Indice
- 1 Le imbarazzanti dichiarazioni del capo di OpenAI. Dietro la provocazione c’è un pensiero tossico: chi decide cosa vale e cosa no?
- 2 Un pensiero costruito sul paradosso
- 3 Il mito tossico della nuova efficienza
- 4 L’ottimismo di chi non paga mai il prezzo
- 5 Un’etica senza etica: chi decide cos’è “vero lavoro”?
- 6 Rivendicare l’imperfezione come valore
- 7 Il lavoro non è un bug da correggere
Le imbarazzanti dichiarazioni del capo di OpenAI. Dietro la provocazione c’è un pensiero tossico: chi decide cosa vale e cosa no?
C’è qualcosa di profondamente stonato nelle parole di Sam Altman, il CEO di OpenAI, quando afferma che “se un lavoro può essere sostituito da un’IA, allora non è un vero lavoro”. È la frase perfetta per scuotere le timeline, ma anche per rivelare quanto la cultura tecnologica di oggi rischi di trasformarsi in una ideologia disumanizzante. Per Altman, milioni di mansioni, dai call center ai contenuti digitali, fino alla consulenza, sarebbero solo “giochi per riempire il tempo”, un passatempo pseudo-intellettuale rispetto alla “vera” produttività. Un’affermazione che non solo offende chi lavora, ma tradisce una visione semplicistica del mondo: quella secondo cui il valore di un’attività si misura solo in termini di replicabilità algoritmica.
Peccato che la realtà sia più complicata. Molti lavori che oggi l’IA imita (scrivere, insegnare, ascoltare, curare o progettare) sono gli stessi che definiscono il nostro modo di abitare la società, non di “riempire il tempo”. Se domani un sistema potrà riprodurre la voce di un insegnante o di uno psicologo, questo non renderà il loro lavoro meno reale. Renderà, semmai, più inquietante l’idea di una tecnologia che pretende di sostituire la relazione umana con un simulacro.
Un pensiero costruito sul paradosso
Altman gioca con un’analogia: l’agricoltore che guarda ai lavoratori della conoscenza come a persone che “giocano invece di produrre cibo”. Ma il paragone crolla alla prima verifica. L’agricoltura moderna è oggi uno dei settori più automatizzati al mondo, invaso da droni, sensori, algoritmi di resa e modelli climatici. Quindi, chi è il “vero lavoratore”? Il contadino o il tecnico che programma la macchina agricola?
Altman dimentica che il lavoro contemporaneo è interdipendente, stratificato e co-creato tra uomo e tecnologia. Nessuno “gioca”: tutti partecipano a un sistema complesso che vive solo grazie a connessioni umane, fiducia e cultura. Eppure, nella sua visione, tutto ciò che può essere compresso in codice diventa “falso lavoro”. Una comoda tautologia che gli consente di salvare la propria teoria: se l’IA può farlo, allora non valeva nulla. Un circolo chiuso che trasforma la disoccupazione tecnologica in una colpa individuale.
Il mito tossico della nuova efficienza
Dietro le parole di Altman si nasconde un messaggio subdolo: il problema non è che l’IA distruggerà posti di lavoro, ma che i lavoratori non saranno all’altezza di tenerle testa. Così, la colpa passa dall’algoritmo alla vittima. “Bisogna imparare a fare le domande giuste”, dice Altman, come se l’accesso alla competenza fosse democratico. Ma lo è davvero? Solo chi possiede tempo, formazione e risorse può permettersi di “reinventarsi”.
Nel mondo reale, l’IA rischia di ampliare il fossato tra chi guida l’innovazione e chi la subisce. Il CEO di OpenAI parla di “uscire dalla mentalità del compitino”, ma intanto le sue aziende addestrano chatbot proprio sui compitini degli altri: milioni di testi, articoli, e-mail, codici scritti da persone reali, spesso senza consenso e senza compenso. La sua rivoluzione, insomma, si nutre di quel “non vero lavoro” che oggi disprezza. Senza il contributo di chi lavora nel quotidiano, l’IA non avrebbe letteralmente nulla da dire.
L’ottimismo di chi non paga mai il prezzo
Altman ama definirsi uno “scettico ottimista”: scettico sul breve periodo, ottimista sul lungo termine. Ma anche questo è un paravento. Il suo “ottimismo” significa che l’IA distruggerà milioni di impieghi prima di crearne di nuovi, un bagno di sangue occupazionale che lui considera fisiologico. Come se le vite delle persone fossero una statistica, un costo di transizione.
In realtà, la promessa dei “nuovi lavori” è una favola ricorrente nella Silicon Valley. Ogni rivoluzione tecnologica la racconta, ma pochi ricordano chi resta indietro. Le macchine a vapore non crearono impieghi per tutti gli artigiani, e Internet non salvò gli impiegati di banca. L’idea che il progresso compensi sempre le perdite è una fede, non una legge economica. E finché i giganti dell’IA detengono il monopolio del capitale e dei dati, la partita non è tra uomo e macchina: è tra élite e collettività.
Un’etica senza etica: chi decide cos’è “vero lavoro”?
Altman parla spesso di “governance del progresso”, ma la sua è una governance privata, guidata da chi produce la tecnologia stessa. In pratica, i custodi del futuro sono gli stessi che lo vendono. E mentre il discorso pubblico si concentra su quanto l’IA farà meglio degli umani, nessuno si chiede perché dovremmo lasciarle decidere cosa è degno e cosa no. Ridurre il lavoro umano a una questione di efficienza significa amputare il suo valore simbolico, sociale e morale.
Chi accompagna un anziano, chi educa, chi cura, chi comunica, non “produce” solo output: genera senso, fiducia, cultura. E non esiste algoritmo capace di misurare questi elementi. Altman lo sa, ma finge di no. Perché ammetterlo significherebbe riconoscere che la sua rivoluzione ha un limite: quello dell’umanità.
Rivendicare l’imperfezione come valore
Forse la vera sfida del XXI secolo non è “competere con l’IA”, ma restituire dignità all’imperfezione. L’errore, la lentezza, la soggettività: tutto ciò che un algoritmo rimuove, noi dovremmo difenderlo. Non per nostalgia, ma per libertà.
Se accettiamo la logica di Altman, domani ogni attività “ottimizzabile” sarà dichiarata inutile, e ogni forma di empatia un ostacolo. Serve invece una politica del limite, che imponga un’etica condivisa: redistribuzione dei benefici dell’automazione, formazione accessibile, tutela dei lavori relazionali e creativi. Non basta dire che l’IA “libererà l’ingegno umano”: bisogna chiedersi a chi darà la libertà e chi resterà schiacciato sotto le sue promesse.
Il lavoro non è un bug da correggere
Sam Altman immagina un mondo dove solo ciò che l’IA non può fare merita di esistere. Ma è un mondo pericolosamente vicino al nulla: un’umanità che misura il proprio valore sulla base di un software. Forse la domanda vera non è “quanto può fare l’IA”, ma perché dovremmo accettare che sia lei a decidere il senso del lavoro. E se davvero la macchina può sostituire qualcuno, la risposta non è che quel lavoro non valeva, ma che la società ha fallito nel proteggerlo. Altman parla di “visione”, ma sembra aver perso di vista l’unica che conta: quella dell’uomo.
