi impianti e dibattito sull’efficacia contro le tempeste di sabbia, mentre il Paese conta ancora una quota ampia di territorio desertificato.

Piantare alberi produce risultati quando il progetto rispetta clima, falde, suolo e biodiversità. In un’area arida, una foresta artificiale troppo densa può chiedere più acqua di quanta il territorio riesca a offrire. Una barriera mista, con alberi, arbusti, erbe perenni e corridoi naturali, tende invece a resistere meglio. La Grande Muraglia Verde insegna che il contrasto alla desertificazione richiede ingegneria, ecologia, manutenzione e coinvolgimento delle comunità locali.

Che cosa può imparare il resto del mondo?

La Cina mostra che un Paese può trattare la desertificazione come una grande opera pubblica, al pari di dighe, ferrovie o reti energetiche. La differenza sta nella materia prima: piante, suolo, acqua, tempo. Il progetto offre tre indicazioni concrete. La prima riguarda la scala: le aree aride chiedono continuità territoriale, perché la sabbia supera facilmente piccoli interventi isolati. La seconda riguarda la qualità: il numero di alberi comunica bene, ma la biodiversità decide la durata dell’opera. La terza riguarda le persone: un territorio restaurato regge meglio quando offre reddito, energia, sicurezza agricola e servizi.

Per l’Italia la lezione arriva da lontano e parla anche di casa. Sardegna, Sicilia, Puglia e aree interne del Mezzogiorno convivono con siccità più frequenti, perdita di suolo fertile e pressione sugli acquiferi. La risposta italiana richiede interventi più piccoli rispetto alla scala cinese, ma può usare la stessa logica: filari frangivento, rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, agricoltura rigenerativa, tutela delle falde, fasce arbustive mediterranee, pascolo controllato, fotovoltaico progettato con cura e manutenzione continuativa del suolo.

La Grande Muraglia Verde cinese racconta una storia più complessa di un semplice record di alberi. Il progetto ha già modificato paesaggi, economie rurali e capacità di trattenere suolo in molte aree del Nord della Cina. La scienza invita a misurare il successo attraverso funzioni ecologiche, acqua disponibile, biodiversità, erosione e stabilità sociale. In questa prospettiva, la vera sfida al 2050 riguarda la qualità della vita che crescerà ai margini del deserto, insieme agli alberi.

Link utili:
Long-term ecological effectiveness of the Three-North shelterbelt program assessed by changes in ecosystem services | Scientific Reports

Three-North Shelterbelt Program | Department of Economic and Social Affairs

Note per i lettori

L'immagine usata per questo articolo è stata creata con l'ausilio dell'Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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