Pesci contaminati, terre inutilizzabili e sfollati che non rientrano a casa: la centrale giapponese continua a raccontare la verità scomoda dell’atomo
Sono passati quattordici anni dal disastro nucleare di Fukushima, ma i primi frammenti radioattivi sono stati estratti solo recentemente. Il 7 novembre 2024 Tepco è riuscita a prelevare appena 0,7 grammi di materiale, seguiti da ulteriori 0,2 grammi il 23 aprile 2025. Ogni operazione è durata tre settimane ed è stata effettuata tramite robot, a conferma della pericolosità estrema dell’intervento. Ora ci vorranno 12-18 mesi per analizzare appena un grammo di combustibile nucleare fuso, mischiato a metalli e minerali che continuano a generare calore. Una lentezza che mostra l’enorme sfida che attende la Tokyo Electric Power Company (Tepco), incaricata di smantellare le 880 tonnellate di detriti radioattivi ancora intrappolati nei reattori. Secondo il World Nuclear Industry Status Report 2025 (Wnisr), non esiste ancora un vero piano operativo su come smaltire questo materiale. Gli esperti parlano di una rimozione non prima del 2036, con chiusura lavori fissata al 2051, ma la tabella di marcia suscita più dubbi che certezze.
L’acqua contaminata e lo scarico nell’oceano
Per contenere la diffusione dell’acqua radioattiva, Tepco ha adottato soluzioni drastiche. È stata realizzata una diga e un muro sotterraneo di ghiaccio attorno alle unità danneggiate. Sono stati scavati pozzi per pompare i liquidi e asfaltato un chilometro quadrato di suolo per ridurre l’infiltrazione. Nonostante tutto, ogni giorno si generano circa 50 metri cubi di acqua contaminata.
Dal 2023, Tepco ha iniziato a rilasciare in mare l’acqua trattata. Nel solo 2025 saranno 54.600 metri cubi a finire nell’oceano. Il sistema Alps (Advanced Liquid Processing System) rimuove gran parte dei radionuclidi, ma secondo la stessa Tepco solo il 34% dell’acqua trattata rispetta gli standard di sicurezza. Il resto deve essere processato nuovamente, rallentando un percorso già costellato di polemiche e sfiducia.
La montagna di terra contaminata
Intorno alla centrale, il problema non riguarda solo l’acqua. Ci sono 14 milioni di metri cubi di suolo contaminato, equivalenti a 5600 piscine olimpiche, stipati in depositi temporanei. Tre quarti di questo terreno hanno livelli inferiori a 8000 Becquerel per chilogrammo e potrebbero essere riutilizzati in costruzioni. Il restante quarto, invece, deve essere trattato per abbassare la radioattività. Il governo giapponese ha elaborato un piano per il riuso, ma ogni proposta incontra resistenze. Quando Tokyo ha ipotizzato di utilizzare parte di questo suolo nel Shinjuku Gyoen National Garden, le proteste dei cittadini hanno bloccato tutto. La memoria del disastro dell’11 marzo 2011 è ancora troppo viva e la fiducia nelle istituzioni appare fragile.
Selvaggina, pesci e funghi ancora contaminati
La contaminazione non riguarda solo i terreni. Pesci, funghi, piante e selvaggina dell’area di Fukushima mostrano ancora livelli preoccupanti di radioattività. Analisi recenti hanno rilevato tracce anche in prefetture a 300-400 km di distanza. Nonostante questo, la maggior parte dei 55 paesi che avevano bloccato le importazioni alimentari dal Giappone hanno revocato i divieti. Persino la Cina, che nel 2023 aveva imposto un embargo sul pescato dopo l’avvio degli scarichi in mare, ha recentemente riaperto alle importazioni. Tuttavia, il Wnisr definisce i controlli alimentari giapponesi “confusi e di difficile comprensione”. Un giudizio che non contribuisce a rassicurare né i consumatori né la comunità internazionale.
Un futuro incerto e scetticismo crescente
Il cronoprogramma di smantellamento parla chiaro: la rimozione dei detriti dovrebbe iniziare nel 2036 e terminare nel 2051. In teoria. Perché ogni passo finora dimostra quanto sia complesso affrontare un disastro di questa portata. Tra acqua contaminata scaricata in mare, terreni stoccati in attesa di riuso e alimenti che restano sotto osservazione, la realtà è che 14 anni dopo il disastro non esiste ancora una soluzione definitiva. Le promesse si moltiplicano, ma i dati mostrano una gestione lenta, incerta e incapace di rispondere alle paure dei cittadini.
