Traffico fantasma sul Web: bot cinesi falsano i dati dei siti

Accessi automatizzati sempre più diffusi mettono in crisi analytics, campagne pubblicitarie e costi infrastrutturali dei portali online

Negli ultimi mesi una strana ondata di traffico automatizzato ha investito siti web di ogni tipo, dai piccoli blog personali fino ai portali governativi degli Stati Uniti. La scoperta è partita quasi per caso, quando Alejandro Quintero, analista di dati di Bogotá e proprietario di un sito sul paranormale, ha visto comparire una valanga improvvisa di visite provenienti da Asia orientale. All’inizio la cosa sembrava promettente: un pubblico nuovo, internazionale, apparentemente interessato ai contenuti. Poi i numeri hanno iniziato a puzzare di artificiale. Le sessioni duravano zero secondi, nessuna interazione, nessun clic. Scavando nei log, Quintero ha individuato un dettaglio sospetto: quasi tutti gli accessi arrivavano dalla stessa città cinese, Lanzhou. Da lì è partita una verifica più ampia che ha coinvolto numerosi webmaster. Il risultato è stato netto: picchi simili di traffico sospetto sono emersi su piattaforme di e-commerce, siti meteo con milioni di pagine e perfino domini governativi statunitensi.

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Wired ricostruisce il caso dei bot cinesi

La vicenda è stata raccontata in dettaglio da Wired, che ha raccolto segnalazioni convergenti da più gestori di siti. In alcuni casi, fino al 15% delle visite registrate su portali governativi degli Stati Uniti risultava provenire da Lanzhou. Sulla carta, la città cinese appariva tra i principali “lettori” di contenuti istituzionali americani. Nella realtà, però, si trattava con ogni probabilità di traffico automatizzato.

Il fenomeno non è stato associato a cyberattacchi diretti, ma ha già prodotto effetti concreti. I dati analitici si deformano, i costi di banda salgono e i modelli pubblicitari perdono precisione. Quando gli annunci vengono serviti a bot invece che a utenti reali, l’efficacia delle campagne cala e i ricavi rischiano di assottigliarsi.

Origini oscure e infrastrutture coinvolte

Secondo la rivista statunitense, l’origine precisa di questi bot resta avvolta nell’incertezza, anche se alcune caratteristiche tecniche sono emerse con chiarezza. Gran parte del traffico risulta instradato attraverso infrastrutture riconducibili a grandi aziende cinesi come Tencent, Alibaba e Huawei. Gli analisti hanno individuato diversi Autonomous System Number (ASN) associati a questi provider.

Gli esperti invitano comunque alla prudenza. Lanzhou potrebbe rappresentare soltanto un punto di uscita apparente. I flussi automatici sembrano infatti distribuiti e rimbalzati su più nodi di rete per confondere le tracce, con passaggi frequenti anche attraverso Singapore. Questo schema rende la mappatura molto più complessa.

Bot progettati per eludere i controlli

A differenza dei crawler tradizionali utilizzati dalle grandi aziende di intelligenza artificiale, che in genere si identificano e possono essere filtrati con relativa facilità, questi bot mostrano un comportamento più sfuggente. Tutto lascia pensare a strumenti progettati fin dall’inizio per evitare i sistemi di rilevamento.

Secondo Gavin King, fondatore della società Known Agents, “il traffico proveniente da Cina e Singapore può rappresentare fino al 22% del traffico complessivo di alcuni siti”. Si tratta di una quota molto superiore rispetto ai bot AI dichiarati, che in genere restano sotto il 10%.

Per chi gestisce piattaforme editoriali o commerciali, numeri di questo tipo diventano rapidamente un problema operativo. Le metriche si sporcano, i modelli previsionali perdono precisione e le decisioni basate sui dati rischiano di poggiare su fondamenta fragili.

L’ipotesi dell’addestramento IA

Tra le spiegazioni più diffuse circola quella legata alla raccolta massiva di dati per l’addestramento di modelli di intelligenza artificiale. Testi, immagini e contenuti strutturati rappresentano carburante prezioso per algoritmi sempre più affamati di informazione.

La mancanza di trasparenza, però, alimenta inquietudine tra i proprietari dei siti. Molti si trovano a gestire volumi indesiderati di traffico senza sapere chi li stia generando e con quale finalità precisa.

Le contromisure dei webmaster

Di fronte a quella che molti descrivono come un’invasione silenziosa, i gestori dei siti stanno sperimentando contromisure spesso artigianali. C’è chi blocca interi intervalli di indirizzi IP e chi prova a individuare i bot analizzando anomalie nei dispositivi simulati, come versioni obsolete dei sistemi operativi o risoluzioni dello schermo fuori standard.

I risultati restano parziali. Anche dopo i filtri più aggressivi, una quota di traffico automatizzato continua a filtrare. Il fenomeno evidenzia quanto sia difficile distinguere, su larga scala, tra utenti reali e macchine sempre più sofisticate.

Una rete aperta tra opportunità e vulnerabilità

L’ondata di bot provenienti dall’Asia riporta al centro un nodo strutturale della rete globale. L’accesso aperto al web rappresenta una forza straordinaria per la diffusione della conoscenza, ma espone anche a nuove forme di sfruttamento invisibile. Come ha osservato Brent Maynard di Akamai, “questa è una conseguenza inevitabile dell’essere online: sei aperto e in vista pubblica”.

A cura della Redazione GTNews

Link utili:
A Wave of Unexplained Bot Traffic Is Sweeping the Web | WIRED

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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