Radioterapia stimola la crescita delle metastasi: il ruolo dell’amfiregulina

Uno studio svela come la radioterapia possa favorire la crescita delle metastasi attraverso l’induzione dell’amfiregulina: nuove prospettive terapeutiche

Un recente studio pubblicato su Nature ha sollevato un’importante questione clinica legata alla radioterapia nei pazienti oncologici: sebbene efficace nel ridurre il numero di metastasi, questa strategia potrebbe favorire l’espansione di quelle già presenti. I ricercatori dell’Università di Chicago, guidati dal dottor András Piffkó, hanno osservato che in pazienti con tumori solidi avanzati trattati con radioterapia stereotassica su più metastasi, si attiva la produzione di una proteina chiamata amfiregulina, che agisce come ligando del recettore EGFR (epidermal growth factor receptor). Il dato è emerso dall’analisi di 22 biopsie abbinate pre e post trattamento. Lo studio, rilanciato dalle principali riviste scientifiche, mostra che “l’amfiregulina non solo viene indotta dalla radioterapia, ma modifica anche l’ambiente cellulare circostante, favorendo una risposta immunitaria inibitoria”. Come riportato da Nature, l’effetto finale può essere una maggiore sopravvivenza delle metastasi già esistenti, riducendo potenzialmente l’efficacia a lungo termine del trattamento.

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L’amfiregulina come promotore della progressione tumorale

Una proteina che blocca le difese immunitarie

Il team ha scoperto che l’amfiregulina, una volta indotta nelle cellule tumorali dalla radioterapia, interagisce con le cellule mieloidi che esprimono EGFR, alterandone il comportamento. In particolare, queste cellule vengono “riprogrammate” verso un fenotipo immunosoppressivo, ovvero una modalità che limita l’azione del sistema immunitario.

La stessa amfiregulina sembra ridurre l’attività fagocitaria, ovvero la capacità delle cellule immunitarie di “divorare” e distruggere quelle tumorali. Tre dei venti percorsi genetici più attivati dopo la radioterapia sono risultati direttamente collegati all’amfiregulina, suggerendo un forte legame tra questa proteina e la progressione tumorale a distanza.

Effetti clinici e nuove strategie terapeutiche

I pazienti che mostravano livelli elevati di amfiregulina nelle cellule tumorali avevano esiti clinici peggiori: sia la sopravvivenza globale sia quella libera da progressione risultavano significativamente ridotte. Questo indica che la quantità di amfiregulina può rappresentare un marcatore prognostico nei pazienti trattati con radioterapia. Inoltre, nei modelli murini di metastasi polmonari è stato osservato un fenomeno simile: anche se il numero di metastasi veniva ridotto, quelle presenti crescevano di dimensione proprio a causa della secrezione di amfiregulina. Tuttavia, quando la proteina veniva bloccata o silenziata geneticamente, l’effetto negativo spariva, aprendo così alla possibilità di combinare la radioterapia con terapie mirate all’inibizione dell’amfiregulina.

Radioterapia più blocco dell’amfiregulina: risultati incoraggianti

Verso trattamenti combinati più efficaci

Secondo Ralph R. Weichselbaum, autore senior dello studio e anche lui affiliato all’Università di Chicago, “la combinazione di radioterapia e blocco dell’amfiregulina ha prodotto una riduzione sia delle dimensioni tumorali sia del numero delle metastasi”. Un dato che potrebbe cambiare l’approccio terapeutico in oncologia avanzata.

Nei modelli animali, infatti, il doppio trattamento si è rivelato più efficace di ciascuna strategia da sola, suggerendo che l’inibizione dell’amfiregulina potrebbe potenziare l’effetto antitumorale della radioterapia. Questo approccio ha già attirato l’interesse dell’industria biofarmaceutica, anche se, come dichiarato nel paper, diversi autori dello studio hanno legami economici con aziende del settore.

Le prospettive future

Lo studio apre nuovi scenari sulla comprensione degli effetti collaterali della radioterapia nei tumori metastatici. Se da un lato essa rimane una delle armi più efficaci contro il cancro, dall’altro bisogna tenere conto degli effetti collaterali indotti a livello molecolare, come l’attivazione dell’amfiregulina. La possibilità di intervenire su questa proteina rappresenta una frontiera di ricerca estremamente promettente, con potenziali applicazioni cliniche nel medio termine. Ulteriori studi clinici saranno necessari per validare questa strategia nei pazienti umani e definire nuovi protocolli terapeutici personalizzati.

Fonte:
Nature

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