Conservanti alimentari associati a diabete e cancro: l’elenco di quelli sotto accusa

Due ampi studi epidemiologici analizzano il consumo di additivi nei cibi industriali e ne evidenziano le possibili implicazioni per la salute. La guida per capire dove si trovano e come riconoscerli in etichetta

I conservanti alimentari sono diventati una presenza costante nella dieta quotidiana, spesso senza che il consumatore ne sia pienamente consapevole. Il loro impiego consente all’industria di allungare la vita commerciale degli alimenti, preservarne l’aspetto e ridurre il rischio microbiologico. È una funzione tecnica che ha accompagnato l’evoluzione dei sistemi alimentari globali, ma che oggi torna sotto la lente della ricerca scientifica.

Due ampi studi osservazionali, basati sui dati della coorte francese NutriNet-Santé, hanno analizzato per oltre un decennio le abitudini alimentari e lo stato di salute di più di centomila adulti. I risultati, pubblicati su Nature Communications e The BMJ, indicano che un consumo più elevato di alcuni conservanti è associato a un aumento dell’incidenza di diabete di tipo 2 e di alcune forme di cancro. Gli autori sottolineano che non si tratta di prove di causalità diretta, ma di segnali coerenti che meritano attenzione regolatoria e sanitaria.

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I conservanti sotto osservazione negli studi scientifici

L’analisi non si è limitata a valutare l’effetto complessivo dei conservanti, ma ha esaminato singolarmente diciassette composti di uso comune nell’industria alimentare. Alcuni di questi mostrano associazioni statisticamente significative con l’aumento del rischio di patologie croniche.

Nel caso dello studio sul cancro pubblicato sul BMJ, il sorbato di potassio, largamente utilizzato in prodotti da forno, salse e dessert industriali, è risultato associato a un incremento del rischio oncologico complessivo e, in particolare, del tumore al seno. I solfiti, comuni in vini, frutta secca e prodotti conservati, mostrano un’associazione simile, mentre il nitrito di sodio, tipico dei salumi e delle carni lavorate, è collegato a un aumento del rischio di tumore alla prostata.

Altri composti, come i nitrati di potassio e gli acetati, sono risultati associati sia al rischio oncologico generale sia a forme tumorali specifiche. I ricercatori ipotizzano che questi additivi possano interferire con i meccanismi infiammatori e immunitari dell’organismo, favorendo nel tempo condizioni biologiche compatibili con lo sviluppo del cancro.

Conservanti e diabete di tipo 2: cosa emerge dai dati

Lo studio pubblicato su Nature Communications si è invece concentrato sul diabete di tipo 2. I risultati mostrano che un consumo più elevato di conservanti, sia nel loro complesso sia considerando specifiche categorie come quelli non antiossidanti e gli additivi con funzione antiossidante, è associato a un aumento significativo dell’incidenza della malattia.

In particolare, dodici dei diciassette conservanti analizzati singolarmente presentano un’associazione positiva con il rischio di diabete. Tra questi figurano sostanze molto diffuse come il propionato di calcio, usato nei prodotti da forno industriali, l’acido citrico, l’acido fosforico e persino alcuni estratti naturali impiegati come conservanti, come quelli di rosmarino. Anche in questo caso gli autori ribadiscono che lo studio è osservazionale, ma sottolineano la coerenza dei risultati con evidenze sperimentali precedenti sugli effetti metabolici di questi composti.

Dove si trovano i conservanti e come riconoscerli in etichetta

Per il consumatore, la questione centrale diventa pratica: capire dove si nascondono i conservanti e come individuarli nei prodotti di uso quotidiano. La loro presenza è particolarmente frequente negli alimenti ultra-processati, come snack confezionati, piatti pronti, prodotti da forno industriali, salumi, salse e bevande zuccherate.

Sulle etichette europee, i conservanti possono comparire sia con il nome chimico completo, come “nitrito di sodio” o “sorbato di potassio”, sia sotto forma di codice E, una sigla seguita da numeri che identifica gli additivi autorizzati. La presenza di numerose sigle E o di ingredienti dal nome tecnico poco familiare è spesso un indicatore di un elevato grado di trasformazione industriale dell’alimento.

Una lista ingredienti lunga, complessa e ricca di additivi non implica automaticamente un pericolo immediato, ma segnala un profilo nutrizionale meno favorevole rispetto a prodotti con composizioni più semplici.

Cosa fare senza allarmismi: le scelte quotidiane

Gli stessi ricercatori invitano a evitare letture allarmistiche dei risultati. Nessuno degli studi suggerisce di eliminare completamente singoli alimenti o additivi, ma indicano una direzione chiara: ridurre l’esposizione complessiva privilegiando cibi freschi o minimamente trasformati.

Limitare il consumo di alimenti ultra-processati, leggere con maggiore attenzione le etichette e aumentare la quota di prodotti preparati in casa sono strategie coerenti non solo con questi studi, ma anche con le raccomandazioni nutrizionali internazionali. Si tratta di scelte che migliorano la qualità complessiva della dieta e riducono, nel lungo periodo, l’esposizione cumulativa a sostanze potenzialmente critiche.

A cura della Redazione GTNews

Link utili:
Nature Communications
Intake of food additive preservatives and incidence of cancer: results from the NutriNet-Santé prospective cohort | The BMJ

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