Un dibattimento pubblico tra medici, magistrati ed esperti chiarisce quantità consigliate, differenze tra individui e impatto della filiera sulla salute
Gli italiani hanno un forte legame con il caffè. Che sia ristretto o lungo, macchiato o corretto, servito al banco o bevuto in silenzio a casa, resta un gesto quotidiano che attraversa generazioni e abitudini. Per tantissimi è il primo pensiero del mattino, la pausa di metà giornata o, banalmente, un pretesto per una conversazione. In molte città rappresenta quasi un rito, un linguaggio condiviso che unisce impiegati, studenti e professionisti.
Nel solo territorio di Milano si stimano circa 800 milioni di tazzine l’anno, mentre nell’intero Paese si raggiungono numeri da capogiro… ben 35 miliardi. Numeri che raccontano un consumo radicato e costante. Dietro quell’aroma intenso, però, si muove una questione che interessa la salute pubblica. Quanto caffè possiamo bere senza rischiare di subire effetti indesiderati?
In tanti, negli anni, hanno fatto stime. Da un lato ci sono gli studi osservazionali su grandi coorti; dall’altro l’esperienza clinica di cardiologi, neurologi e odontoiatri. La verità è che il caffè non va preso in esame soltanto per la presenza di caffeina. Entra in gioco l’intero profilo chimico della bevanda, la modalità di estrazione e, non ultima, la qualità della materia prima. C’è inoltre la variabilità individuale legata a metabolismo, età, condizioni cliniche e sensibilità personale.
Per fare chiarezza, l’Ordine dei medici di Milano ha messo in scena un vero e proprio “Processo al caffè”, trasformando la discussione scientifica in un dibattito pubblico, rigoroso ma accessibile.
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Il “Processo al caffè” e il verdetto finale
L’iniziativa si è svolta alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano, con la partecipazione di magistrati, clinici ed esperti. A presiedere il dibattimento il presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia. Protagonisti il pubblico ministero Tiziana Siciliano, gli avvocati della difesa Ilaria Li Vigni e Giorgia Andreis, il medico legale Umberto Genovese e numerosi specialisti chiamati come testimoni.
In serata è arrivato il verdetto. La Corte ha «assolto l’imputato ai sensi dell’articolo 530, comma 2, del Codice di procedura penale, rilevando che la responsabilità non è stata dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio», come informa OmceoMi. È stato inoltre «respinto il capo d’accusa ispirato all’articolo 444 del Codice penale», cioè il «pericolo per la salute pubblica».
La motivazione, tuttavia, invita alla misura. «Il tema richiede una lettura articolata e non semplificata». Il giudice ha richiamato «la necessità di distinguere tra caffeina e caffè» e ha indicato «in linea con i parametri minimi delle linee guida, una soglia orientativa di non oltre 3 tazzine di caffè italiano al giorno».
Caffeina e variabilità individuale
Il cuore della discussione ruota attorno alla differenza tra bevanda e principio attivo. La caffeina è una sostanza psicoattiva con effetti cardiologici e neurologici documentati. Il caffè, però, contiene anche polifenoli, diterpeni e altre molecole bioattive. Il giudice ha ribadito «la differenza tra persone sane e persone con patologie cardiovascolari, neurologiche o con disturbi del sonno». Qui la soglia si abbassa e la valutazione diventa clinica e personalizzata.
«Nelle persone vulnerabili – ha spiegato Stefano Carugo – il consumo di caffè può aumentare il rischio di ipertensione arteriosa, insonnia cronica, palpitazioni e crisi d’ansia. Nei bambini e negli adolescenti non dovrebbe nemmeno essere proposto». In gravidanza le principali società scientifiche raccomandano prudenza. Anche le bevande ad alto contenuto di caffeina, diffuse tra i giovani, «possono comportare eventi avversi anche importanti».
Effetti su cuore, sonno e salute orale
Il processo ha dato spazio anche agli aspetti meno noti. Lucia Giannini ha ricordato che «il consumo di caffè è tradizionalmente associato a effetti negativi ben noti, quali la pigmentazione dentale e il potenziale erosivo». Ma non solo. «Il caffè e i suoi componenti esercitano anche un’influenza rilevante sul microbiota orale, sui tessuti parodontali e sul metabolismo dell’osso alveolare».
Luigi Ferini Strambi ha sottolineato l’impatto sui ritmi circadiani, mentre Diego Fornasari ha richiamato l’attenzione sull’interazione con alcuni farmaci. La risposta dell’organismo, in sintesi, cambia da individuo a individuo. Contano quantità, orario di assunzione e contesto clinico.
I benefici documentati dalla letteratura
«Studi recenti su oltre 1 milione di persone mostrano che il consumo moderato è associato a minore rischio di diabete tipo 2, ictus, depressione e mortalità generale», ha detto Nicola Montano. La letteratura più robusta evidenzia effetti favorevoli su fegato, funzione cognitiva e qualità della vita. «Negli adulti sani bere tra i 3 e i 5 caffè al giorno può addirittura fare bene alla salute», ha puntualizzato.
Il limite delle tre tazzine indicato nel verdetto rappresenta una soglia prudenziale orientativa, coerente con molte linee guida europee. Alcuni studi osservazionali mostrano benefici anche con consumi leggermente superiori, purché inseriti in uno stile di vita equilibrato.
La qualità come variabile decisiva
Va poi detto che non tutto il caffè è uguale. «Quando si parla di caffè e salute – ha commentato Carlos Eduardo Bitencourt – la prima domanda da porsi è di quale caffè stiamo parlando». La filiera incide in modo profondo: coltivazione, selezione, tostatura, conservazione, estrazione. «Esiste purtroppo un caffè mal trattato, conservato in modo scorretto, ossidato o servito a temperature eccessive, che risulta sgradevole al gusto e potenzialmente dannoso».
Al contrario, «esiste anche un’altra realtà, quella del caffè di qualità, basata su cura, competenza e attenzione all’impatto sociale e ambientale». La qualità influenza il contenuto di antiossidanti, profilo aromatico e presenza di composti indesiderati. Un espresso bruciato racconta una storia diversa rispetto a una miscela selezionata e correttamente estratta.
Un esercizio civile tra scienza e cultura
«Questo processo – ha concluso Maria Teresa Zocchi – ha rappresentato un’occasione di riflessione culturale e scientifica, capace di coinvolgere medici, cittadini, studenti e istituzioni». L’idea funziona perché avvicina il pubblico alla complessità senza banalizzare. Il caffè non è un imputato da condannare o celebrare in modo acritico. È una bevanda radicata nella cultura italiana, con effetti biologici reali.
A cura di Roberto Zonca
Link utili:
Coffee and health: What does the research say? – Mayo Clinic
Coffee linked to slower brain ageing in study of 130,000 people
(PDF) Review on Health Benefit and Risk of Coffee Consumption
