AI sempre più potente, con i computer quantistici il lavoro rischia il salto nel vuoto

L’intelligenza artificiale che usiamo oggi riconosce schemi, calcola probabilità e produce risposte partendo dai dati. L’incontro con il calcolo quantistico potrebbe aprire una fase molto più rapida, capace di trasformare professioni, imprese e rapporti di forza economici

L’intelligenza artificiale che usiamo oggi sembra già potentissima, ma rappresenta ancora una fase iniziale della trasformazione tecnologica. Le AI attuali riconoscono schemi, calcolano probabilità e producono risposte partendo da enormi quantità di dati. Il vero salto potrebbe arrivare dall’incontro con i computer quantistici, macchine capaci di affrontare alcuni problemi complessi in modo molto diverso rispetto ai computer tradizionali. IBM indica il 2029 come data-obiettivo per Quantum Starling, sistema progettato per 200 qubit logici e 100 milioni di operazioni quantistiche. Il rischio principale riguarda lavoro ed economia. Se AI e calcolo quantistico finiranno nelle mani di pochi grandi soggetti, potranno accelerare automazione, decisioni aziendali, finanza, ricerca farmaceutica, energia e comunicazione, riducendo il valore di molte professioni. La sfida riguarda quindi regole, formazione, sicurezza digitale e distribuzione dei benefici. La tecnologia può aprire nuove opportunità, ma senza controllo democratico rischia di aumentare disuguaglianze e dipendenza economica.

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Infografica su AI e computer quantistici

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L’intelligenza artificiale, già oggi utilizzata da milioni di utenti in tutto il mondo, crea stupore e al contempo preoccupazione. C’è chi ne loda le potenzialità e chi, con una visione di lungo periodo, percepisce i rischi per l’economia e per il mondo del lavoro. Le attuali AI sanno scrivere e tradurre testi, creare immagini iperrealistiche, riassumere e analizzare documenti e riconoscere volti. Proprio queste capacità spiegano perché sempre più modelli affiancano medici, aziende, ricercatori e giornalisti nelle attività quotidiane.

Eppure, queste “intelligenze” che tanto ci preoccupano, e che potrebbero già oggi spazzare via una parte significativa delle professioni, sono poca cosa rispetto a ciò che nei prossimi anni potrebbe arrivare sul mercato. L’AI attuale si limita infatti a calcolare probabilità, riconoscere schemi e produrre risposte sulla base di enormi quantità di dati. Il suo punto di forza coincide anche con il suo limite. L’AI osserva ciò che le persone hanno scritto, visto, comprato, cercato o deciso in passato, cerca collegamenti e costruisce previsioni. Può stimare quale parola seguirà in una frase, quale video attirerà l’attenzione, quale diagnosi merita un controllo, quale molecola promette risultati migliori o quale cliente potrebbe abbandonare un servizio.

Siamo in quella fase che prende il nome di intelligenza artificiale ristretta, o Narrow AI. Il termine può trarre in inganno, perché “ristretta” non significa debole, bensì “specializzata”. Un sistema può superare un essere umano in un singolo compito, e già riesce a farlo, ma rimane comunque lontano dalla flessibilità della mente umana. Può riconoscere una lesione sospetta in un’immagine medica, analizzare milioni di documenti, scrivere codice o generare testi complessi, ma resta legato ai dati, alle istruzioni e agli obiettivi che riceve.

Il dibattito scientifico e industriale guarda già agli stadi successivi. Il primo è l’intelligenza artificiale generale, o AGI, capace in teoria di affrontare molti compiti diversi con una flessibilità simile a quella umana. Il secondo è la superintelligenza artificiale, o ASI, che descrive sistemi capaci di superare l’uomo in quasi tutti i campi cognitivi. Oggi questi passaggi restano ancora obiettivi, ipotesi e scenari di ricerca, ma il ritmo degli investimenti mostra una direzione chiara. L’AI non resterà ferma agli strumenti che conosciamo oggi.

La vera rivoluzione, però, potrebbe arrivare dall’incontro tra questi modelli e una nuova potenza di calcolo. Ciò che può cambiare il mondo, ma che senza regole rischia di scuotere economia, lavoro, sicurezza informatica e rapporti di forza tra Stati e grandi aziende, è la maturazione dei computer quantistici.

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Che cosa cambia con i computer quantistici?

Partiamo dal modo in cui funzionano gli attuali sistemi di calcolo. I normali computer, così come smartphone, server, data center e supercomputer, lavorano con il codice binario. Usano bit che assumono valore 0 oppure 1. Tutta l’informatica moderna nasce da questa logica. I computer tradizionali eseguono calcoli con velocità impressionante, ma seguono comunque una sequenza di operazioni.

Il computer quantistico usa invece i qubit. Un qubit sfrutta proprietà della meccanica quantistica, come sovrapposizione ed entanglement. In parole semplici, queste proprietà permettono di trattare alcuni problemi in modo diverso rispetto ai computer classici.

La metafora più usata è quella del labirinto. Un computer classico prova una strada, poi un’altra, e un’altra ancora. Un computer quantistico esplora invece molte possibilità nello stesso momento. L’esempio aiuta a capire il salto concettuale, ma va maneggiato con prudenza. Un computer quantistico non trova sempre l’uscita in un istante e non risolve qualunque problema. La sua forza nasce dalla capacità di usare probabilità, interferenze e stati quantistici per far emergere la soluzione giusta in particolari tipi di calcolo.

Questa differenza può diventare decisiva in settori dove il numero di combinazioni cresce rapidamente. Chimica, fisica dei materiali, simulazione molecolare, ottimizzazione, crittografia e ricerca sui farmaci rientrano tra gli ambiti più osservati. In questi campi anche i supercomputer più potenti incontrano limiti enormi, perché devono confrontarsi con una quantità di possibilità difficili da esplorare una alla volta.

Il nodo non riguarda soltanto la velocità. Riguarda la capacità di mettere sotto controllo problemi che oggi appaiono troppo grandi, troppo variabili o troppo complessi. Se l’AI ha già iniziato a trasformare il lavoro perché automatizza testi, immagini, analisi, assistenza clienti, programmazione e gestione dei dati, l’incontro con una nuova potenza di calcolo potrebbe portare l’automazione dentro il cuore delle decisioni economiche.

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Perché il 2029 è una data da tenere d’occhio?

Una data, più di altre, aiuta a capire quanto questa corsa stia passando dalla ricerca pura ai piani industriali delle grandi aziende tecnologiche. IBM indica il 2029 come anno di arrivo di Quantum Starling, un computer quantistico progettato per lavorare con 200 qubit logici e per eseguire 100 milioni di operazioni quantistiche. Per il lettore comune sono numeri difficili da immaginare, ma il messaggio è chiaro. Le grandi aziende stanno costruendo macchine pensate per affrontare problemi che oggi restano fuori dalla portata dei computer tradizionali.

Il punto non è avere un computer quantistico in casa. Il punto è che governi, multinazionali, piattaforme digitali, banche, fondi d’investimento, laboratori farmaceutici e colossi dell’energia potrebbero accedere per primi a una potenza di calcolo capace di cambiare gli equilibri dell’economia mondiale. Se questa potenza si unirà all’intelligenza artificiale, i sistemi del futuro potranno simulare scenari, mercati, molecole, reti produttive, comportamenti dei consumatori e decisioni umane con una profondità oggi impensabile.

E qui che nasce il vero salto evolutivo. L’AI attuale osserva il passato, riconosce schemi e costruisce previsioni. Un’AI sostenuta da una potenza quantistica potrebbe spingersi oltre, simulando molte più possibilità nello stesso tempo e scegliendo la strada più efficace per ottenere un risultato. Potrebbe individuare un nuovo farmaco, ottimizzare una rete elettrica, progettare un materiale rivoluzionario, anticipare crisi finanziarie o capire quale messaggio ha più probabilità di influenzare una persona.

Il 2029, quindi, non va letto come una data lontana e rassicurante. Va letto come un segnale industriale. Le grandi aziende stanno costruendo l’infrastruttura della prossima fase. Se l’intelligenza artificiale di oggi preoccupa perché può sostituire singole attività, l’AI sostenuta da nuove forme di calcolo potrebbe mettere in discussione interi modelli economici.

Perché il rischio riguarda lavoro ed economia?

Il rischio più grande non nasce dal computer quantistico in sé, ma dall’uso che pochi soggetti potrebbero farne quando lo collegheranno all’intelligenza artificiale. Una macchina capace di analizzare dati, simulare scenari e scegliere strategie con una potenza molto superiore a quella attuale può cambiare il modo in cui le aziende assumono, producono, vendono, investono e tagliano costi.

Oggi l’AI affianca molte professioni, ma domani potrebbe sostituire intere funzioni. Un’azienda potrebbe usare sistemi avanzati per scrivere contratti, gestire pratiche amministrative, rispondere ai clienti, fare analisi di mercato, produrre campagne pubblicitarie, progettare software, controllare bilanci, selezionare personale e simulare decisioni commerciali. Molte attività che oggi richiedono uffici, consulenti, tecnici, creativi e impiegati potrebbero concentrarsi dentro piattaforme automatiche.

Il salto diventerebbe ancora più duro se questi sistemi riuscissero a entrare nei processi decisionali. A quel punto l’automazione non riguarderebbe più soltanto le mansioni ripetitive. Toccherebbe analisi, progettazione, gestione, comunicazione, strategia e consulenza. Proprio i settori che per anni hanno dato sicurezza al ceto medio professionale potrebbero subire la pressione più forte.

Con macchine di questo genere tutto rischia di saltare perché il lavoro umano potrebbe perdere valore a una velocità superiore alla capacità di adattamento delle persone. Scuole, università, imprese e sistemi di welfare si muovono con tempi lunghi. La tecnologia, invece, avanza per salti. Se un sistema automatico riesce a svolgere in pochi minuti ciò che un ufficio faceva in giorni, il problema non riguarda soltanto l’efficienza. Riguarda stipendi, carriere, contributi, consumi, fiscalità e tenuta sociale.

Il rischio economico nasce anche dalla concentrazione. Le grandi aziende che controlleranno dati, modelli, infrastrutture cloud, chip e potenza quantistica potranno aumentare produttività e profitti. Le piccole imprese, gli studi professionali e i lavoratori autonomi rischieranno invece di comprare strumenti progettati da altri, pagare abbonamenti sempre più costosi e competere contro sistemi che non possiedono. La nuova produttività potrebbe finire nelle mani di pochi, mentre il costo della transizione potrebbe ricadere su molti.

Perché l’incontro tra AI e quantum può cambiare i mercati?

L’unione tra intelligenza artificiale e calcolo quantistico non significa soltanto avere chatbot più rapidi. Il punto riguarda problemi che oggi consumano tempo, energia e risorse enormi. L’AI può formulare ipotesi, selezionare variabili, riconoscere pattern e guidare la ricerca. Il computer quantistico può aiutare a esplorare spazi di possibilità molto complessi, soprattutto quando entrano in gioco molecole, materiali, reti energetiche o sistemi con moltissime combinazioni.

Nel campo dei farmaci, questa alleanza potrebbe accelerare lo studio di nuove molecole. Oggi la ricerca farmaceutica richiede anni di lavoro, molti test e costi elevati. Un sistema capace di simulare meglio le interazioni tra molecole e proteine potrebbe ridurre gli esperimenti inutili e orientare i ricercatori verso candidati più promettenti. Questo percorso lascia comunque intatti i controlli clinici, la sicurezza, la verifica sugli esseri umani e il ruolo dei medici. Può però accorciare alcune fasi della ricerca e spostare enormi vantaggi competitivi verso chi possiede la tecnologia.

Nel settore dei materiali, AI e quantum potrebbero aiutare a progettare batterie più efficienti, pannelli solari migliori, catalizzatori meno costosi, nuovi semiconduttori e materiali più resistenti. Anche l’energia può trarre beneficio da strumenti capaci di ottimizzare reti elettriche, accumuli, domanda, produzione da rinnovabili e consumi industriali. Una rete elettrica moderna deve gestire milioni di dati in tempo reale. Più energia solare ed eolica entra nel sistema, più cresce il bisogno di previsioni accurate e decisioni rapide.

La prospettiva interessa anche la finanza. Un sistema capace di simulare milioni di scenari economici potrebbe offrire un vantaggio enorme a banche, fondi e piattaforme di investimento. Potrebbe leggere correlazioni invisibili, anticipare movimenti di mercato, valutare rischi e costruire strategie più rapide di quelle umane. Anche qui il problema non riguarda solo la tecnologia. Riguarda chi potrà usarla per primo e con quali controlli.

Dove nasce il rischio della realtà simulata?

Il passaggio più delicato riguarda l’uomo. L’AI già oggi studia preferenze, abitudini digitali, emozioni, tempi di attenzione e reazioni degli utenti. Le piattaforme social, i motori di raccomandazione e la pubblicità personalizzata usano questi strumenti da anni. Con una potenza di calcolo molto più alta, sistemi più avanzati potrebbero simulare molte versioni del comportamento di una persona o di un gruppo sociale.

Qui il tema diventa politico, economico e culturale. Una tecnologia capace di prevedere quale contenuto attirerà la nostra attenzione può migliorare un servizio, ma può anche orientare scelte, emozioni e opinioni. Un sistema che conosce paure, desideri e fragilità di un utente può proporre l’informazione più utile, oppure il messaggio più manipolativo.

La differenza dipende dagli obiettivi di chi progetta, vende e controlla questi strumenti. Se l’obiettivo è curare meglio un paziente, la simulazione diventa un alleato, mentre se l’obiettivo è trattenere una persona davanti a uno schermo più a lungo possibile, la stessa capacità può trasformarsi in una macchina di persuasione. Se l’obiettivo è testare messaggi politici o commerciali su milioni di profili, il confine tra comunicazione e manipolazione diventa molto sottile.

Per questo la linea tra scoprire la realtà e simularla rischia di diventare sempre meno visibile. La scienza usa simulazioni per capire meglio il mondo. L’economia usa modelli per prevedere mercati e consumi. La medicina usa modelli per valutare terapie. La politica e la comunicazione possono usare strumenti simili per misurare paure collettive, reazioni emotive e comportamenti sociali. La stessa tecnologia può aiutare a curare una malattia o a influenzare un elettore.

Quali limiti dobbiamo ricordare?

I computer quantistici davvero utili su larga scala richiedono ancora progressi importanti. Le aziende pubblicano calendari ambiziosi, ma ogni promessa deve fare i conti con errori, costi, stabilità dei qubit, infrastrutture e competenze. Questo limite tecnico, però, non rende il problema meno urgente. Al contrario, segnala che la corsa è già iniziata e che le regole devono arrivare prima della piena maturità commerciale.

Il calcolo quantistico, inoltre, non renderà più veloce qualsiasi attività. Alcuni calcoli continueranno a funzionare meglio sui computer classici, mentre altri potranno trarre vantaggio da sistemi quantistici specializzati. Lo scenario più realistico non assomiglia a una sostituzione totale, ma a una collaborazione tra macchine diverse. Proprio questa integrazione rende il quadro più delicato, perché l’AI potrà usare ogni forma di calcolo disponibile per aumentare la propria capacità di previsione, simulazione e decisione.

Resta poi il nodo dei dati. Un’AI molto potente produce risultati utili solo quando lavora su informazioni affidabili, controllate e rappresentative. Dati pieni di errori, pregiudizi o vuoti possono orientare il sistema nella direzione sbagliata e amplificare quei difetti su scala molto più ampia. Più cresce la potenza, più cresce anche il danno potenziale di una decisione sbagliata.

Il tema finale riguarda il potere. Se pochi soggetti concentrano dati, capacità di calcolo, brevetti e infrastrutture, questa nuova fase tecnologica può aumentare le distanze tra grandi aziende e piccole imprese, tra Paesi ricchi e Paesi fragili, tra cittadini informati e cittadini esposti a sistemi opachi. Per questo la sfida non riguarda soltanto l’innovazione, ma anche democrazia, concorrenza, lavoro e diritti.

Come possiamo prepararci senza subire la tecnologia?

La risposta più utile parte dalla formazione, ma non può fermarsi alla formazione. Cittadini, scuole, imprese e pubbliche amministrazioni devono capire almeno le basi dell’AI, dei dati e degli algoritmi. Nessuno deve diventare per forza ingegnere, ma tutti dovrebbero sapere quando un sistema decide, suggerisce, filtra o influenza.

Le aziende devono introdurre controlli chiari. Ogni sistema di AI usato in sanità, finanza, lavoro, sicurezza, scuola o servizi pubblici deve avere responsabili umani identificabili, verifiche periodiche e canali di ricorso per gli utenti. La potenza tecnologica richiede responsabilità proporzionata.

I governi dovranno affrontare anche il nodo del lavoro. Serviranno politiche attive, aggiornamento professionale, nuove tutele, strumenti fiscali e regole capaci di distribuire i benefici della produttività. Se l’automazione produrrà più ricchezza con meno lavoro umano, la domanda centrale diventerà politica.

La ricerca pubblica deve avere un ruolo forte. Università, centri di ricerca e istituzioni devono partecipare allo sviluppo di competenze su AI e quantum. Se il sapere resta soltanto nelle mani di pochi grandi attori privati, la società perde capacità di controllo. Investire in ricerca aperta, formazione e infrastrutture condivise aiuta anche le piccole imprese e i territori.

La sicurezza digitale merita attenzione già oggi. I futuri computer quantistici potrebbero mettere in crisi alcuni sistemi crittografici attualmente in uso. Per questo governi, banche, ospedali, aziende energetiche e pubbliche amministrazioni devono aggiornare gradualmente le proprie difese. Il rischio riguarda anche i dati raccolti oggi. Chi conserva archivi cifrati potrebbe provare a leggerli domani, quando avrà strumenti più potenti.

L’Europa ha già avviato una cornice normativa con l’AI Act. Gli Stati Uniti, attraverso il NIST, hanno pubblicato i primi standard per la crittografia post-quantistica. Questi passaggi indicano una direzione precisa. La tecnologia corre, ma anche le regole devono muoversi prima che i problemi diventino ingestibili.

Quale domanda dobbiamo porci ora?

La domanda non riguarda soltanto quanto diventerà potente l’intelligenza artificiale. La domanda più importante riguarda chi orienterà quella potenza, con quali regole, con quali controlli e per quali obiettivi. L’incontro tra AI e computer quantistici può aprire una nuova stagione della ricerca scientifica. Può accelerare farmaci, materiali, energia e modelli climatici. Può anche rendere più sofisticata la capacità di prevedere mercati, consumi, scelte politiche e comportamenti umani. La differenza dipenderà dalle scelte che governi, imprese, ricercatori e cittadini inizieranno a compiere già adesso.

Il rischio per il lavoro e per l’economia sta proprio qui. Se questa nuova produttività resterà concentrata nelle mani di pochi, il salto tecnologico potrà aumentare disuguaglianze, precarietà e dipendenza. Se invece regole, formazione e politiche industriali accompagneranno la transizione, la stessa potenza potrà diventare uno strumento per curare meglio, consumare meno energia, progettare materiali migliori e ridurre sprechi.

Link utili:
IBM Quantum, roadmap verso Quantum Starling

NIST, standard di crittografia post-quantistica
Commissione europea, AI Act
World Economic Forum, Future of Jobs Report 2025
World Economic Forum, scenari AI e lavoro al 2030

Note per i lettori

L’immagine usata per questo articolo è stata creata grazie all’utilizzo di un sistema di Intelligenza Artificiale

Roberto Zonca

Roberto Zonca è giornalista professionista, attivo nell’informazione digitale dal 2000. Ha lavorato per oltre venticinque anni nella redazione di Tiscali News, testata considerata tra le esperienze storiche del giornalismo online italiano, nata nella stagione pionieristica del web e cresciuta insieme alla trasformazione digitale del Paese. Oggi dirige GiornaleTecnologico.net.

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