Giovani a rischio, la finta empatia dell’IA li mette in pericolo

L’intelligenza artificiale ci ascolta, ci consola e ci consiglia. Ma dietro la “gentilezza artificiale” si nasconde un rischio

L’Intelligenza Artificiale non smette di sorprenderci. Né di inquietarci. Ogni giorno conquista un nuovo spazio nella nostra vita, insinuandosi in settori che un tempo sembravano esclusivamente umani. L’ultima frontiera si chiama «gentilezza artificiale», e il nome, per quanto suggestivo, nasconde una trappola. Non si tratta di un modo ipocrita di essere gentili, ma della cortesia programmata dei chatbot, i sistemi conversazionali con cui milioni di giovani interagiscono come se fossero amici o confidenti. A loro affidano pensieri, paure e perfino segreti, attratti da un senso di protezione che nasce dalla segretezza digitale del rapporto.

Per molti adolescenti, la chat con l’IA è diventata un rifugio sicuro, lontano da genitori, insegnanti o psicologi. In quella dimensione anonima e senza giudizi, trovano ascolto, comprensione e risposte immediate. Ma questa apparente libertà nasconde un prezzo: la disintermediazione della famiglia e della comunità educativa. Quando le domande toccano emozioni, disagi o problemi psicologici, il confine tra il consiglio virtuale e la terapia reale si assottiglia pericolosamente. E la “gentilezza artificiale” diventa una forma di pseudoterapia.

Le altre notizie del canale INNOVAZIONE

Quando l’AI diventa un terapeuta a basso costo

Sempre più persone – giovani e adulti – ricorrono a chatbot terapeutici come sostituti di psicologi e counselor. Non giudicano, non costano, sono sempre disponibili. In un’epoca di ansia cronica e solitudini digitali, questa presenza simulata appare come una salvezza a portata di clic. Ma, come ricordava lo psichiatra Irvin Yalom, la vera psicoterapia è “artificialmente vera”: costruita su regole, sì, ma ancorata a un rapporto autentico.

La differenza è abissale. L’artificio della terapia umana serve a creare uno spazio controllato dove la verità possa emergere. L’artificio dell’AI, invece, è puro algoritmo: non prova empatia, non interpreta silenzi, non cambia il proprio stato emotivo in base a ciò che l’altro vive. È un simulacro di ascolto. Eppure, proprio questa neutralità rende l’AI irresistibile per chi teme il giudizio altrui o non può permettersi un terapeuta.

Il rischio? Che la psicoterapia reale venga sostituita da un surrogato digitale, più comodo e più economico. Un’illusione di cura, priva di quella dimensione relazionale che dà senso al processo terapeutico.

Il falso equilibrio tra artificio e verità

Nel rapporto umano tra paziente e terapeuta esiste un delicato equilibrio tra artificio e verità. L’artificio è quello delle regole deontologiche: la sospensione del giudizio, il rispetto dei ruoli, la neutralità professionale. La verità è la presenza autentica del terapeuta, con la sua storia, le sue emozioni, la sua capacità di empatia.

Nella relazione con un chatbot, questo equilibrio svanisce. L’AI non ha una storia personale, non può capire davvero il dolore o la gioia dell’interlocutore. Offre risposte coerenti, ma prive di esperienza. La sua “gentilezza” è un algoritmo: predice il comportamento più adatto per mantenere il dialogo, non per comprendere la persona. È un linguaggio che mima la cura senza averne il cuore.

Eppure, a molti sembra più rassicurante di un incontro reale. Nessuno ti guarda negli occhi, nessuno valuta le tue parole. Ma è proprio questa assenza di verità a renderla pericolosa: ci si sente compresi, ma si resta soli.

Un rischio per la salute mentale pubblica

Se il Servizio Sanitario Nazionale, spinto dalla carenza di risorse, decidesse un giorno di integrare o sostituire parte delle terapie psicologiche con sistemi di intelligenza artificiale, il risultato sarebbe devastante. Una psicoterapia automatizzata può fornire consigli generici, ma non costruire percorsi di cambiamento. L’illusione di una soluzione “smart” ai problemi emotivi porterebbe a un degrado della tutela della salute mentale, già fragile dopo anni di tagli e abbandono.

In un’epoca in cui la sanità pubblica fatica a garantire supporto psicologico gratuito o accessibile, la tentazione di affidarsi all’AI appare forte. Ma sarebbe un errore strategico e umano. La tecnologia può affiancare, non sostituire. Nessun algoritmo potrà mai eguagliare la forza terapeutica di uno sguardo empatico, di una pausa significativa o di una domanda posta con sensibilità.

In fondo, la vera gentilezza non è quella programmata: è quella che nasce dall’incontro tra due persone che si riconoscono, con tutte le loro imperfezioni.

A cura della Redazione GTNews

Correlati