Contare i pesci nel mare senza vederli: il dato nel DNA presente nell’acqua

Altro che sonar o reti: ora basta un secchio d’acqua per sapere quanti pesci vivono in mare. La scienza cambia le regole della pesca e della conservazione

Quanti pesci vivono nel mare? La domanda sembra banale, ma per gli scienziati è un rompicapo che da sempre complica la gestione delle risorse ittiche e la protezione delle specie a rischio. Oggi però la risposta non passa più da reti, sonar o immersioni. Secondo i ricercatori della CSIRO, l’agenzia scientifica nazionale australiana, è l’acqua stessa a custodire la memoria di ciò che nuota al suo interno. In laboratorio hanno dimostrato che basta un campione prelevato dal mare per ottenere tracce molecolari dei pesci presenti, arrivando addirittura a riconoscere i singoli individui. Un’innovazione che potrebbe rivoluzionare il modo in cui monitoriamo la biodiversità marina e controlliamo gli stock di pesca.

L’esperimento chiave è stato condotto nell’Acquario dell’Australia Occidentale (AQWA), all’interno di un gigantesco mesocosmo da 3 milioni di litri d’acqua di mare. Lì vivono circa 50 specie di pesci, note con precisione dallo staff, che alimenta gli animali e ne segue quotidianamente il comportamento. “Il nostro serbatoio riproduce un ecosistema naturale che i visitatori possono osservare dal tunnel subacqueo o dalla barca col fondo di vetro”, spiega Matthew O’Malley, curatore capo dell’AQWA. “Sappiamo esattamente cosa c’è al suo interno, ed è questo che lo rende così prezioso per la ricerca.”

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DNA ambientale: un test rapido che rivoluziona la ricerca

Alla guida dello studio c’è la biologa marina Dr. Cindy Bessey, specializzata in tecniche di raccolta dell’eDNA (DNA ambientale). Gli organismi rilasciano nel loro habitat frammenti di DNA attraverso cellule, muco o escrezioni. Raccoglierlo significa ottenere la “firma genetica” della loro presenza.

“All’inizio il metodo era macchinoso”, ricorda la ricercatrice. “Si filtravano litri e litri d’acqua con pompe ingombranti e serviva una fonte di energia. Lavorare in zone remote era complicato e costoso.”

Da qui l’idea: sviluppare membrane capaci di catturare l’eDNA in modo passivo, semplicemente immergendole in acqua. La sperimentazione all’AQWA ha previsto nove materiali diversi fissati a una cornice di ostriche. Dopo pochi minuti, le membrane hanno raccolto quantità sorprendenti di materiale genetico. Non solo: i risultati non variavano molto tra carta da filtro, canapa o spugna sintetica.

“Abbiamo scoperto che cinque minuti bastano per avere dati affidabili”, afferma Bessey. Un passo che apre alla possibilità di monitorare interi ecosistemi marini senza mezzi invasivi, riducendo i costi e migliorando la rapidità delle analisi.

Contare i pesci con un secchio d’acqua

Accanto al lavoro di Bessey, la collega Dr. Haylea Power ha sviluppato un metodo per isolare non solo frammenti genetici, ma intere cellule rilasciate dai pesci nell’acqua di mare.
“Uso tecniche derivate dalla diagnostica medica per separare le cellule del sangue”, spiega Power. “All’AQWA abbiamo dimostrato che funzionano anche per distinguere le cellule dei pesci. Poi, tramite sequenziamento del DNA, possiamo confermare la specie esatta.”

La novità è clamorosa: con questo sistema non serve catturare il pesce, né danneggiarlo. Un campione d’acqua diventa sufficiente per identificare chi abita in un tratto di mare e perfino stimare quanti individui ci sono. “Potremo contare i pesci di una specie minacciata senza toccarli”, precisa la ricercatrice. Lo stesso metodo sarà utile per verificare le scorte di specie commerciali, fornendo dati più accurati per una pesca sostenibile.

Dalla vasca al mare aperto: la prova sul campo

Il collegamento tra laboratorio e oceano aperto è fondamentale. Lo sottolinea Dr. Bruce Deagle, della Collezione Nazionale dei Pesci Australiani: “Raccogliere eDNA ed intere cellule in modo efficiente è un passo decisivo. Queste informazioni serviranno a chi lavora nella conservazione e nella gestione della pesca.”

Secondo Deagle, il mesocosmo dell’AQWA rappresenta un ponte tra gli esperimenti controllati e la realtà del mare. “Qui possiamo testare metodi innovativi sapendo esattamente quali specie ci sono. È l’anello mancante per trasformare queste tecniche in strumenti operativi.”
Il futuro prossimo, quindi, non vedrà più spedizioni armate solo di reti, ma anche di secchi e membrane biologiche, capaci di raccogliere in pochi minuti una mole di informazioni invisibili.

Un mare di possibilità per la conservazione

La tecnologia apre scenari che vanno oltre il semplice conteggio. Sapere quante e quali specie abitano un tratto di mare aiuterà a disegnare aree marine protette più efficaci, a tracciare gli spostamenti delle popolazioni ittiche e a valutare l’impatto dei cambiamenti climatici. Inoltre, i dati potranno sostenere politiche di pesca più intelligenti, evitando il collasso di stock sovrasfruttati.

“Il nostro obiettivo – spiegano le ricercatrici – è dare strumenti semplici e veloci per capire cosa accade negli oceani. Non si tratta solo di scienza, ma di futuro.”

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